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La Crociata, l’amarezza

Nutrivo particolari aspettative per questo primo volume della serie La Crociata. In realtà non so bene perché, certe volte un albo ti ispira e basta. Di certo in parte è stato a causa della piacevole sorpresa che è stata Konungar che mi ha spinto a provare questo genere di narrativa, in parte perché mi è sempre piaciuta la tipica iconografia delle opere che si rifanno a questo periodo storico: i cavalieri templari, la sabbia, Gerusalemme… Da quello che avevo capito la trama doveva essere una mezza via tra il romanzo storico, accurato e verosimile, e il racconto fantasy, con mostri e magia: insomma, una roba a metà tra Kingdom of Heaven (il film di Ridley Scott che onestamente ho apprezzato moltissimo) e una mitologia, passatemi il termine, “tolkeniana”. Cominciavo già a pensare che il mix sarebbe stato davvero intrigante, cosa poteva andare storto?

Bè, a giudicare da quello che ho visto nel primo volume (che probabilmente rimarrà anche l’ultimo, almeno per quanto riguarda me) tutto. Tutto ciò che aveva anche la minima possibilità di andare storto c’è andato, rovinando quella che poteva essere una grandissima opera. Presupposto. Non conosco nessuno degli autori coinvolti nel progetto, né Jean Dufaux ai testi né Philippe Xavier ai disegni, quindi non ho i mezzi per fare dei paragoni con altre loro opere ed affermare se questo volume sia stato uno scivolone momentaneo oppure no. Dunque prendete tutto quello che dico come una personale opinione basata unicamente sulla lettura delle 104 pagine che compongono il primo albo intitolato Il Simoun Dja.

Un po’ di trama. La premessa era la cosa più interessante e, a dirla tutta, fino a un certo punto lo è stata: durante una crociata, non so bene quale ma non è importante, una principessa cristiana riceve in dono uno specchio in grado di mostrare il vero aspetto di chi lo osserva, rivelando l’eventuale presenza del maligno. Questo per fugare i suoi dubbi, o per confermarli, sul fatto che la sua famiglia si fosse venduta al demonio in cambio di maggior potere. Sullo sfondo l’imminente ennesima battaglia tra cristiani e mussulmani per il dominio della Città Santa, battaglia che si conclude con l’arrivo del Simoun Dja, una specie di vento divino, che spazza letteralmente via l’armata della croce consegnando la vittoria al sultano di Gerusalemme. E già qua si comincia un po’ a scantinare. Non tanto per la storia, che è ben narrata, con tradimenti, rapimenti, omicidi, riscatti, onore… Quanto per il modo in cui viene narrata. A partire da dialoghi e reazioni umane spesso buttate a casaccio. Esempio. La sorella della protagonista era sposata con un tale Gualtiero delle Fiandre, nella speranza che il matrimonio le portasse potere e gloria; ma quando il marito si tira indietro dalla battaglia lei è combattuta per i sentimenti che prova verso un altro avvenente condottiero. Tra mille dubbi e domande esistenziali alla fine lei si concede al nuovo arrivato. Ripeto, a livello di trama ci può anche stare, il problema è che il tutto è narrato con il seguente dialogo tra la tizia e il tizio. “Vi prometto la vittoria, ma in cambio vi pongo una condizione” “Quale?” “Voi sarete la mia dama.” “Non pensateci nemmeno! E Gualtiero (il marito)?” “Saprò essere discreto (che vuol dire lo uccido)” “No, non posso.” “Si che puoi” “La vittoria… e sarò vostra.” Porca vacca. Ci ha messo poco a cambiare idea e decidere di far ammazzare suo marito. Non sto scherzando, il dialogo è esattamente così. Quantomeno poco credibile, a maggior ragione in quell’epoca. Senza contare che poi il tizio perde ma lei rimane ugualmente con lui. Oltre al danno la beffa eh Gualtiero delle Fiandre? Poi tutto è infarcito con un sacco di cliché che, francamente, cominciano a stufarmi: quando decidi di prendere tutti i personaggi tipici di un genere e buttarli dentro un racconto devi farlo con classe, sennò risulta tutto banale. C’è la puttana (che abbiamo appena incontrato), la principessa casta e pura, l’assassino immortale, il sultano mussulmano pieno di onore perché ultimamente va di moda fare i cristiani cattivi e corrotti i mussulmani buoni e onorevoli, il principe valoroso con il suo fedele aiutante, il mercenario re delle macchine che è una mezzavia tra un uomo e un ammasso di ferraglia, c’è persino un Gollum. Insomma, c’è tutto di tutto, solo che l’insieme risulta piuttosto fastidioso, tutto è troppo forzato e l’impressione che se ne ricava è quella di vedere della roba cacciata dentro alla trama a forza senza un motivo particolare. Immagino che l’intenzione fosse quella di creare un mondo a metà tra reale e fantastico con tutte le sfaccettature e sfumature necessarie a renderlo credibile, con personaggi variegati dalle psicologie assortite, ma l’effetto che se ne ricava è l’opposto: è tutto poco credibile, come se una cosa dovesse risultare naturale quando in realtà non lo è.

I disegni sono l’altro punto dolente dell’opera. Non è che siano malvagissimi, beninteso, solo che non sono nemmeno nulla di che. I volti sono spesso poco espressivi e quasi mai belli da vedere, nemmeno quando c’è un ritratto a pagina intera di quella che dovrebbe essere una super gnocca. Il character design poi è blando quanto la caratterizzazione psicologica: il principe è bello, il principe cattivo è brutto, il vescovo è grasso, il lebbroso è una massa informe. E nemmeno nelle scene di battaglia o nelle vedute delle ampie spianate desertiche, che spesso occupano l’intera facciata e a volte anche due, l’artista francese riesce ad esprimersi per bene: le tavole appaiono piatte, poco dinamiche nonostante rappresentino azioni frenetiche; troppo poco crude quando c’è un massacro, troppo poco tranquille quando non accade nulla. Non so, non mi ha convinto. L’albo inoltre presenta due, dico due, tavole spianate su quattro facciate, che per vederle bisogna dispiegare le pagine aprendole a libro, escamotage che ultimamente va di moda visto anche l’ultimo numero di JLA. Gli unici risultati di questa smania è rendere difficilissima logisticamente la lettura, con le pagine che una volta aperte non tornano al loro posto e si spiegazzano, e far costare il volume uno sproposito e mezzo, quasi due spropositi. Quando si dice fare delle cose inutili.

Concludo che è meglio. Profonda amarezza. Mi aspettavo moltissimo e invece mi sono trovato davanti pochissimo. Forse l’aspettativa mi ha rovinato un’opera che in realtà non è così male, forse fa davvero schifo, forse semplicemente non mi è piaciuta. Non lo so. Lascio giudicare a chiunque abbia voglia di immergersi in questa nuova serie (il secondo volume dovrebbe uscire a breve), ma il mio giudizio rimane negativo e non credo che continuerò la lettura. Detto questo, alla prossima, che spero sarà abbastanza presto…

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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