Planetes, rifiuti nello spazio. Ma non solo

È tempo di una nuova recensione, e a fagiolo capita che ho appena finito di leggere la ristampa in grande formato di Planetes, di Makoto Yukimura. Su questo fumetto si può fare più di una riflessione, mi è parso interessante sotto molti punti di vista, quindi cominciamo.

Esiste un genere di manga, di gran moda negli anni 80, che non è del tutto corretto definire sci-fi ma che è più simile alla fantascienza classica, stile Asimov per capirci, a cui Planetes alla fine della fiera appartiene. La cosa strana è che per qualche ragione tale genere è sempre stato visto, e si è sempre posto, come lettura “per adulti”. Non “per adulti” nel senso classico del termine, badate bene, non c’è iperviolenza né sesso sfrenato. “Per adulti” perché sono quasi sempre letture impegnative, con molti dialoghi o molti silenzi, e con una grafica vecchio stile: tutto questo le rende poco appetibili ai giovani che cercano sempre più spesso narrativa veloce, ricca di colpi di scena, ma sostanzialmente con poco contenuto. Di recente, tuttavia, capita che escano titoli fantascientifici dedicati a un pubblico più eterogeneo e, generalmente, con meno pretese: Planetes è uno di questi. La trama è piuttosto semplice. Hachirota Hoshino lavora come raccoglitore di detriti che orbitano attorno alla Terra, lavoro che peraltro tra qualche anno esisterà davvero, con il sogno di comprarsi una sua astronave. Da questo punto di partenza la trama scorre dolcemente e senza forzature con vari capitoli che analizzano la storia dei comprimari o la situazione politica terrestre, in un crescendo di situazioni che porterà il protagonista su Giove. Mi è piaciuto molto il coraggio dell’autore nel lasciare in secondo piano, di quando in quando, i personaggi principali per narrare episodi collaterali che, in una visione d’insieme, definiscono e aggiungono credibilità al mondo in cui avviene la narrazione. Di tanto in tanto ci saranno dei lunghi flashback dedicati ai vari personaggi secondari che ci faranno meglio apprezzare il loro comportamento nel presente, oppure cambi di focus per farci capire diverse opinioni su eventi particolarmente importanti (attentati, incidenti, opportunità). Nonostante si tratti di un’opera piuttosto corta, l’edizione Deluxe in 3 volumi raccoglie i 4 tankobon originali, arrivati alla fine si ha l’impressione di essere riemersi da un’universo organico, vivo e coerente.

Il disegno non mi è piaciuto particolarmente. Non è che sia brutto, intendiamoci, e negli ultimi tempi mi sto pure abituando a standard piuttosto bassi, è che dall’autore di Vinland Saga mi aspettavo un qualcosa di più. I personaggi sono comunque espressivi, ma la loro caratterizzazione è piuttosto blanda e, cosa che non ho sopportato, cambia man mano che l’opera prosegue: non sono riuscito a capire il motivo per cui Hachirota è biondo nel primo capitolo, mentre ha i capelli scuri dal secondo in poi. Il fatto poi che venga chiamato alle volte Hachimaki e alle volte Hachirota non capisco se sia un errore di traduzione o se sia voluto. Tornando al disegno, lo stile guadagna molti, moltissimi punti se ci focalizziamo sugli sfondi e sul design delle astronavi: davvero ben fatti.

Qualche nota sull’edizione italiana. Chi segue questo blog da un po’ di tempo avrà ormai intuito la mia avversione per queste riedizioni, tuttavia in generale è un bene che un fumetto esaurito ritorni disponibile. Se la ristampa però viene venduta come edizione “deluxe”, in grande formato (peraltro vagamente scomodo da tenere in mano) e dal costo considerevole, mi aspetto una qualità proporzionata. Non è esattamente questo il caso. C’è una scena in cui i personaggi parlano lingue differenti ma, invece che usare l’italico per l’inglese e i caratteri normali per il giapponese come si usa di consueto, qui si usano gli stessi caratteri mettendo alla fine di ogni baloon tra parentesi “in inglese” o “in giapponese”, davvero insopportabile. Come è davvero insopportabile la specie di corsivo usato nei dialoghi di sfondo o nelle scritte fuori baloon, che in certi punti è addirittura di difficile comprensione. Ma la cosa che più mi ha infastidito sono le pagine a colori. Ogni capitolo del fumetto, ad eccezione dei capitoli da 21 a 24, inizia in originale con delle pagine a colori. Queste sono tutte riproposte nell’edizione italiana, eccezion fatta per il capitolo 2 dove le suddette pagine sono in bianco e nero presentando così quella specie di scala di grigi sfumata tipica di quando una cosa a colori viene stampata in bianco e nero. Allora. per come la vedo io se ti prendi la briga di stampare un fumetto come questo (vagamente di nicchia, stando ai dati di vendita) in un edizione di lusso, mettendoci le pagine a colori, lo devi fare per tutte, non puoi saltarne qualcuna. Così sembra proprio che sia una dimenticanza dovuta a scarsa attenzione (o poca professionalità, ma non credo sia questo il caso) che affossa il valore dell’edizione. Peccato.

In ogni caso mi sento davvero di consigliare questo fumetto a tutti. Ma proprio tutti. Trovo che possa essere un ottimo ponte tra gli shonen leggerini che ultimamente vanno per la maggiore e qualcosa di un po’ più complicato; senza essere, allo stesso tempo, una lettura troppo impegnativa. I 3 albi di questa ristampa scorrono via molto leggeri e sapranno coinvolgervi con il loro mix di realismo, fantascienza e personaggi a metà tra caricature e persone reali. Davvero molto molto ben fatto.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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The Fucking Frogman, senza parole

Immagine di copertina, dalla pagina DeviantArt di Marco Pagnotta, colorista. Visitatela, mi raccomando!

Sono finalmente riuscito a procurarmi gli altri due albi targati BookMaker Comics di cui parlavo qualche tempo fa nella recensione di Nerd BashThe Fucking Frogman Land of the Brave. Di quest’ultimo parleremo tra un po’, vi anticipo solo che fra i tre era quello in cui riponevo più speranze e, allo stesso tempo, quello che mi è piaciuto meno (nonostante i presupposti siano interessanti e abbia tutta l’intenzione di continuare a seguirlo). Oggi parliamo dell’altro. Oggi parliamo dell’Uomo Rana. Del fottuto Uomo Rana.

Sono rimasto completamente spiazzato da questo fumetto. Ad esser sincero l’idea non mi dispiaceva ma non riuscivo a capire come potesse uscirne qualcosa di interessante. Questo fino a quando non l’ho comprato, e sfogliato. E letto. Questo fumetto è fottutamente epico. Inizio scusandomi per il linguaggio grezzo di quest’articolo, il fatto è che è il fumetto stesso ad esser scritto così, volevo adattarmi un po’. Dicevamo. Epico. L’incipit è ai limiti della genialità, e fomenta il lettore catapultandolo in questo strambo mondo il cui supereroe è uno sciroccato (sembra) che va in giro travestito da rana.. Non si sa perché lo faccia. Il protagonista era un semplice soldato in missione in Afghanistan, dove qualcosa di tragico ha mutato la sua coscienza fino a farlo diventare (per usare le parole di Anteprima) una specie di ecoterrorista. L’albo presenta vari flashback che cominciano a delineare la storia passata del nostro eroe ma siamo solo all’inizio e, come specificato nell’introduzione, non è ancora giunto il momento di sapere tutta la verità. Ma, sempre come scritto nell’introduzione, poco importa. Abbiamo altro a cui pensare: un pazzo vestito da uccello sta avvelenando i poveri pennuti per qualche torto che ha subito dagli uccelli stessi. Il risultato è che piovono volatili. Quindi un altro pazzo vestito da rana deve intervenire.

Il problema principale di quest’albo è, come nel caso di Nerd Bash, il formato. Le 23 pagine che compongono questo primo numero scorrono via velocissime, e questo è positivo da un lato perché significa che la narrazione funziona, ma allo stesso tempo si ha la sensazione di aver letto troppo poco, e il mese che ci separa dal numero 2 è lento a passare. Temo che questa dilatazione dei tempi possa influire sulla fruibilità e sulla piacevolezza dell’opera, anche se comprendo le difficoltà legate a disegnare più pagine in un mese. In ogni caso, rispetto alla storia dei nerd, qui ci troviamo di fronte ad un problema opposto: se in Nerd Bash le prime pagine erano colme di espedienti che rendevano il numero uno una sorta di antipasto per far partire la storia vera e propria, The Fucking Frogman si lancia a capofitto nella narrazione, che parte velocissima tanto da spingermi a chiedermi quanto questo ritmo potrà durare. Ho fiducia negli autori, quindi spero per un bel po’, se così fosse avremmo per le mani un piccolo capolavoro.

A leggere le avventure dell’Uomo Rana si ha l’impressione di avere per le mani l’opera di un Garth Ennis un filo più posato, e questo mi piace molto: nonostante l’uso costante di termini “volgari” e “parolacce” (del tutto in linea con il tono della narrazione) e nonostante la presenza assidua di scene violente o al limite del verosimile, non si ha mai l’impressione che una scena sia stata inserita forzatamente. L’iperviolenza di Ennis, soprattutto nelle sue ultime opere (qualcuno legge Crossed?), alle volte, per non dire spesso, risulta fastidiosa e forzata, come se l’autore sentisse in un qualche modo il morboso bisogno di sconvolgere il lettore esagerando costantemente, passando sempre il limite, anche a scapito del buon senso. Qui non è così, e non posso che complimentarmi con Massimo Rosi e con Matteo Gerber, gli scrittori, per non aver ceduto alla tentazione di strafare in maniera innaturale. Anche i disegni di Mario Cocciolone mi sono piaciuti parecchio: lo stile vagamente deformed dei personaggi ben si adatta alla trama e le tavole sono dinamiche e animate al punto giusto, anche se un paio di vignette mi sono risultate poco chiare. Il character design è semplicemente splendido e non dirò altro a riguardo.

Che altro dire? Mi sono veramente entusiasmato nel leggere questo fumetto. Ha pienamente ripagato la fiducia che avevo riposto nella nascente BookMaker Comics, facendomi divertire con qualcosa di insolito: era un po’ che cercavo qualche fumetto “indie” (passatemi il termine) davvero ben fatto, ed eccolo qua. Alcuni dubbi rimangono, per carità: sul costo e sul formato degli albi e sui tempi editoriali di pubblicazione, nonché sulla distribuzione (ho davvero faticato a trovare questi fumetti io che li stavo cercando, credo che sia difficile per il lettore occasionale imbattercisi per caso). Ma su tutti questi problemi, almeno per ora, sono più che disposto a passar sopra considerando la giovanissima età della casa editrice. In ogni caso, questo fumetto è fottutamente consigliato. Cercatelo, compratelo e soprattutto leggetelo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi aventi diritto)

Midnight Nation, storia di un viaggio

Copertina dell’edizione italiana

Date le continue richieste (e dato che di recente ho recensito soltanto manga) mi vedo costretto a recensire un’opera del nostro J. Michael Straczynski. La graphic novel (passatemi il termine) di cui vorrei parlare quest’oggi si intitola Midnight Nation, edita da Panini Comics che di recente ha reso disponibile una nuova edizione (strano eh?) in formato Omnibus. Badate bene, non Omnibus come i grandi volumi a coi siamo abituati ad attribuire questo termine, bensì nel senso di raccolta in volume unico contenente tutta la trama principale più un capitolo speciale alla fine. L’edizione in realtà non è nulla di che: non che sia brutta per carità, e nemmeno particolarmente costosa (anzi, data la mole 25 euro non sono neanche troppi); solo che non è proprio un volume bello, né per l’immagine di copertina la cui scelta poteva essere migliore, né per dettagli tipografici tipo qualità di carta eccetera. Comunque passiamo oltre.

La trama è parecchio incasinata ed è molto difficile raccontarla senza fare troppi spoiler. David è un poliziotto che, durante un’indagine per omicidio, comincia a notare qualcosa di insolito ma, purtroppo, finisce in coma. Quando si risveglia scopre di essere finito, come gli viene successivamente detto, “tra le crepe”, una sorta di mondo nel mondo in cui tutti sono come invisibili alle persone normali. Chiunque si trovi lì è lì per un motivo che, in qualche modo, lo ha reso invisibile o insignificante agli occhi della gente comune. Comunque. Ci sono delle specie di entità cattive, dal character design piuttosto blando a dir la verità, detti “gli Uomini” che sembrano aver rubato l’anima al povero David, che ha grossomodo un anno di tempo per recuperarla o diventare come loro. Comincia così un lungo viaggio a piedi attraverso gli Stati Uniti (quelli tra le crepe, però) in compagnia di Laurel, la sua guida. L’inizio, seppur intrigante nell’idea, si porta costantemente dietro una sorta di sensazione di già visto e il appare subito per quello che è: un pretesto messo giù in maniera nemmeno troppo velata per giustificare la parte centrale del racconto. Ed è proprio in questa parte centrale, in cui David e Laurel si mettono in viaggio, che l’opera comincia a prendere corpo per diventare parecchio interessante. I due imparano, pian piano, a conoscersi e poco alla volta il lettore scopre dettagli sul loro passato e sul passato degli altri personaggi che si incontrano lungo la strada. Il tutto intriso da un vago fascino da lettura “On the Road” che non guasta mai. Peccato per il finale che, per essere onesto, non mi ha convinto fino in fondo: il finale vero e proprio è piuttosto banale, mentre le pagine in cui tutto viene spiegato e nelle quali l’intera vicenda dovrebbe essere spiegata sono complicate e criptiche a sufficienza da obbligare a una seconda lettura.

I disegni di Gary Frank non sono al massimo delle sue possibilità e il suo stile, a mio avviso, non si adatta perfettamente alla trama e all’atmosfera, ma nulla di sconcertantemente sbagliato. In definitiva questo fumetto è davvero insolito, come la maggior parte dei fumetti di Straczynski (autore che personalmente trovo parecchio interessante): comincia in maniera abbastanza banale per finire con un accelerazione nel ritmo molto marcata che porta ad un finale al contempo scontato e criptico. Ma è nella parte centrale, come già detto, che la trama decolla. Qui il ritmo è impeccabile, i dialoghi davvero ben scritti. In queste pagine il lettore si immerge pian piano nel mondo attraversato da David e ne condivide il graduale cambiamento interiore ed esteriore comprendendo poco alla volta la complessa realtà del mondo “tra le crepe” e la psicologia dei vari comprimari (alcuni dei quali davvero molto azzeccati). A mio avviso il fumetto merita parecchio (anche se forse limitatamente a questa parte): è una lettura intensa, ma scorre via senza difficoltà trascinando il lettore nella comprensione dei personaggi. Consigliato? Tutto sommato direi di sì: se siete consapevoli dei pregi e dei difetti di quest’opera non potrà che coinvolgervi e piacervi. In caso contrario potreste rimanere delusi. Dico potreste perché io l’ho comprata a scatola chiusa e, alla fine, non mi è dispiaciuta affatto. Provare per credere.

(tutte le immagini appartengono ai loro rispettivi proprietari)

Continuity, questa sconosciuta – Parte II

Facciamo un attimo un riepilogo. Ieri abbiamo visto che possiamo “aprire” il concetto di continuity in tre sottocategorie principali: continuity spaziale, temporale e “con il mondo esterno”. Abbiamo anche visto i problemi di pubblicazione legati a quest’ultima tipologia e ci stavamo chiedendo se ci fossero altri problemi, oltre a quello legato si può dire all’età dell’eroe che, come abbiamo visto, non è particolarmente rilevante a conti fatti.

In effetti altri problemi ci sono eccome e dipendono dalla componente temporale e da quella spaziale, nonché dalla loro interazione. È chiara, a questo punto, la necessità che direi essere praticamente assoluta di un qualche tipo di coerenza (in particolar modo temporale) all’interno di una testata e, in realtà, tra tutte le altre testate dello stesso universo. Per riprendere l’esempio di ieri, se in quel numero 10 di Batman la nostra Barbara Gordon rimane paralizzata, essa dovrà apparire paralizzata in tutti i numeri successivi non solo di Batman ma anche di ogni altro albo dello stesso universo (Superman, Lanterna Verde eccetera). Questo a meno che un preciso evento non spieghi il motivo di un’eventuale cambiamento di status: se Barbara viene curata, evidentemente potrà tornare a camminare. Ma in questo caso DOVRÀ tornare a camminare in ogni altra testata. Insomma. Bisogna essere coerenti ovunque. E questo, come dicevo ieri, è bene: dà senso di unità e di realismo alle vicende e non confonde il lettore. Tuttavia tutto ciò si tira dietro almeno 3 problemi.

1) Un qualunque scrittore che si trovi a scrivere, per la prima volta o anche dopo anni di lavoro ininterrotto, su una testata dovrà avere una conoscenza titanica di tutto quanto è successo prima del suo arrivo nell’universo in cui quella testata si colloca. Questo problema è in parte (in realtà spesso in maniera fasulla e illusoria) risolto operando delle azioni di reboot più o meno evidenti.

2) C’è bisogno di molta più cooperazione e molto più dialogo tra gli autori che scrivono storie su testate diverse ma che narrano eventi contemporanei. Il rischio altrimenti, e purtroppo molto spesso si vedono cose simili, è che Batman sia simultaneamente impegnato sia a Gotham City che, per dirne una, nello spazio assieme alla JLA. O, giusto per parlare un pochetto anche di Marvel, che Cap stia gestendo il disastro contro gli X-Men e allo stesso tempo sia in una navicella assieme ai Guardiani della Galassia a salvare l’universo da Thanos. Queste incongruenze narrative spesso sono giustificate dagli autori dicendo che la loro storia avviene, per esempio, in un futuro non troppo lontano nonostante sia pubblicata simultaneamente ad un’altra; ma se così fosse sarebbe meglio saperlo prima. Tutto ciò può essere evitato, con sforzo relativamente basso, assegnando la direzione generale delle testate a un editor o a un autore molto competente che dia le linee guida a chi scrive le rispettive testate, anche se ciò limita la libertà d’azione degli autori.

3) Ultimo ma non meno importante, questo problema è una versione del punto numero 1 che riguarda, tuttavia, non gli autori ma i lettori. Qualsiasi persona volesse iniziare a seguire una nuova testata dovrebbe possedere un certo grado di conoscenza di tutta la continuity ad essa collegata. Ad esempio se io volessi cominciare ora a seguire l’universo Marvel, per esempio la testata Avengers, dovrei recuperare e leggere una serie di opere precedenti (diciamo stando strettini da House of M in poi) che coprono pubblicazioni di una decina abbondante d’anni. Questo è economicamente e praticamente impossibile nella maggior parte dei casi. Questo problema viene aggirato dall’inserimento, alle volte forzato, di punti d’ingresso per nuovi lettori in cui magari si fa un riassunto, breve quanto basta, per godere le letture successive degli eventi importanti successi nel passato recente. Inoltre la continuity “ufficiale” viene man mano alleggerita in maniera naturale e quasi invisibile: a meno che un evento non sia incredibilmente importante (per esempio Civil War per l’universo Marvel o Sinestro War per Lanterna Verde) via via che il tempo passa ad esso si fanno sempre meno riferimenti fino a che averlo letto oppure no non influisce in nessun modo sulla fruibilità al lettore dell’opera attuale.

Tuttavia tutti questi “accorgimenti” non bastano: spesso gli autori perdono un po’ il controllo della situazione (quanto detto riguardo i Vendicatori sta succedendo ora) e i lettori, in particolar modo i neofiti, troppo spesso si sentono scoraggiati o restano spiazzati di fronte all’immane mole di conoscenza necessaria a leggere per bene un opera.

C’è inoltre un’altro problema, questo collegato prevalentemente all’aspetto spaziale di continuity, che è del tutto economico. Ogni volta che c’è un crossover, o un maxievento come dicono alla Marvel, esso toccherà più o meno pesantemente tutte le testate di quell’universo. Per leggere e comprendere a fondo un evento come AvX, per esempio, non sarà quindi sufficiente leggere soltanto la miniserie omonima, perché è troppo ridotta e dà soltanto una visione generale degli eventi. Bisognerà necessariamente leggere anche Capitan AmericaThorIron Man, Avengers, X-Men e Wolverine e gli X-Men, nonché AvX Versus per essere pignoli. Facendo anche solo una stima è evidente come la spesa mensile diventa in questo modo molto consistente, e anche questo può spaventare il lettore per esempio di manga abituato a comprare un albo contenente tutto quanto serve per la comprensione della storia.

Ma allora perché, se tutto è così complicato, qualcuno dovrebbe voler infilarsi in questo mondo? Per entrarci bisogna leggere un sacco di roba preliminare per farsi una cultura di base, leggersi le principali opere del passato dei vari personaggi per poter comprendere il loro comportamento attuale, comprare moltissime testate tutte intrecciate tra loro per apprezzare a fondo le varie sfumature di ogni opera, tenersi informati anche sulle testate che non si seguono perché potrebbe succedere qualcosa di importante, e infine stare attenti agli “errori” che alle volte gli stessi autori commettono. La risposta alla domanda “ne vale la pena?” secondo me, come ovvio, è affermativa anche se le motivazioni possono essere sfaccettate.

Il manga, come genere letterario, è paragonabile a un libro (nonostante sia tipicamente a puntate e, in alcuni casi, sia smodatamente lungo). Ha un inizio e una fine, e forma una trama completa in sé stessa. Il comic americano è del tutto differente, per tutto quello che abbiamo detto prima. Tuttavia riesce a fare una cosa che il manga non fa (e badate bene che non è né un merito né un demerito, usano semplicemente strumenti diversi): prende il lettore e lo lancia in un universo dalla notevole complessità e in continua evoluzione, un po’ come il mondo reale se vogliamo. Quindi secondo me vale la pena almeno provare a fare tutta quella fatica perché, una volta fatta, il fumetto supereroistico (in realtà non il fumetto stesso, ma la continuity che c’è dietro) dà delle sensazioni completamente diverse da ogni altro. È per me molto appagante, quando leggo un albo nuovo, riuscire a cogliere qua e là riferimenti a opere passate; riuscire a comprendere quali eventi passati di quel personaggio lo hanno portato lì e ora a fare quello che sta facendo; riuscire a intuire le ripercussioni che un arco narrativo può avere, anche a lungo termine, sull’universo di cui fa parte.

Grazie per l’attenzione durante questa tirata infinita e, temo, abbastanza noiosa. In questi due articoli ho cercato di spiegare cos’è la continuity, perché è importante (e piacevole) e che problemi si porta dietro. Quindi, in definitiva, i lettori affezionati di manga che seguono questo blog non siano timidi o preoccupati e provino a immergersi in questo mondo, se ne hanno la possibilità. Più avanti pensavo di affrontare una serie di speciali sulle varie saghe Marvel che ci hanno condotto a leggere le storie che leggiamo ora, un po’ per ricapitolare per quelli che le conoscono e un po’ per rimettere in pari chi volesse provare ad espandere i propri orizzonti dal Giappone all’America.

In realtà mancherebbe da rispondere a un’ultima domanda che avevo posto alla fine dello scorso articolo, ovvero come si trasmette la continuity nel processo di traduzione e pubblicazione estera, ma ne riparleremo più avanti. Grazie ancora di aver letto fin qua e alla prossima.

Continuity, questa sconosciuta

Uno dei principali motivi per cui molto spesso i lettori abituali di manga faticano ad avvicinarsi al mondo del fumetto statunitense, in particolar modo al genere supereroistico, è quel concetto complicato e mai del tutto capito che è la “continuity”. Ma cos’è la continuity? Una semplice ricerca su Wikipedia ci fornisce una prima definizione di tale concetto e un buon punto di partenza su cui fare alcune riflessioni. Cito. Nei fumetti la continuity è l’unità di tempo, luogo e azione in cui si svolgono gli eventi, il termine serve a creare una linea spazio-temporale consistente in cui l’azione si svolge. Cosa significa questa frase? Significa in soldoni che ogni supereroe di una data casa editrice appartiene allo stesso universo cui appartengono gli altri eroi della stessa casa. Per esempio Batman pur operando a Gotham City appartiene allo stesso universo narrativo cui appartengono Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde e compagnia bella giustificando, in questo modo, l’esistenza dei vari crossover tra le testate come, per restare in tema DC, le vicende della JLA. Chiameremo questo concetto “continuity spaziale”. Ma la questione non si limita a questo: esiste anche una sorta di “continuity temporale”. Essa serve a mantenere una sorta di coerenza storica tra le vicende attuali, quelle narrate anni fa e quelle a venire: l’idea è che se succede qualcosa di irrimediabile, per esempio la morte di un personaggio, tale evento influisca sulle vicende future. Esempio: se, nel numero 10 di Batman, Barbara Gordon rimane paralizzata e viene costretta in carrozzella, in tutti i numeri successivi lei dovrà essere in carrozzella (a meno che non venga esplicitamente curata) per coerenza con quanto successo in quel numero.

Un altro aspetto di continuity è la “continuity con il mondo reale”.  E qui cominciano i problemi. Se da un lato uno spillato mensile di 24 pagine NON copre effettivamente un mese di vita del personaggio, è evidente che le vicende sono sempre in un qualche modo attuali, calate nella realtà odierna. Ma erano calate nella realtà odierna anche venti, trenta, quarant’anni fa: ciò dovrebbe significare che Batman ora come ora dovrebbe avere una settantina d’anni, qualcuno di meno forse. L’idea di continuity, nata per mantenere una coerenza storica e narrativa tra gli eventi riguardanti non solo un dato personaggio ma tutto l’universo a cui appartiene, possiede insita nella sua natura la necessità di continui reboot e aggiornamenti dei personaggi. Rendendo in un certo senso vano lo stesso scopo per cui è nata.

Mi spiego meglio con un esempio. Nel 1939 nasce Batman ad opera di Bob Kane e Bill Finger. Il personaggio ha le sue origini e la sua vita precedente l’inizio della narrazione. A quel punto, quando la prima storia ha inizio, la continuity temporale (che al tempo non esisteva, ma facciamo finta, per amor di esempio) impone che le vicende dell’uomo pipistrello siano coerenti in modo che leggendole di fila si abbia come l’impressione di avere per le mani la biografia di un personaggio reale. E questo è buono, perché rende più verosimile lo scorrere della storia che, si spera, in questo modo dovrebbe presentare meno incoerenze. In un modo ideale tutto procede quindi bene, con coerenza e senza contraddizioni fino a quando, diciamo dopo 50 anni di pubblicazioni, qualcuno si rende conto che Bruce Wayne sembra avere la stessa età o giù di lì da un sacco di tempo, e questa è la prima incoerenza grossa. E l’unico modo per aggirare il problema è fare un reboot del personaggio: nel modo più semplice immaginabile vengono riscritte le sue origini traslandole ad un’epoca più recente. Dal punto di vista del lettore, in ogni caso, questi paradossi sono forse il problema più trascurabile dato che non snaturano la natura del personaggio e non creano danni alla vicenda singola.

I danni grossi cominciano, per un lettore più smaliziato e più “anziano”, quando ogni arco narrativo fa riferimento a diverse linee narrative, con diversi eventi passati, a seconda del gusto dell’autore. Per esempio in una storia Barbara Gordon è sanissima, mentre in un’altra pochi mesi dopo è in carrozzella. Ciò accade quando si comincia a mettere in discussione la necessità di continuity di questo modo di fare fumetti che è tipicamente endless o a lunghissima pubblicazione. E a questo punto arrivano Crisi sulle Terre Infinite Crisi sulle Terre Multiple che aggiustano la situazione ribadendo a chiare lettere: ogni storia di ogni testata appartenente allo stesso universo deve essere coerente con sé stessa e con tutte le altre affinché non sorgano dei problemi, in caso contrario deve essere chiaro che si tratta di una storia “fuori continuity”. Ma questo è sufficiente a evitare ulteriori problemi? O c’è qualcos’altro, sempre insito in questo concetto, a dar fastidio? E ci sono, come sembra, soltanto lati negativi e limitazioni? E come si trasmette tutto questo nella traduzione e nella pubblicazione in altri Paesi? A queste domande cercheremo di dar risposta nel prossimo articolo.