Recensione: Hotel

Un genere che, fino ad ora, non ho recensito è quello dei racconti brevi. Ultimamente è una forma letteraria particolarmente di moda, anche in altri media. In ogni caso sempre più spesso si trovano in fumetteria albi autoconclusivi o raccolte di racconti brevi. È un genere strano, con storie che si sviluppano in modi molto diversi dalle trame più lunghe e, soprattutto, facendo leva su stimoli molto diversi. Devo ammettere che la forma “racconto breve” non mi è mai andata particolarmente a genio, in particolar modo perché vedevo quel breve come una limitazione più che come uno stimolo. Ma le cose cambiano e, oramai, siamo sempre più abituati a trovarci di fronte a “cose” brevi di indubbio valore artistico: dai corti della Pixar (che praticamente, e meritatamente, si beccano un Oscar all’anno) fino alle raccolte di racconti di Murakami.

Il fumetto di cui vorrei parlare oggi è, per l’appunto, una raccolta di racconti brevi. L’autore è quel Boichi che scriveva Sun Ken Rock, più famoso per i disegni che per la trama. E nuovamente devo ammettere di non aver mai amato particolarmente questo autore, né per i disegni (che sono a mio avviso ben lontani dalle vette raggiunte dai veri luminari del fumetto, ma questo è un altro discorso) né per la trama. Bisogna poi considerare la struttura del racconto breve in sé e per sé: non è facile condensare una trama un poche pagine, bisogna essere minimali ma, allo stesso tempo, saper comunicare le cose giuste al momento giusto e nel modo giusto; di certo non mi sarei aspettato niente di buono in questo campo da un autore di fumetti action, a mio avviso, di dubbia qualità. E infatti avevo ragione. Oppure no?

Prendendo Hotel e facendo il conto delle pagine, una volta letto, ci si accorge subito che ben più della metà del volume è insignificante. Potrebbe esser preso a esempio di come non si scrivono racconti brevi: storie banali, storie incomprensibili inutilmente criptiche, twisted ending buttati a caso. Quindi, vi starete chiedendo, questa è una recensione negativa? Finirà di certa con qualche insulto? No. Perché due dei racconti contenuti in questo volume sono dei veri e propri capolavori. Mi riferisco a Hotel, che dà il titolo all’albo, e a Tutto questo è stato fatto per il tonno. Non svelerò nulla della trama di nessuno dei due, salvo che il primo mi ha fatto più volte pensare alla prima mezz’ora di Wall-E e il secondo è una specie di avventura post-apocalittica, entrambi con con delle critiche alla gestione dell’ambiente nella nostra società. Questi due racconti, da soli, valgono tutti i 7 euro e 90 del prezzo di copertina: sanno trascinare, coinvolgere, far emozionare, raccontare una storia. Che è tutto quello che ci si aspetta da loro. Anche se quello che dicono non è credibile, anche se la trama è campata in aria. Sono rimasto davvero stupito dalla superba qualità che Boichi è riuscito a infondere in quelle pagine, dalla gestione dei dialoghi alla composizione delle tavole. A dirla tutta, lo stacco qualitativo tra questi due racconti e i rimanenti è così evidente da lasciare spiazzati. Peccato: se tutto il volume fosse stato a questo livello sarebbe divento un capolavoro da studiare a scuola, invece si ferma a fumetto contenente due parti stupende da studiare a scuola. Saltate a piedi pari gli altri capitoli ma, per l’amor del cielo, comprate questo volume e leggete queste due storie. Ne vale la pena.

Recensione: All Star Batman e Robin

Non è tutto oro quello che luccica. Questo famoso detto proverbiale si legge, in ambito fumettistico, come segue: “non è tutto bello ciò che è scritto da grandi autori”. Ho infiniti esempi che possono confermare la veridicità di questa affermazione e, causa anche il fatto che le tre recensioni precedenti sono state – tutto sommato – positive, oggi recensisco qualcosa che luccica e potrebbe quindi sembrare oro, ma non lo è. Sto parlando di All Star – Batman e Robin ma, come di consueto, partiamo dall’inizio.

La collana All Star era stata pensata, alla DC, come una serie di archi narrativi della durata di circa un anno slegati dalla continuity ufficiale dei personaggi a cui fanno riferimento, in modo da dare assoluta libertà di movimento ai relativi team creativi. Il flop completo dell’idea ha praticamente cancellato ogni possibilità di proseguire con la collana che attualmente conta soltanto due testate: Superman e Batman. A leggere l’introduzione al volume in questione, ad opera di Bob Schreck editor DC, chiunque penserebbe di avere per le mani oro vero. Due pagine di discorso sulla fiducia che tuttavia, a ben leggere, fanno leva soltanto sulla notorietà degli artisti coinvolti. Cito testualmente. “Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che gli autori di questa storia meritano la vostra fiducia. Leggete pure questo volume. È la prova vivente che ci si può fidare di loro. E niente paura… sanno perfettamente quello che fanno.” Tralasciando il fatto che un fumetto non è vivo, a leggere il volume si ha conferma dell’esatto opposto, soprattutto per quanto riguarda Frank Miller. La trama, come già detto slegata dalla continuity ufficiale dell’uomo pipistrello, è una specie di Batman – Anno Uno e Mezzo, a detta dello stesso Bob Schreck, in quanto si colloca dopo la famosissima e meravigliosa opera dello stesso Miller e dovrebbe essere una specie di prologo a Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Forse io non ho colto questi aspetti, o forse proprio non ci sono. All Star – Batman e Robin è più che altro una sequela di episodi deliranti e del tutto fuori luogo che narrano l’incontro tra Bruce Wayne e Dick Grayson, il primo ragazzo meraviglia. Fin qua quasi tutto bene, al caro Frank piace rivisitare le origini dei personaggi e questa poteva essere una specie di Robin le Origini, per così dire. Il problema è che la natura dei personaggi coinvolti è del tutto stravolta e a mio avviso c’è differenza tra “rielaborare” e “stravolgere”. E tutto ciò è particolarmente evidente nella figura del pipistrello: l’impressione generale che Batman si stia DIVERTENDO è irritante quanto, concedetemi il termine, fuori background. Batman è un personaggio tormentato, la sua lotta contro il crimine è una crociata di vendetta, non un modo per passare il tempo. Lo dicono anche i suoi soprannomi: CROCIATO mascherato, cavaliere OSCURO. Non si chiama cavaliere divertito, ma cavaliere oscuro. Personalmente interpreto questo come il primo segno del fatto che Frank Miller abbia perso la testa, ne avrò poi conferma seguendo le vicende editoriali legate a Sacro Terrore. Seriamente Frank. Cosa stai facendo? Sei stato uno dei più grandi scrittori di fumetti di sempre. Hai fatto grandissime cose alla Marvel su Devil, hai fatto enormi cose alla DC su Batman. Cosa ti sta succedendo? Se non siete convinti di quello che dico vi sfido a leggere questo albo, in particolar modo i capitoli 8 e 9 in cui compare Lanterna Verde. Proprio non ci siamo.

Discorso diverso, forse diametralmente opposto, per quanto riguarda i disegni di Jim Lee. Il disegnatore dà il meglio di sé quando disegna personaggi oscuri, come Batman, e questo caso non fa eccezione. I disegni sono superbi, una delle migliori opere di Jim. Sono rimasto davvero a bocca aperta. Tutti i personaggi sono perfetti, vibranti, e la sua interpretazione dei grandi dell’universo DC è geniale e pertinente: non mi sono mai imbattuto (né prima né dopo) in una Wonder Woman così bella e così nobile quanto quella che appare nel capitolo 5, o in una Vicky Vale così provocante e spregiudicata. Stupende anche le sei pagine consecutive della batcaverna. In effetti l’unico valido motivo per l’acquisto di questo volume è vederlo come un grosso libro di illustrazioni di Jim Lee.

         

Quindi, per concludere, non mi resta che dire a Bob Schreck che, se proprio tutto è una questione di fiducia, Frank Miller ha del tutto tradito la mia, almeno nella stessa misura in cui Jim Lee l’ha riconfermata. Spero davvero che questo sia un caso isolato e che Frank si rimetta presto.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Recensione: Proiettili di Zucchero – A Lollypop or a Bullet

Dunque dunque. Oggi ho finalmente preso coraggio e terminato la lettura di questo manga in 2 volumi. Il titolo è Proiettili di Zucchero – A Lollypop or a Bullet, scritto da Kazuki Sakuraba (autrice anche di Gosick che mi guardo bene dal leggere) e illustrato da Igura Sugimoto (che ha prestato le sue matite anche a Variante, probabilmente sentendo il desiderio poi di fracassarsi la testa contro un muro, e Summer Wars). La Panini sembra avere un debole per queste due autrici (credo che siano donne) dato che tutte le opere sopra citate sono edite in Italia dalla suddetta casa editrice.

Ho deciso di recensire questo manga perché offre, a mio avviso, parecchi spunti di riflessione, alcuni dei quali forse interessanti. Ma cominciamo, come al solito, con la trama. La storia narra di una ragazzina di 13 anni (!) e di come cambia la sua vita quando nella sua classe arriva una nuova compagna che si comporta in modo strano. Le due fanno amicizia, ma la nuova arrivata mette continuamente a dura prova il loro rapporto con comportamenti criptici e inusuali in un crescendo di violenza sia fisica che psicologica. Badate bene. Non intendo violenza sessuale da hentai di bassa lega, né la violenza depravata di Garth Ennis, né l’assurda violenza psicologica di MPD Pshyco. La violenza espressa in quest’opera è più fine e allo stesso tempo più reale: genitori che picchiano i figli, risse tra compagni di classe, la pressione che la famiglia della protagonista opera involontariamente su di lei indirizzandola e privandola  delle scelte. Perché il tutto, alla fine della fiera, è una storia di violenza, ma non aspettatevi di vedere del sangue. Niente di splatter. E questo, devo essere onesto, mi è piaciuto parecchio. Il clima da dramma esistenziale che si respira dall’inizio alla fine è ben scritto e sufficientemente coinvolgente.

E questo mi porta al primo spunto di riflessione. Non so che problema abbiano in questo senso gli scrittori del sol levante. D’altro canto è un difetto che ho trovato anche in altre letture. Ma tutta questa trama ben strutturata, tutta la riflessione interiore che ne consegue (la quale tuttavia non mi ha convinto moltissimo ad essere onesti), è affidata a dei ragazzini di 13 anni. SONO. TROPPO. GIOVANI. Trovo irreale che dei bambini di quest’età si immergano dalla mattina alla sera in ragionamenti filosofico-esistenziali tipo “il mondo è affidato agli adulti, e io per quanto ci provi non potrò cambiare nulla” oppure “ma se la vita è una menzogna, allora le mie sensazioni e il mio dolore non sono reali” o ancora “credevo di essere infelice, ma quando mi sono resa conto dell’infelicità altrui mi sono sentita minacciata, la sua infelicità è più profonda della mia”. Queste turbe sarebbe state infinitamente più credibili se a farsi venire il mal di testa a forza di rimuginarci fossero stati degli adolescenti, non dei ragazzini di prima-seconda media. In realtà è questo che rovina, in parte, il fumetto. Ed è un peccato, perché altrimenti saremmo stati di fronte ad una trama coraggiosa, scritta piuttosto bene, che poteva far ragionare e dare da riflettere. Invece a un certo punto tutto perde in qualche misura di credibilità. Peccato.

Per quanto riguarda i disegni devo dire che sono rimasto parecchio colpito. Avevo provato al tempo a leggere Variante, proprio perché lo stile di disegno di mi affascinava, ma alla fine avevo lasciato perdere. In generale qualcosa non era convincente fino in fondo. Devo ammettere che i tre anni passati tra un’opera e l’altra hanno fatto il loro lavoro: le tavole hanno acquistato spessore, i volti sono parecchio espressivi e i retini sono usati (cosa che accade ben di rado) con cognizione di causa. Lo stile è, in generale, molto pulito ma, a guardar bene, le linee non sono definite perfettamente, come se ogni tratto fosse composto da più segni sovrapposti. Davvero ben fatto.

                              

Il secondo spunto di riflessione che vorrei proporre riguarda più l’edizione che il fumetto in sé, quindi se non siete interessati a questo argomento potete anche saltare il paragrafo (non fatelo). Qualcuno mi spieghi il motivo, il pensiero che è passato per la testa agli editori italiani quando hanno deciso di colorare l’esterno delle pagine di blu per il primo volume e di rosa shocking per il secondo. Davvero. Qualcuno me lo spieghi perché da solo non ci arrivo. Non so se anche l’edizione originale fosse così, in ogni caso questa cosa non ha un minimo di senso. Mi ricorda vagamente quanto accadeva un tempo per i manga di Shinichi Hiromoto, che da chiusi apparivano completamente neri, solo che allora un senso c’era. A parte l’estetica, la scelta calzava bene con lo stile e con il contenuto dei volumi. Ma qui? Non vedo il nesso. I volumi costano 7 euro e 50 centesimi l’uno, per un totale di 15 euro, anche per questa stronzata. Se lo scopo era rendere l’edizione più accattivante ai lettori occasionali il prezzo parla da solo, se era tentare di far qualcosa di diverso dal solito bè, avete toppato alla grande. Messi in libreria i due volumi in questione sono un pugno negli occhi e uno schiaffo alla dignità dell’opera. Chi ha deciso questa cosa dovrebbe vergognarsi. D’altro canto sembra che alla Panini con questo genere di cose ci vadano a nozze, vista la ristampa di Death Note

Ecco. Fine della recensione. A me questo fumetto è piaciuto abbastanza e, tutto sommato, mi ha coinvolto. Se lo leggerete fatelo senza pregiudizi e senza prendere alcune cose troppo sul serio, altrimenti ve lo rovinerete. In ogni caso rimane, a mio avviso, una lettura interessante.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Recensione: Flashpoint

Di recente mi è capitato di leggere questo volume. Flashpoint. Titolo altisonante per quello che doveva essere l’ultimo crossover DC prima dell’annunciato reboot. Forse proprio per l’imminente rilancio dell’universo in questione, forse a causa di una pubblicità ingannevole, mi aspettavo che fosse l’evento “conclusivo” della continuity in corso atto a giustificare gli imminenti cambiamenti. Per questo motivo la recensione di questo fumetto, e la conseguente valutazione, è strettamente legata a ciò che in seguito è accaduto nelle testate regolari. Ma andiamo con ordine.

La trama. Barry Allen, alias Flash, si sveglia in un mondo alternativo in cui lui non è un supereroe, in cui sua madre è ancora viva, in cui Aquaman e Wonder Woman si muovono guerra rischiando di scatenare l’apocalisse. Il nostro eroe cercherà quindi di capire cosa sta succedendo e, se possibile, di rimettere le cose a posto. Il tutto è scritto, quasi sempre, molto bene dal talentuosissimo Geoff Johns, che sa cosa scrivere e come scriverlo. Quasi sempre, almeno. Infatti il più grosso problema di quest’opera, seppur godibile, è che non è né carne né pesce. Mi spiego meglio: tutto si svolge come fosse un immenso “what if” e così sarebbe stato se avessero voluto mantenerlo tale, senza dover per forza dare una parvenza di giustificazione al reboot imminente. Fosse stata una semplicissima graphic novel dedicata a Flash tutto sarebbe andato per il meglio perchè gli elementi ci sono tutti: le versioni alternative dei big del mondo DC sono affascinanti, non scontate e si muovono con coerenza in un mondo che sembra un’immagine deformata del nostro. Fine. Tutto bene.

E invece no, perché ad ogni costo si è voluto cacciarci dentro delle specie di rimandi, di anticipazioni, di quanto sarebbe accaduto a breve a livello editoriale. E anche questo sarebbe potuto andar bene, eccezion fatta per un paio di pagine verso la fine. Fine. Tutto bene. E invece, di nuovo, no. Perché di tutte le cose accennate o marcate in quest’opera non si è visto nulla nel successivo reboot: Bruce Wayne che reagisce in un qualche modo alla lettera di suo padre, queste fantomatiche diverse linee temporali che minacciano non si sa cosa… Niente di niente. In questo senso, soprattutto rileggendo Flashpoint a distanza di un anno dall’azzeramento delle testate, si resta un po’ perplessi. Quindi ecco il mio consiglio. Flashpoint è una bella storia che funziona ed è davvero godibile da leggere, anche se come me non siete grandi amanti né conoscitori dell’universo del corridore scarlatto. Prendetela in questo modo e solo in questo: una bella storia a sé stante, slegata da continuity e altre amenità.

Il tutto è ben disegnato da un Andy Kubert in forma che ci mostra uno stile piuttosto aggressivo. La dinamicità dei disegni, inoltre, si adatta bene a un personaggio come Flash per il quale il dinamismo (sia a livello narrativo che grafico) è fondamentale: basta poco per passare da “Wow! Che tavola dinamica di Flash in corsa” a “Mmm, sembra la statua di uno che corre”. Purtroppo non sono ancora riuscito a procurarmi gli speciali legati all’evento di Batman, Lanterna Verde e Wonder Woman/Aquaman che mi rendo conto, tuttavia, possano essere piuttosto importanti; in particolar modo quello di Lanterna Verde, personaggio che trova troppo poco spazio nella testata principale. In generale mi sento comunque di consigliare questo volume (soprattutto ai fan DC), anche se a dovergli dare un voto da uno a cento non  mi sbilancerei oltre 75. Se riuscirò a recuperare gli speciali magari ne riparliamo…

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Recensione: Uchu Kyodai – Fratelli nello Spazio

Ultimamente mi sono chiesto quale sarebbe stato il primo fumetto che avrei recensito. Sarebbe stato un manga oppure no? Una serie in corso o una vecchia gloria? Gli ultimi giorni, passati a scrivere l’analisi delle anteprime mi hanno lasciato il tempo necessario per prendere una decisione. Alla fine ho optato per il manga che, negli ultimi tempi, più mi ha coinvolto e affascinato. Dunque cominciamo.

Fin da piccoli ognuno di noi si è sentito dire più volte che non bisogna giudicare un libro dalla copertina. Questa banalità che spesso viene applicata e adattata ai più disparati ambiti della vita quotidiana ben si adatta a Uchu Kyodai, manga di Chuuya Koyama edito da Star Comics. Il primo volume, uscito in Italia ormai un paio d’anni fa, l’ho comprato quasi per sbaglio: la sua copertina olografica gridava bimbominkiata a gran voce, e ciò mi aveva piuttosto spaventato. Preso il volume e sfogliatolo, poi, mi sono trovato davanti a uno stile di disegno strano, difficile da descrivere, così per un attimo ho pensato davvero che fosse la solita “stupidaggine da Star Comics”. E invece no. Questo è IL manga degli ultimi anni. Se dovessi fare una classifica dei più bei fumetti giapponesi degli ultimi, diciamo, cinque anni si classificherebbe tranquillamente al primo posto.

Mi riesce difficile spiegare chiaramente il motivo per il quale questo fumetto è così bello. Il fatto è che è bello e basta, non c’è un vero e proprio perché. L’intreccio narrativo scorre naturalmente, emozionando e trascinando il lettore senza che se ne renda conto. Più che star leggendo un fumetto di fantasia si ha spesso l’impressione di ascoltare un vecchio amico che ci racconta la sua storia. Nonostante alcune scene assurde, al limite del comico, o scene terribilmente drammatiche non si ha mai l’impressione di leggere qualcosa di artefatto, che sia stato cacciato dentro la trama a forza; perché è come se tutto fosse successo davvero ai protagonisti. E tutto ciò è meraviglioso. La trama è molto semplice: ci sono due fratelli. Uno è un astronauta, l’altro sta guardando la sua carriera fallire miseramente così decide di tener fede a una vecchia promessa e diventare anche lui astronauta. Punto. Questa è la miglior spiegazione che posso dare, un po’ per non rivelare dettagli che è bene scoprire leggendo, un po’ perché qui sono più importanti le situazioni che si vengono a creare, a volte quasi per caso, piuttosto che la trama in senso stretto. Si potrebbe dire “come succede nel mondo reale”: poche volte ci capita di vivere “grandi avventure”, più spesso ci rimangono impressi nella memoria piccoli eventi quotidiani che hanno però qualcosa di particolare, di importante per noi. Tutto ciò farà affezionare il lettore ai personaggi, anche a quelli che compaiono per poco tempo, o glieli farà odiare nel caso siano delle figure “negative”; lo farà ridere o commuovere quando serve, lo farà preoccupare o tranquillizzare. E anche questo è meraviglioso.

Per tornare allo stile di disegno… Devo ammettere che all’inizio non mi ha particolarmente convinto, tuttavia con il procedere dei volumi si impara ad apprezzare l’estrema espressività dei personaggi e la cura dedicata ad alcuni dettagli, anche a scapito del “realismo fotografico”.

Che altro dire. Questo è un manga eccezionale, del tutto fuori dalla norma (soprattutto per lo scarso livello qualitativo a cui siamo abituati negli ultimi tempi). Esce grossomodo ogni due mesi, al prezzo di 4,90€. E se li merita tutti. Non posso che consigliarlo a gran voce a chiunque, soprattutto ai sedicenti appassionati di manga che potrebbero trovare, tra un ninja vestito in modo improbabile e un vampiro dalla dubbia sessualità, un prodotto veramente di qualità.

E se non l’aveste ancora capito, tutto ciò è meraviglioso.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Analisi: Anteprima/Mega di febbraio 2013: Altri editori

Abbiamo visto le anteprime, le novità proposte dalla Panini e dalla sezione Lion della RW. In questo articolo conclusivo diamo un’occhiata al resto delle pubblicazioni proposte nelle riviste di questo mese. Forse alcuni si stanno chiedendo cosa rimane da analizzare, e in effetti qualche volta me lo chiedo anche io. Cosa resta? In effetti poca roba, soprattutto tolte le novità GP e J-POP sulla cui rivista specializzata fatico ogni mese a mettere le mani (un po’ per difficile reperibilità, un po’ per il prezzo smodato che ogni volta mi scoraggia). In effetti il mercato, al di fuori dei due mostri già analizzati, è un po’ stantio, con la Magic Press che pare sparita quasi nel nulla e la Star Comics che… Vabè, meglio lasciar perdere.

La prima novità consistente arriva dalla RW Goen, con Batman Death Mask. Esattamente: un manga sull’uomo pipistrello. Potrebbe sembrare sconvolgente, tuttavia il volume è disegnato dall’immenso Katsuhiro Otomo (autore, tra gli altri, di Akira) che aveva già illustrato una storia del crociato di Gotham nella spettacolare raccolta Batman Black and White. Mi aspetto buonissime cose da questo volume. C’è poi la raccolta di storie brevi di Kazuya Minekura, autrice di Sayuki. Sono francamente un po’ dubbioso su questo volume: Sayuki è davvero un gran bel fumetto, ben scritto e ben disegnato; tuttavia era una saga piuttosto lunga, con più di 20 volumi in cui sviluppare la narrazione e non sono sicuro che l’autrice sappia rendere bene anche nel formato “racconto breve”. Vedremo.

Si passa alla Saldapress, forte del successo americano di The Walking Dead, al primo posto nelle classifiche di vendita del 2012. Il direttore editoriale, in un paragrafetto proprio sull’argomento ridefinisce il concetto di “adagiarsi sugli allori”: (testualmente) il modo migliore per Saldapress di festeggiare la ricorrenza (il decennale della serie) è proseguire sulla linea del successo che sta mietendo l’edizione da edicola. Niente di nuovo, insomma. Con l’unica variazione che, come alcuni speravano e molti temevano, la presenza dell’autore/editor Robert Kirkmann si sta facendo sempre più rilevante. La Bao Publishing ci regala l’ultima stramberia di Alan Moore, a conferma delle ottime scelte editoriali recenti di questa casa editrice che sembra voler dire a ogni pubblicazione “pochi ma buoni”. A tutti quelli che si stanno chiedendo se lo sciamano si sia bevuto il cervello a mescolare il capitano Nemo con Lovecraft rispondo: 1) si, si è bevuto il cervello, 2) ad Alan Moore ci si crede più che alla mamma (per citare un mio professore di fisica), quindi ci si fida di lui. Da Italycomics ci arriva un esempio di onestà da premiare: “il disegnatore è cambiato e quello nuovo fa quel che può”. Complimenti a Paolo Accolti. Vorrei davvero sentire più spesso parole di questo tipo. L’unica novità degna di nota dalla Magic Press è la ristampa, finalmente, del primo volume di Metal Gear Solida quanto ricordo esaurito da sempre.

E adesso cominciano i dolori. Il nulla scintillante che ci propone la Star Comics ogni mese sta diventando imbarazzante. Quella che un tempo era la prima casa editrice di manga in Italia ora sembra lo spettro di se stessa. Non so cosa sia successo esattamente a livello editoriale negli ultimi anni, non so i motivi per i quali i Kappa Boys se ne siano andati, o siano stati allontanati. Resta che la situazione si sta facendo imbarazzante. Eccezion fatta per un paio di vecchissime glorie in corso di pubblicazione ormai da più di un decennio (Oh, Mia Dea!, Zetman e poco altro) e per l’unico fumetto relativamente recente davvero degno di nota (Uchu Kyodai) non c’è davvero niente di niente. Perfino gli shojo, che ultimamente si stanno rivelando di scarsa qualità un po’ dappertutto, sono sotto la media. Non so che dire. L’unica serie nuova di questo mese che parrebbe leggibile è Prison School, anche se le premesse perché si riveli una porcheria ci sono tutte: un pretesto idiota per far convivere, tra divieti assurdi, pochi giovani uomini in mezzo a infinite ragazze presumibilmente arrapate. Sembra una trama da film porno di bassa lega. Agli editori consiglierei di darsi una svegliata, e in fretta. La Panini è ormai inarrestabile e il divario, sia qualitativo che quantitativo, con la GP si sta facendo incolmabile.

Ecco. Fine delle analisi delle novità. Da domani potremo finalmente partire con qualcosa di più interessante.

Analisi: Anteprima di febbraio 2013 – Panini

Continuiamo l’analisi delle novità che ci vengono proposte questo mese con la casa editrice italiana più prolifica in assoluto: la Panini. Vorrei iniziare da un articolo riguardante il progetto Marvel Now! proposto a pagina 20. Su questo articolo ho due riflessioni da fare. Primo. Tale MML, scrittore del suddetto articolo, chiede ai lettori, o meglio intima ai lettori, di non chiamare “reboot” il progetto Marvel Now!. Perchè questo non è un reboot, è un rilancio. L’infinita arroganza Marvel-Disney giunge qui al suo apice. “Noi siamo la Disney, siamo pieni di soldi. Non facciamo cose da pezzenti come i “reboot”, noi facciamo i “rilanci””. Questa linea di pensiero, in chiaro finto sdegno della politica DC, merita da sola un mare di insulti. L’idea di fondo è “Noi siamo migliori della concorrenza. E non dimentichiamoci che siamo pieni di soldi.” Dunque. Lo sappiamo che siete pieni di soldi, e forse siete gli unici ad esserlo in un mercato in crisi. Ma non ponetevi sopra un piedistallo. Per favore. Dopo la defecazione cartacea che è stata Fear Itself; dopo aver ucciso Nick Fury Senior; dopo aver fatto prendere il suo posto a un tale uguale a Samuel L. Jackson, presunto figlio di Nick Fury Senior che però si chiama pure lui Nick Fury; non ve lo potete permettere. E infine arriva il “rilancio”. In pratica alcune testate ripartiranno da 1, nasceranno nuove serie regolari, cambieranno dei costumi, l’universo verrà svecchiato per attirare nuovi lettori e, sperabilmente, verrà licenziato per demerito Dan Slott. Un reboot, insomma. Siete uguali a tutti gli altri. Solo con più soldi. Secondo. L’articolo prosegue con l’annuncio che in occasione di Marvel Now! alcune testate verranno rese monografiche. Ben arrivati! Finalmente potremo comprare la testata Devil senza dover prendere per forza pure Ghost Rider. Se il prezzo di copertina calerà di pari passo con il numero di pagine degli albi questa potrebbe rivelarsi la migliore idea editoriale del decennio.

Ma passiamo alle novità. La prima è Marvel Now! Point One. Un volume da 56 pagine  che dovrebbe presentare il nuovo universo Marvel. Beh, di certo non sarà prolisso. Questo volume probabilmente inutile bisognerà tuttavia comprarlo, temo, perché dovrebbe/potrebbe servire a farci capire quali nuove testate varrà la pena seguire. Dovrebbe essere una sorta di trailer, ma non aspettatevi nulla di che.

C’è poi la consueta sfilata di serie regolari, ristampe inutili e una nuova serie (Il soldato d’Invernoche sarebbe interessante leggere anche solo per capire come si colloca nella continuity dettata da Fear Itself. “Bucky non è morto, ha solo rinunciato alla sua vita per tornare a essere l’arma segreta più potente del mondo”, provo emozioni complicate da descrivere nel leggere queste righe…

A questo punto arriva quella che secondo gli editori, immagino, doveva essere la notizia del secolo. La ristampa di House of M. Dunque. Dell’argomento ristampe parleremo in altra sede. Mi limito a dire che, dopo lo spillato, l’Omnibus e la raccolta da edicola, forse non c’era la necessità anche di questa edizione. Di certo chi non ha avuto modo di procurarsi a suo tempo una delle tre versioni di cui sopra comprerà questa, ma non era meglio fare in modo che non si esaurissero le precedenti? Almeno la stampa da edicola? Stesso discorso per Civil War in arrivo a fine anno. Nessun possedente dell’Omnibus comprerà questa edizione economica e incompleta, e la maggior parte dei non possedenti avrebbe preferito comprare l’Omnibus piuttosto che questa edizione economica e incompleta. Bah.

Niente da segnalare nella sezione PANINI COMICS (diciamo le cose non Marvel) tranne Zaya, anche se visto il prezzo probabilmente sarà meglio sfogliare il volume prima di ordinarlo ad occhi chiusi.

La sezione manga ci riserva invece… un’altra RISTAMPA! Trattasi in questo caso di Ken il Guerriero, i cui diritti sono probabilmente stati raziati dal corpo morente della D/Visual. Per carità, in questo caso forse aveva senso riproporre un’altra incarnazione di un fumetto che ha oramai trent’anni, però mi lascia perplesso che la notizia bomba del mese sia, per l’ennesima volta, una ristampa. Il tutto è accompagnato dagli speciali inediti in italia dai quali, mi è parso di capire, sono stati tratti gli ultimi lungometraggi animati. Ma a questo punto una domanda sorge spontanea: non si poteva pubblicarli nello stesso formato della serie classica? Così, giusto per dare continuità all’edizione. Nuovamente. Bah. In seguito non c’è nulla di esaltante. L’ennesimo survival manga stile Battle Royale, l’ennesimo shonen con “i potenti guerrieri e i golem di roccia”, un nuovo fumetto dall’autore di Black Lagoon che a leggerne la trama ti aspetti sia una serie da millemila numeri e invece è un autoconclusivo. Ah! Quasi dimenticavo Io sono un Lupo. Non commettete il mio stesso errore. Dimenticatelo del tutto, non solo quasi.

Degnissimo di nota è invece il volume The art of Kiki’s Delivery Service, assolutamente da non perdere nonostante il prezzo (25€). Spero vivamente che questo volume sia il primo di una lunga serie, dato che la maggior parte degli artbook dei film di Miyazaki sono inediti in italia. Se tra un artbook di Naruto e l’altro ogni tanto ci infilano uno di questi ci fanno un gran favore.