Home » Recensioni » Are you Alice? Il fumetto che non ti aspetti

Are you Alice? Il fumetto che non ti aspetti

Non è tutto oro quello che luccica, grande verità che i genitori tramandano ai figli ormai da generazioni, non senza una sottile aria di ammonimento. Significa che se una cosa sembra bella… non credo di dovervi spiegare cosa significa. Bisogna stare tuttavia molto attenti a non commettere il fatale errore di trattare come verità anche la proposizione inversa. Non è detto, per capirci, che se una cosa non luccica per forza non possa essere oro. In ambito fumettistico, insomma, potremmo trovare delle gemme dove non ce le aspettavamo: nascoste sotto una copertina orribile (come nel caso di Uchu Kyodai) oppure infilate nello scaffale dei fumetti inutili. Oggi vorrei proporvi alcune riflessioni sulla più grossa rivelazione che ho avuto negli ultimi tempi, pescata proprio dallo scaffale dei fumetti inutili ed è forse proprio per questo che mi ha colpito particolarmente. Mi riferisco ad Are you Alice?, storia di Ai Ninomiya (sconosciuta) e disegni di Ikumi Katagiri (sconosciuta), edito in Italia da RW GOEN che usualmente propone manga con una qualità media così bassa da giustificare il fatto che vengano messi proprio in quello scaffale. Nonostante l’apparenza blanda da manga di seconda categoria, forse anche terza, questo piccolo gioiello nasconde delle raffinatezze tecniche davvero notevoli.

Esisteva un tempo il metateatro, o teatro nel teatro, e in realtà esiste ancora. Questa pratica consiste in poche parole nell’inscenare all’interno della rappresentazione una rappresentazione fittizia in cui gli attori interpretano a loro volta degli attori nell’atto di recitare, in una specie di gioco di scatole cinesi. In pratica lo spettatore si siede e vede una parte del cast sedersi a sua volta in un “finto teatro”, per esempio, e l’altra parte recitare in una “finta commedia”. Nel tempo abbiamo assistito anche a casi di metaletteratura, il primo esempio che mi viene in mente è il 1984 di Orwell; di metapubblicità, in cui lo spot televisivo è un gruppo di persone che gira a sua volta uno spot (http://www.youtube.com/watch?v=SSsLZpeF1J0 per dirne uno); di metavideogiochi, come nel caso di .Hack. Verso la fine degli anni Ottanta Alan Moore inserisce nella sua opera definitiva Watchmen un fumetto-nel-fumetto e ci insegna che anche il metafumetto può esistere ed avere un suo significato in termini di trama e ritmo dell’opera. In Are you Alice? i protagonisti interpretano, all’interno di un “Paese delle Meraviglie”, i ruoli che Lewis Carrol ha inserito in Alice nel Paese delle Meraviglie e in Oltre lo Specchio. È chiaro che “interpretano” è la parola chiave della frase precedente. Assistiamo quindi alle gesta di Alice, il cui scopo è uccidere il Bianconiglio, e degli altri personaggi attorno a lei che hanno lo scopo di aiutarla, di ostacolarla o di rimanere neutrali; ognuno ha un ruolo, uno scopo, una parte. Il lato davvero interessante di tutta la faccenda è che ognuno di loro è consapevole di star recitando una parte, di perseguire uno scopo che gli viene imposto da terzi. In un certo senso è come se fossero consapevoli di far parte di un’opera di fantasia e questo rende l’intera narrazione una specie di metafumetto; solo che in questo caso il livello superiore, quello che era Watchmen per i Racconti del Vascello Nero, è la realtà, è il nostro mondo. Ho trovato questo aspetto una vera raffinatezza, per nulla scontata e del tutto inaspettata. Non so se sia stata una cosa voluta o se sia riuscita per caso, ma tale rimane: una raffinatezza, sia a livello di trama che a livello di interazione con il lettore. Non capita e non capiterà mai, per esempio, di trovare quelle tipiche frasi del tipo “mica siamo in un manga”, fastidiose quanto inutili, perché i personaggi “sanno” di far parte di una rappresentazione. Tutto ciò ha un effetto davvero strabiliante poiché altera la sospensione dell’incredulità del lettore. La sospensione dell’incredulità, volontaria, forzata o spontanea, è l’atto del fruitore di un’opera di credere a quanto sta leggendo senza soffermarsi sull’impossibilità o il non realismo delle azioni. Quando guardiamo un film di fantascienza siamo disposti a credere, per la durata e nell’ambito del film, all’esistenza delle astronavi e degli alieni cattivi, quando leggiamo un fumetto di Superman accettiamo il fatto che voli e spari laser dagli occhi; almeno fintantoché si mantiene un certo livello di coerenza (intrinseca, non con il mondo reale). In questo caso la sospensione dell’incredulità è del tutto e costantemente fuorviata, dato che quello che accade non ha mai bisogno di giustificazioni per il solo fatto che i protagonisti sanno di far parte di un mondo fittizio creato da Lewis Carrol con l’atto di scrivere i suoi libri. A livello di trama la cosa si riflette su ogni personaggio, e questo è un’altra cosa che ho molto apprezzato: tutti i ruoli di cui parlavo sopra sono delle specie di titoli, di epiteti, da dare a delle persone che in un qualche modo vengono trasportate nel Paese delle Meraviglie. Ecco quindi che Alice, la Regina di Cuori, il Gatto del Cheshire sono maschi, il Bianconiglio (forse, in realtà non è chiarissimo) e le carte sono femmine, la Duchessa è una ragazzina. Ed ecco anche che non è più tanto importante CHI ricopre un determinato ruolo, ma solo il fatto che qualcuno lo ricopra e l’apporto che l’individualità della persona impone a quella parte: l’Alice che vediamo noi è soltanto l’ottantanovesima e non fa quanto le viene ordinato; ci sono state più regine di cuori e l’attuale detesta il rosso ed ama il bianco…

In questo teatro dell’assurdo magistralmente orchestrato in cui poche cose sembrano avere senso ma sono ambientate in un universo che gode di una propria coerenza, è proprio il rapporto tra scopo imposto e libero arbitrio a far muovere la trama in direzioni non previste dal “copione” originale. I rapporti tra i personaggi variano, quindi variano gli eventi creando confusione non tanto nel lettore (che dalla seconda pagina se ne è fatto una ragione e si è rassegnato a capire cosa succede molto raramente) quanto nei personaggi che li vivono: essi sanno come sarebbero dovute andare le cose e il fatto che accada qualcosa di non aspettato li obbliga a prendere strade insolite, pericolose, proibite. Davvero molto molto interessante. Per il resto la trama scorre sul filo dell’incomprensibilità, com’è giusto che sia data l’ambientazione, e propone tematiche comuni nella letteratura giapponese, sempre mediate in ogni caso da questo rapporto obbligo-parte-libertà: in particolar modo uno dei temi fondamentali è la ricerca del proprio nome, spesso dimenticato, che abbiamo già visto essere un punto di cruciale importanza nei lungometraggi di Miyazaki padre o figlio (La città Incantata o I racconti di Terramare). Il nome rappresenta la propria individualità, il riconoscimento della propria esistenza, l’avere uno scopo all’interno di una collettività; perderlo significa dunque rinunciare a tutto ciò. E non è un caso che in Are you Alice? la stessa Alice accetti il gioco del Bianconiglio al solo scopo di recuperare il proprio nome, che simboleggia tutto quanto detto prima, ma accettare il nome Alice comporta degli obblighi verso il “copione” che contrastano con lo spirito libero del protagonista; non è un caso che gli abitanti di questo luogo si presentino raramente, perché rivelare il proprio nome (il proprio ruolo, in questo caso) significa concedere potere al proprio interlocutore. Ci sarebbe molto da discutere su questo punto ma non voglio farla troppo lunga, se vi va leggete quest’opera e fatemi sapere che ne pensate, a mio avviso possono uscirne delle riflessioni interessanti.

Un’ultima nota riguardante i disegni. Lo stile di Ikumi Katagiri è pulito, con tratti netti, poco uso dei retini e molto contrasto bianco-nero, l’espressività è buona e i personaggi sono abbastanza comunicativi, le ambientazioni sono ben curate. Il punto in cui esprime al meglio il suo potenziale, tuttavia, è il character design. A partire dai fondali, ottimamente caratterizzati a creare l’atmosfera, per arrivare ai personaggi, nulla è lasciato al caso e ogni attore è tratteggiato in modo iconico secondo il suo ruolo nella trama. Questo mix di stili a metà tra lo Shojo, soprattutto nella forma dei volti, e il gothic manga alla Drug-On di Misaki Saitoh mi ha fatto letteralmente impazzire ma potrebbe fuorviare o lasciare spiazzati i lettori disattenti che rischierebbero perfino di confondere questa perla con abomini che non voglio nominare.

 

Concludo. Questo fumetto nasconde dentro di sé, non so se per volontà degli autori o per caso, più di quanto appaia ad una prima occhiata. È ben scritto e ben disegnato, con delle atmosfere da paura, dei personaggi carismatici e una trama ben calibrata, e se avete voglia di farvi delle domande a mio avviso c’è anche parecchio da ragionare sia a livello tecnico che di contenuti. Una vera rivelazione che mi sento, per il momento, di consigliare a tutti. Vedremo come andrà a finire, in patria è ancora in corso, ma a questo punto ho grandissime aspettative. Alla prossima.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Annunci

One thought on “Are you Alice? Il fumetto che non ti aspetti

  1. Pingback: Top15 delle anteprime di settembre | dailybaloon

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...