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Seraphim, la Malattia degli Angeli

Anche oggi parliamo di manga d’autore: come annunciato qualche giorno fa ecco la seconda recensione riguardante un fumetto dell’immenso Satoshi Kon.

Seraphim – 266613336 Wings. Soggetto originale di Mamoru Oshii. Disegni di Satoshi Kon. Come la postfazione all’albo ci insegna non è esattamente così che sono andate le cose, ma procediamo con ordine. Nel 1994 termina la serializzazione di Nausicaa della Valle del Vento, il capolavoro di Hayao Miyazaki, e alla Animage decidono di imbarcarsi in un progetto ambizioso riunendo due autori in rapidissima ascesa. Oshii si presenta in redazione con le idee ben chiare su trama e ambientazione e sceglie Kon come disegnatore. Ben presto (sempre stando alla postfazione) i ruoli diventano più confusi, Satoshi Kon si occupa sempre dei disegni ma comincia anche ad interessarsi alla trama facendo proposte e fornendo suggerimenti: questo scambio d’opinioni porterà (sempre stando alla postfazione) alla sospensione del fumetto che rimane tuttora incompleto. Ma non fraintendete. Nonostante l’albo presenti solamente le prime sedici “puntate” del manga e non presenti nemmeno un accenno di conclusione, quella che abbiamo per le mani è una delle vette massime raggiunte dal fumetto giapponese. In assoluto. Non si può leggere quest’opera senza rendersi conto di quanto contenuto ci sia in ogni tavola, in ogni vignetta, sia per quanto riguarda la trama che per quanto riguarda la ricerca grafica; d’altro canto non ci si poteva aspettare diversamente da quelli che sono diventati, in seguito, due dei registi più importanti di sempre nel campo dell’animazione.

In un futuro non meglio specificato si diffonde un morbo, la malattia degli angeli, così chiamata per le escrescenze a forma di ali che fa crescere sulle scapole degli infetti. Tale malattia è incurabile, mortale e provoca, negli ultimi stadi, allucinazioni dalla strana natura. In questo mondo distrutto, con lotte di potere, guerre civili, rifugiati, embarghi e l’inesorabile scorrere della malattia due uomini, una bambina e un cane intraprendono un pellegrinaggio. Il manga racconta del loro viaggio, dei loro incontri, della sofferenza che toccano con mano o che provocano, di vendetta e speranza. Parla di vita e di morte, di religione e scienza, di filosofia e di vivere pragmatico, di scelte di vita. E di molte altre cose. Come in tutte le opere d’autore, ma d’autore davvero, c’è più di quanto si possa dire, e più di quanto appaia al lettore disattento. Tutto è caratterizzato infinitamente bene, dall’ambientazione ai personaggi, con riferimenti storici (reali o no) accuratissimi e dialoghi eccelsi. Raramente ho letto qualcosa di così ben scritto, in cui traspare chiaramente quanto ragionamento e quante riflessioni stiano alla base di ogni scena, di ogni scambio di battute.

Anche i disegni, ad opera esclusivamente di Kon, sono sopraffini. Non bisogna dimenticare mai, tuttavia, che questo è un fumetto del 1994. Mi spiego. Oggi siamo abituati a tutto un altro genere di disegno e, spesso, a tutto un altro livello. Quando si vedono opere così “vecchie” dunque, i casi sono 2: o quello stile appare inguardabile ai più, caso per esempio di Saint Seya di Kurumada o di Capitan Harlock di Mastumoto; oppure appare normale, a volte persino mediocre. Questo perché il nostro gusto si è evoluto nel tempo, e il disegno si è evoluto con lui. Non è questo il caso. Come ho detto prima i disegni di quest’albo sono sopraffini. E lo sono tuttora. Kon ha uno stile a metà tra il miglior Yu Kinutani nel tratto, il miglior Tsukasa Hojo nel design dei personaggi e il miglior Katsuhiro Otomo nelle ambientazioni. Chiunque guardi una tavola di questo fumetto e non ne rimanga sbalordito sia consapevole che se gli autori odierni disegnano come disegnano è anche merito di questi grandissimi maestri che hanno ridefinito (e in alcuni casi continuano a ridefinire) il modo di far manga, senza risultare mai obsoleti. Ed è per questo che bisogna ricordare che questo fumetto è uscito nel 1994: regge lo scorrere del tempo in maniera commovente. Purtroppo non sono riuscito a recuperare delle scansioni decenti, quindi dovrete fidarvi sulla parola o sfogliare il volume, ma è così: anche dal punto di vista del disegno questa è una delle massime vette raggiunte dal fumetto giapponese.

Per concludere. Questo è un vero capolavoro. Imprescindibile. Una di quelle opere che fanno storia, che rimangono nella storia. Per sempre. Non importa che sia incompleta, che non ne leggeremo mai la fine. Ha così tanto da dire così com’è che questo fatto quasi non è importante.  Bisogna leggere opere come questa per formarsi una coscienza critica, una cultura fumettistica degna di questo nome. Fine.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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4 thoughts on “Seraphim, la Malattia degli Angeli

  1. non ho mai associato oshii e kon al manga. adesso scopro che hanno addirittura cooperato per la realizzazione di un manga. acquisto obbligato mi sa (leggo ora anche dell’eredità dei sogni…interessante).
    non mi convince però tutto il discorso sul disegno vecchio…potresti essere più chiaro? mi sembra un pò generico…intendi semplicemente dire che un manga di oggi sia mediamente disegnato meglio rispetto a uno di vent’anni fa?

    • Si, quel pezzo era effettivamente un po’ confuso. Mi spiego meglio. Se qualcuno legge la recensione e legge che il disegno è splendido senza aver visto il manga si fa una certa idea. Poi va in fumetteria e sfoglia l’albo. I disegni sono effettivamente egregi, e la cosa potrebbe finire lì. Invece no: se ci si ricorda che questo fumetto è stato scritto (e disegnato) 20 anni fa non si può che rimanere a bocca aperta. Il fatto che un manga disegnato così bene, con tavole così belle, abbia l’età che ha è un grandissimo valore aggiunto. Questo perché mentre per apprezzare (dal punto di vista grafico) alcuni capolavori di quegli anni, come I Cavalieri dello Zodiaco o Capitan Harlock, appunto, bisogna considerare la loro vecchiaia altrimenti il loro stile potrebbe non piacerci in questo caso è esattamente l’opposto: i disegni di Seraphim erano sublimi all’epoca e lo sono tuttora. E, secondo me, questo rende Kon un disegnatore e un autore di grandissima levatura: quando le opere di qualcuno invecchiano molto lentamente e sono apprezzabili così come sono (senza dirsi cioè “all’epoca era bello” ma “è bello ADESSO”) significa che chi le ha scritte ha precorso i tempi sfornando un vero capolavoro. Non so se mi sono spiegato meglio…

  2. Pingback: World Apartment Horror | dailybaloon

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