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Ichi “la violenza” the Killer

Prendiamoci una piccola pausa dall’analisi delle anteprime di questo caldissimo agosto, anche nella speranza di riuscire finalmente a comprare un maledettissimo numero di Mega (numero che sembra introvabile, mah…), e concediamoci una recensioncina. Sono attualmente disponibili in fumetteria, editi da Panini, i primi tre volumi di Ichi the Killer. Non lasciatevi ingannare dalla copertina, fidatevi piuttosto dell’autore e dategli una possibilità, se ne avete il coraggio.

Personalmente conoscevo questo titolo grazie al film di Takahashi Miike, film che in seguito ho scoperto essere tratto dal manga di Hideo Yamamoto e non viceversa, come talvolta accade (vedi Evangelion…). Del lungometraggio non ho visto che degli spezzoni qua e là ma il regista lo conosco abbastanza. Si potrebbe dire che è una specie di Quentin Tarantino giapponese, solo che molto più radicale, violento, estremo. Un Tarantino al quadrato. Che un personaggio come questo si sia interessato a un manga al punto di farne un film la dice lunga sul contenuto del manga stesso, e infatti quello che ci si trova davanti leggendo anche solo il primo volume necessita di gran stomaco per essere digerito. Era davvero parecchio tempo che non mi trovavo ad affrontare un manga così schietto, così diretto, nel presentare una storia iper-violenta come questa e ciò, devo ammettere, mi ha fatto piacere perché c’è sempre maggior bisogno di onestà. E Ichi the Killer, siamo sinceri giusto per stare in tema, è molto onesto nell’essere quello che è: di certo non le manda a dire coprendo scene estreme con nuvolette di vapore o paesaggi idilliaci, bensì fa scendere il lettore in vortice di violenza presentata senza cattiveria né vergogna. La storia è abbastanza intricata, almeno finora, e si focalizza su più gruppi, precisamente possiamo seguire tre “tronconi” di personaggi e trame che via via si intrecciano e poi si allontanano: c’è Ichi, il protagonista; c’è un vecchietto con la sua banda sgangherata che cerca di scatenare una guerra tra yakuza; e ci sono gli yakuza, divisi tra pazzi totali e mafiosi più “vecchio stile”, tra onore e denaro, tra collaborazione e guerra. Ma, a prescindere dal sottofondo mafioso dell’ambientazione, possiamo dire tranquillamente che questa è un’opera sulla violenza in sé e per sé. Un po’ come la trilogia della vendetta di Park Chan-Wook era più un saggio sulla vendetta che una serie di film, qui si sviscerano le varie sfaccettature della violenza e della perversione, buttando nel calderone della storia personaggi assurdamente deviati, caricature estremizzate di quelli che potrebbero essere persone realmente esistenti. Non vorrei addentrarmi oltre nella trama, in parte perché ancora non si capisce bene il piano generale e in parte perché ogni pagina di ogni volume va assaporata appieno, senza preconcetti. L’unica cosa che bisogna sapere per decidere se affrontare o no la lettura è che, dalla prima pagina a probabilmente l’ultima, ci si troverà di fronte a ogni forma di perversione e di violenza si possa immaginare e ciò, unito all’ambientazione “realistica”, può essere disturbante.

Ho apprezzato moltissimo la lettura di questi primi volumi e se avevo dei dubbi sul continuare o no a seguire la serie ora di certo mi sono passati. È un manga che, nella sua artefatta esagerazione, nel suo essere volutamente fuori dagli schemi, in un qualche modo è “reale”, “vero”. Non riesco a non pensare, parlando di questo fumetto, alla già citata trilogia della vendetta che, analogamente, presentava situazioni ai limiti del possibile, spesso caricaturate ed estremizzate, ma riusciva comunque ad apparire genuina e a raccontare qualcosa di reale, non di inventato. E proprio per questo, alla fine di ogni film, si aveva l’impressione di aver ricevuto più di un pugno nello stomaco. Quello che ho provato leggendo Ichi the Killer, partendo dal fastidio e dalla repulsione per le scene più violente fino alla simpatia per alcuni personaggi, è molto simile a ciò che ho provato vedendo quei meravigliosi film che non posso che consigliarvi.

Ichi

Anche dal punto di vista tecnico Hideo Yamamoto sa quello che sta facendo, o almeno lo sapeva quando nel 1998 stava scrivendo Ichi. Il ritmo è eccellente, mi sono ritrovato incollato agli albi, che ho divorato senza interruzioni, tutto d’un fiato. La tensione non cala mai, e le informazioni sono distribuite in modo da spingere il lettore verso la pagina successiva. E proprio per questo, almeno per ora, Ichi the Killer si sta rivelando di gran lunga superiore ad Homunculus, l’unica altra opera (del 2003 quindi di 5 anni più recente) dello stesso autore pubblicata in Italia. In Homunculus c’erano, qua e là, dei crolli nel ritmo che alle volte mi facevano davvero passare la voglia di proseguire, bisognava in alcuni punti sforzarsi per andare avanti. Per carità, è anche vero che la pubblicazione italiana con tutti i suoi rallentamenti e il suo andamento irregolare non aiutava di certo a mantenere alta la tensione, ma alle volte c’erano delle vere e proprie “pagine morte” che abbattevano l’interesse per la vicenda tanto che mi ci è voluta parecchia fatica per continuare la lettura (che alla fine non ho ancora terminato). In Ichi the Killer ciò non mi è ancora capitato, e questo non può che essere positivo. Altro lato molto positivo, che aggiunge quel qualcosa in più, è la superba caratterizzazione dei personaggi: il character design non si ferma soltanto ad appiccicare capigliature e vestiti strani ai protagonisti per distinguerli gli uni dagli altri, usanza tipica del genere shonen; qui la caratterizzazione fisica, sempre comunque molto accurata e d’effetto, va di pari passo con una profonda caratterizzazione psicologica che risulta non essere mai banale. E si potrebbe dire che, in un certo senso, è proprio questo il motore della trama: la psicologia dei personaggi, con le loro patologie e le loro devianze, che li porta ad agire in un modo piuttosto che in un altro.

Uno screenshot a caso di Homunculus

Anche dal punto di vista grafico, con l’attenzione ai dettagli dei fondali, alle scene di combattimento, ho notato un certo gusto: le tavole sono costruite bene, mettendo enfasi nei punti giusti e senza mancare di riguardo per un generale interesse estetico. Il disegno in sé è ha i suoi anni e nonostante lo stile di Yamamoto sia perfettamente riconoscibile a chiunque abbia letto Homunculus (gli occhi disegnati in questo modo sono inconfondibili) si vede che Ichi the Killer ha 5 anni in più del suo successore: il tratto è meno pulito, lo stile e l’espressività sono un po’ più grezzi. Ma in generale l’effetto visivo è ottimo, anche se un certo gusto anni novanta si nota spesso e potrebbe infastidire i lettori più giovani (che tuttavia forse non dovrebbero comunque avvicinarsi a questo fumetto).

Quindi, come dicevo in apertura. Non fidatevi della copertina (abbastanza brutta, in realtà). Non lasciatevi traviare nemmeno dal fatto che Panini abbia deciso di vendere questo fumetto sigillato, come a voler segnalarne il contenuto violento (sappiamo tutti che questo non farà altro che far gasare i tredicenni che lo compreranno sentendosi più trasgressivi). Fidatevi dell’autore, che sa quello che fa. Ichi the Killer è un prodotto di primissimo ordine, che esplora i meandri della violenza e della depravazione in modo limpido e onesto. Violence for violence’s sake, potremmo dire, ma non nel senso gratuito in cui Ennis intende questa frase ma in un modo più puro, con un approccio forse cinico ma trasparente e schietto. In dieci volumi mensili, editi da Panini, al prezzo di sei euro e cinquanta l’uno. Se siete maggiorenni e volete una lettura dura e atipica Ichi è il manga che fa per voi. Ne vale assolutamente la pena.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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6 thoughts on “Ichi “la violenza” the Killer

  1. mi sono letto il primo volume. per ora il manga promette benissimo e sembra essere sceneggiato meglio del film di miike. a partire da ichi che, nel manga, non sembra ritardato, favorendo l’empatia. non ci sta male il parallelismo con la trilogia coreana…per quanto differiscano nei toni (ichi è un thriller grottesco a tinte quasi ironiche, la trilogia vira sul drammatico a tinte forti). in confronto a homunculus mi sembra però, per quanto più entusiasmante come lettura, meno autoriale…staremo a vedere.

    • Se in parte è vero che Homunculus era, per molti aspetti, più autoriale l’ho trovato in molti punti anche più tiraiolo, più del tipo “guarda quanto sono intellettuale a scrivere queste cose”… Per il momento Ichi non è così e, anzi, riesce a dire e a comunicare qualcosa senza quel senso di artefatto, quella voglia di strafare dal punto di vista intellettual-filosofico, che ultimamente trovo fastidioso.
      Poi per carità, a me Homunculus è piaciuto.

  2. Pingback: Fermandosi a guardare indietro | dailybaloon

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