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Al Romics col guanto da forno

romics - logoCome vi avevo accennato nell’ultimo articolo questo week-end io e il guanto da forno abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti alla volta del Romics, fiera del fumetto relativamente giovane che si tiene annualmente a Roma (come il nome suggerisce). Boiata, perché da quest’anno è stata inaugurata anche una versione primaverile dell’evento che si tiene, credo, ad aprile, ma poco importa. Io e il guanto volevamo quindi farvi una sorta di report della giornata di sabato (in cui siamo andati a vedere che aria c’era), per tirare come al solito alcune considerazioni.

Il viaggio

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Una volta arrivati a Roma raggiungere i padiglioni fieristici nei quali si svolge l’evento è stato più facile del previsto. Non so, una parte di me forse si aspettava di trovarsi di fronte ad un’altra odissea in stile Lucca, ma così non è stato. Sotto la pioggia battente è stato sufficiente prendere un treno regionale da Roma Ostiense verso Fiumicino Aeroporto e scendere a Roma Fiera, nemmeno troppo stipati nella carrozza a due piani messa a disposizione dalla cara vecchia Trenitalia (cara si fa per dire). Diciamocela tutta: eravamo perfino seduti, a chi mai è capitato di stare seduto nel treno per Lucca? Quindi molto meglio di quanto aspettato. Una volta arrivati e preso il biglietto al “modico” prezzo di 9 euro siamo entrati nel primo dei tre padiglioni aperti per l’occasione, quello della parte “games”. Ma non senza prima notare la quantità improbabile di cosplay dalla consueta qualità media alquanto scadente, a dimostrare quanto tale asiatica pratica sia diventata un espediente comune per osare, vestirsi discinti e discinte, con corpetti e reggiseni improbabili senza però prendersi delle zoccole. E a dimostrare pure quanto sia scarsa l’immaginazione della maggior parte dei sedicenti cosplayer che credono sia sufficiente comprare a un banchetto un vestito confezionato da personaggio a caso di Naruto per essere “in costume”. Ma di questo se proprio bisogna parleremo in altra sede, ora proseguiamo.

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La fiera, i padiglioni, le bancarelle (pure quelle fuori luogo)

A questo punto siamo entrati nel padiglione giochi, quello che francamente ho visitato con meno attenzione. Un sacco di videogames, un sacco di giochi in scatola, un sacco di X e Y, un sacco di tutto. E lo stand Italycomics. Questa cosa mi ha fatto sorridere. Il povero banchetto di fumetti, praticamente l’unico banco di fumetti “importante” del padiglione, appariva un po’ fuori luogo in tutto quel marasma di giocatori di ruolo dal vivo e scimmie che tiravano di spada contro banane giganti (purtroppo non ho una foto, ma fidatevi che c’erano). Comunque il contenuto di questo primo padiglione mi interessava mediamente poco (eccezion fatta per action figures e model kit vari e, soprattutto, per il trailer di Capitan Harlock) quindi siamo passati quasi subito al capannone successivo e qui le sorprese non sono mancate. La prima è stata la dimensione.

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We have an Hulk...

We have an Hulk…

Tutto era molto, ma molto molto di più di quanto mi aspettassi. Più gente (anche se non così tanta da rendere la situazione invivibile), più bancarelle, più metri quadri, più albi… Insomma. Tanto di tutto. Questa cosa mi ha fatto sinceramente piacere perché una parte di me si aspettava una fiera un po’ di serie B, invece non sono mancate le cose da fare e da vedere. Questo per quanto riguarda eventuali acquisti. La grande mancanza però è che, in tutto questo sterminio di volumi scontati e non, di robottoni, di cosplay e via discorrendo ho sentito la mancanza della cosa che, per me, avrebbe reso l’evento una grande fiera, e non soltanto una fiera grande (per citare un’intramontabile pubblicità): i VIP. Mi spiego meglio. Il nome da urlo c’era. E quando mi sono trovato al suo cospetto credo che il mio cuore abbia mancato un battito. D’altro canto trovarsi a tu per tu con Eddie Campbell in persona, senza dubbio uno dei più grandi fumettisti di tutti i tempi, la matita di From Hell, la mente di Alec

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Quando dico che sono mancati VIP mi riferisco non a questi pesi massimi, che Lucca a parte ne basta uno per attirare l’attenzione sulla fiera. Mi riferisco a tutto quel sottobosco di autori, sceneggiatori e disegnatori che rendono un evento come una “fiera del fumetto” qualcosa in più del semplice mercatino, o della semplice fumetteria. Dov’erano i vari Dell’Otto, i vari Checchetto, i vari Bianchi, i vari Ortolani…? Dov’era quello Zerocalcare che non perde occasione per sottolineare che viene “dai centri sociali di Rebibbia” ma non fa mezz’ora di treno presenziare a uno degli eventi fumettistici più importanti d’Italia? Questa è una riflessione che vorrei faceste anche voi lettori: non accontentatevi di andare al mercato, a vedere stand su stand di venditori e basta. E soprattutto vorrei che gli organizzatori si ponessero questo problema in maniera seria perché questa è vera critica da porre alla manifestazione romana: per come la vedo io in un simile evento ogni banchetto che rappresenti un editore, un distributore o anche solo una grossa fumetteria dovrebbe avere il suo personaggio di spicco che firma autografi e parla alla gente. E non venitemi a dire che Panini aveva le autrici di Somnia, che comunque non ho visto, perché il discorso potrebbe degenerare.

Proseguendo il giro delle bancarelle non posso non segnalarne una in particolare che mi ha molto colpito, e dalla quale ho acquistato questo meraviglioso Totoro fatto a maglia, la cui pucciosità arriva a livelli pericolosamente vicini all’overdose da glucosio (anche se in foto forse non sembra).

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Davvero davvero bello, vi lascio il link al sito dove dovrebbe esserci lo shop on-line di tali articoli. Dico dovrebbe perché in realtà di questi pupazzi non ne ho visti, ma ci sono comunque tante belle cose…

Poi per finire i commenti sui banchetti, e per giustificare il titolo del paragrafo, come non citare i tipici “venditori che non c’entrano un beneamato nulla con niente che li circondi, ma sono comunque presenti”? Mi riferisco nello specifico a un venditore di dischi metal (?) e al tavolo di scientology con in molteplice copia la bibliografia di Ron Hubbard (???). Evito di commentare. Anche se una ruota di insulti ci starebbe. Soprattutto al secondo.

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Un’ultima considerazione prima di passare oltre. Francamente non capisco, vista l’enorme quantità di spazio disponibile e l’esorbitante numero di venditori, la decisione di comprimere tutto il ben di dio che avete visto qualche foto fa in un unico padiglione. Per carità, quasi mai l’atmosfera è stata soffocante e solo occasionalmente si incorreva in ingorghi tra gli stretti corridoi, ma raddoppiare lo spazio disponibile avrebbe secondo me reso tutto più arioso dando quella sensazione di fruibilità, di tranquillità, tipica di fiere più piccole senza tuttavia comportare una minor offerta. Comunque, un po’ stanchi dal grosso giro del padiglione centrale ci siamo avviati in cerca di un luogo dove sedersi a recuperare un po’ le forze verso l’ultima parte del viaggio: la zona conferenze.

L’involontaria area ristoro e la conferenza Bonelli

Il problema qui è stato semplice. La grossa sala dov’era in corso la conferenza Bonelli, che si teneva nel terzo padiglione aperto al pubblico, si è trasformata quasi subito in uno sterminato bivacco libero dove la gente arrivava e veniva, mangiava, parlava, cantava, copulava (già). Quindi in questo caso, soprattutto vista l’importanza del dibattito che stava avendo luogo nelle prime file, la parola chiave dovrebbe essere una e una sola: PORTE CHIUSE (che sono due, ma va bene lo stesso). Nessuno entra o esce a conferenza iniziata a meno che non stia avendo un attacco cardiaco o non sia Alan Moore. Checcavolo, ho perfino visto gente che si tirava addosso delle sedie, quasi uccidendo i due copulatori peraltro. Insomma, avete capito l’antifona. Così non si fa.

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Due paroline pure sulla conferenza in sé. Sergio Bonelli Editore stava presentando la sua ultima fatica, dal titolo Orfani, in una conferenza corale con buona parte del team creativo e credo pure parte della componete editoriale. Come forse saprete non sono un grande fan della casa editrice di Tex e di Julia, non vi dico il guanto da forno che con loro ce l’ha a morte, ma questa conferenza mi ha davvero confuso. Ne sono uscito a metà entusiasta e a metà parecchio incazzato, quindi vorrei parlarvene e magari sapere che ne pensate.

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La fine del mondo è solo l'inizio... Originale e innovativo...

La fine del mondo è solo l’inizio… Originale e innovativo…

Bonelli stava appunto presentando Orfani, nuova interessante testata monografica dedicata, stando alle dichiarazioni, a un pubblico mediamente più giovane del tipico target cui la casa editrice è abituata. A quanto ho capito la trama si svolgerà in un futuro post-apocalittico in cui un gruppo di orfani verrà addestrato a fare non so bene cosa e, nella seconda parte dei volumi, presumibilmente lo farà. Poi, al numero 12 della serie (cioè tra un anno) si ripartirà da 1 con la scritta nuova stagione, a mo’ di serie televisiva. Le considerazioni da fare si sprecano. È fuori discussione il tentativo di uscire dallo stato di catatonica abitudinarietà cui Bonelli versava fino a qualche tempo fa; un’ordinarietà anacronistica molto, ma davvero molto, lontana dalla sensibilità del pubblico sempre più giovane che affolla edicole e fumetterie. Questo tentativo lo abbiamo visto con Le Storie e presumibilmente lo vedremo con Orfani. I richiami al format televisivo che funziona a stagioni e la tematica modaiola del post-apocalittico di certo vanno nella giusta direzione, se la giusta direzione è andare incontro alla “giovane massa“. È altresì ben indirizzata l’idea di lettering di non far capire chi sia la voce narrante, lasciando presagire un grosso colpo di scena finale in cui tutti i lettori sei scanneranno a colpi di “io l’avevo capito” “ma no dai è impossibile” “non potete farmi questo” e via discorrendo. Che questo sia, però, vera innovazione è tutto un altro discorso. Se la conferenza fosse finita qua sarebbe andato tutto bene, avrebbero pubblicizzato il loro prodotto esaltandone i punti di forza richiamando l’attenzione di quel pubblico nato diciamo dopo gli anni 70 cui il prodotto è dedicato. La mia attenzione quantomeno l’hanno avuta. Solo che non è finita qua, e la conferenza è sfociata poi nella tipica tronfiaggine bonelliana che tanto mi urta, in quel retrogusto di superiorità e supponenza che proprio non vanno bene. Insomma. Dividere a metà gli albi, con due linee temporali differenti non è una cosa nuova. Basti pensare, per non andare troppo lontani, allo splendido Nijigahara Olograph. Ridurre al minimo i dialoghi, in una sorta di finto ermetismo per immagini, è una cosa ancora meno nuova. Potrei fare esempi che vanno da Moebius a Nihei, che dell’ermetismo (quello vero, però) hanno fatto talvolta una scuola. Quindi, Bonelli, fammi il favore di non spacciarmi questi espedienti commerciali per “innovazione” perché non lo sono: altri molto più importanti di voi, molto più intellettuali di voi potrei dire, ci sono arrivati anni se non decenni fa. Vi riesce bene questa politica di “in tempo di crisi credo che bisogni innovare” (cito testualmente), questo finto progresso di cui siete tanto orgogliosi, solo perché avete il pubblico mediamente più fumettisticamente ignorante del panorama italiano, secondo solo alle fan girl che non leggono che yahoi. Un pubblico che non si rende conto che, alla fin fine, non state innovando proprio un bel niente semplicemente perché non ha mai letto nulla che non fosse vostro, snobbando tutto il resto. Quando poi mi sento dire che Bonelli innova più di case editrici più piccole, che per definizione dovrebbero essere più indipendenti e aperte a sperimentazione, la frittata è fatta e bella che cotta. Dopo questa sparata il guanto da forno ha preso e se n’è andato. Consiglio a tutti quelli che hanno creduto a questa puttanata, a questa storia di “Bonelli portatrice di cambiamento”, di farsi un giro allo stand di Tunuè alla prima occasione. Il vero cambiamento sta lì.

Passato, Prossimo e Rughe. I due acquisti Tunuè...

Passato, Prossimo e Rughe. I due acquisti Tunuè…

Di Tunuè sentirete parlare, spero a breve, quando recensirò Passato, Prossimo di Emanuele Rosso. Per il momento vi dico solo che quel piccolo banchetto, schiacciato da Panini da un lato e da RW dall’altro, è stata un’autentica caverna delle meraviglie. Non c’è nulla, ripeto, non c’è nulla che non varrebbe la pena di esser sfogliato, letto, comprato, nel loro catalogo. Altro che togliere i dialoghi e fare le stagioni.

Conclusioni

Questo Romics mi ha davvero stupito. Era la prima volta che mettevo piede nella fiera romana e non sapevo bene cosa aspettarmi, ma ne sono rimasto più che soddisfatto quindi credo proprio che non sarà l’ultima. Di certo c’è (molto) margine di miglioramento, ma non ci si può sempre e solo lamentare (anche se mi riesce particolarmente bene). Lo stand Tunuè vince il premio “banchetto migliore della giornata”, Bonelli si aggiudica il premio boriosità ingiustificata (anche se Orfani è comunque interessante), Eddie Campbell il premio “figo del giorno” e la fugace visione di Zelda: the Wind Waker si aggiudica “momento lacrimuccia nostalgica”. Così, dopo essermi incazzato, emozionato, stupito, alleggerito di pecunia e istantaneamente appesantito di carta d’altro tipo mi sono avviato, assieme al guanto che nel frattempo aveva sbollito la tensione accumulata alla conferenza, verso la stazione, verso il treno, verso casa.

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4 thoughts on “Al Romics col guanto da forno

  1. Te sei scordato lo stand di scarpe da donna comunque xD

    VIsto, non dovevi essere così prevenuto sul Romics, elitista che altro non sei! 😛

    • Maddai che non sono elitista, e non ero manco prevenuto… Mi aspettavo semplicemente una cosa più piccola e mi sono ricreduto 😀

      E comunque sì, ho scordato lo stand con le scarpe da donna…

  2. Pingback: Orfani, una nuova serie di una nuova Bonelli? | dailybaloon

  3. Pingback: Passato, Prossimo. Viaggi nel tempo. Storie d’amore. | dailybaloon

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