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Orfani, una nuova serie di una nuova Bonelli?

orfani-1-bonelliVi avevo promesso la Top15 di ottobre ma, purtroppo, questa dovrà aspettare ancora qualche giorno. Perché prima dobbiamo come annunciato tornare a parlare della nuova testata edita da Sergio Bonelli Editore. Orfani. Ne avevamo parlato nel corso del report del Romics, durante il quale avevo riassunto più o meno brevemente quanto era uscito dalla conferenza di presentazione. Sommariamente. Il nutrito cast di autori e compagnia bella che la casa editrice aveva schierato sul palco, dimostrando di puntare non poco sul progetto, aveva battuto più di tutti sul termine “innovazione”. La missione doveva essere “riavvicinare (avvicinare, correggerei io) il pubblico giovane al fumetto italiano”. Lasciando peraltro intendere che il fumetto italiano sia quello bonelliano e null’altro, ma tralasciamo. Sempre nel report del Romics illustravo le mie perplessità sull’iniziativa e sulla conferenza in sé, promettendo di tornare sull’argomento non appena fosse uscito il primo volume. Con un paio di giorni di ritardo (mi scuso) sono riuscito a metterci le mani sopra e quindi eccomi qua. Bonelli avrà mantenuto le promesse? Le sarà finalmente tato possibile uscire da quel loop editoriale che la attanaglia da decenni? Vediamo.

Partiamo dall’inizio: il volume uno

La fine del mondo è solo l'inizio. E questo inizio è a colori!

La fine del mondo è solo l’inizio. E questo inizio è finalmente a colori!

L’albo si presenta agli occhi del lettore nel tipico formato Bonelli. E questo, mi spiace signori miei, non va bene. Non è che quello specifico formato non mi piaccia, sia ben chiaro, anzi lo apprezzo non poco. È solo che in tutta questa presunta aria di innovazione il rimanere ancorati, ancora una volta, al passato non è assolutamente un buon segno. Anche l’idea di dare i titoli ai singoli volumi, per quanto mi riguarda, è bel lontana dall’essere azzeccata. Se davvero questa serie gode di una “continuity propria”, cioè se non è solo un’accozzaglia di filler e albi autoconclusivi ma sviluppa una trama organica, che bisogno c’era di rendere ogni volume un’entità a sé dandogli un titolo? Anche questa, per come la vedo io, è una maniera di rimanere attaccati al passato che non può portare a nulla di buono. Fortunatamente la miglioria, lo stacco, c’è. E si vede. Superato l’imbarazzo iniziale e aperto il volume, il lettore si trova davanti a un mondo di colori. A un mondo A colori. Sembrerà banale, ma questa è la prima idea davvero azzeccata del progetto. Ripeto, potrebbe sembrare una cosa stupida, il pensiero “richiamiamo l’attenzione di un pubblico più giovane accecandolo con i colori” ma… cavoli, era dannatamente ora! La colorazione riesce a rendere la vicenda più abbordabile del netto contrasto bianco e nero cui il tipico lettore Bonelli è abituato, rendendo l’albo notevolmente più appetibile, ma soprattutto è bella. Non solo è funzionale alla narrazione (e alle vendite) ma è BELLA. La palette cromatica scelta, soprattutto nella seconda parte, è meravigliosa dando quel tocco in più che, altrimenti, sarebbe mancato. Anche la tipica carta ruvida che contraddistingue gli albi Bonelli fa il suo sporco lavoro, rendendo i colori in un modo che non mi sarei mai aspettato. E qui apro una parentesi. Visto, cara RW, che si può stampare a colori anche su carta opaca? Maledetti Fables e Y the Last Man da edicola.

La trama, i dialoghi, la narrazione

Qui francamente cominciano un po’ le note dolenti. Perché, nonostante sia supportata da un comparto grafico di prim’ordine, la storia in sé e per sé è, almeno per ora, un po’ blanda. Sia dal punto di vista dei “fatti” narrati, sia dal punto di vista del “modo” in cui sono narrati. Con ordine. La storia è semplice. Alieni bombardano terra. Apocalisse. Stratega tettona e generale giappo-samurai recuperano tutti gli orfani che riescono a trovare per formare una squadra per uccidere i suddetti alieni. Semplice, lineare, pulito. E questo non è assolutamente un male, contrariamente a quanto molti lettori e molti autori pensano. Non sempre semplicità è sinonimo di banalità. E anzi in questo caso la semplicità, l’attaccarsi a un genere narrativo già esplorato in lungo e in largo, consente agli autori di saltare un bel po’ di convenevoli e di passare presto all’azione. Nota dolente numero uno: i dettagli. Cavolo. Ma possibile che per fare i fighi si debbano dire cose che non hanno senso? La semplicità andava bene. Perché sporcarsi la bocca con puttanate altisonanti? Per esaltare i ragazzini? Insomma. L’ecatombe che vediamo nelle prime due pagine non poteva essere stata generata da una super bomba atomica gigante lanciata dai (presunti, lasciatemelo aggiungere) alieni? Evidentemente no. È stata generata da “un’onda di ENERGIA TACHIONICA che ha generato un’esplosione di DUEMILA MEGATONI”. Ma qualcuno mi spiega, per favore, cosa diavolo sarebbe l’energia tachionica? Se vi sentisse il mio professore di Relatività vi tirerebbe un cazzotto in bocca. Perché bisognava metterci in mezzo i tachioni? L’unico che finora c’è riuscito in modo intelligente è stato Alan Moore in Watchmen, pensate di poter fare meglio di lui? Altra roba altisonante. Il pianeta alieno è radioattivo! Attenti! Se non vi fate questa iniezione ogni quarantotto ore morirete! Ma era proprio necessario anche ‘sto espediente per creare situazioni già viste e riviste? Del tipo “Oh no! Ho perso la medicina. Ora morirò!”. Ma per favore. Quindi riassumendo. La trama ci sta, ci sta davvero. Sono questi dettaglini messi di contorno, per aggiungere credibilità immagino, che invece non fanno che rendere la narrazione più artefatta e, in definitiva, meno credibile.

Nota dolente numero due, come dicevo, il “modo”. I dialoghi, i pensieri fuori campo, a volte pure le scelte di regia sono di una retorica che definire banale è dire poco. Esempio. “Ma siamo solo dei bambini!” “No [faccia solenne]. Siamo orfani.” Altro esempio. “Non abbiamo nessuna casa a cui tornare. Nessuna famiglia ad aspettarci. Siamo orfani e lo saremo per sempre. Ma da oggi non siamo più soli.” Mah.

orfani-recchioni

Comunque, ripeto, nonostante questi scivoloni la storia regge bene e, terminato il primo volume, si ha voglia di continuare. La struttura è esattamente quella che avevo descritto a seguito della conferenza. La prima metà dell’albo è ambientata nel passato, quando gli orfani vengono addestrati. Si prevedono flessioni e nonnismo militaresco in stile Full Metal Jacket, cattiveria, fango, marce di notte e tutto il solito menù d’addestramento. La seconda metà è invece ambientata nel presente, durante l’assalto al pianeta dei (presunti) alieni. Insisto sul presunti perché, forse a causa del loro aspetto forse a causa dei tachioni maledetti, mi sono immaginato un colpo di scena stile Final Fantasy il film, qualcuno se lo ricorda? Comunque. Questa struttura bipartita non sarà nulla di che né rappresenta chissà quale innovazione (non lo è credetemi), ma è funzionale. E funziona.

I disegni, l’impaginazione, i colori

Orfani-tavola-Mammucari

Quanto sono belle queste tavole a colori… Belle davvero.

Dal punto di vista grafico, come già detto, i colori la fanno da padroni. Ottimamente pensati, ottimamente realizzati, ottimamente resi anche (forse soprattutto) grazie alla tipologia della carta. Aggiungono dinamismo e potenza d’impatto a tavole che sarebbero, altrimenti, un po’ statiche. Ma non è un grosso problema, almeno per me. La qualità dei disegni è, invece, vagamente altalenante. Se da un lato i piani lunghi e le scene d’azione sono davvero belli quando si tratta dei personaggi, dei volti, dei ritratti non sempre lo stile mi è piaciuto. Per carità, sono gusti, quindi parlare di qualità è forse improprio, ma altalenante è invece una parola azzeccata: alcuni volti sono splendidi, realistici  ma non troppo, espressivi; altri sono molto più cartooneschi… Comunque tutto ciò passa in secondo piano se si comincia a guardare al character design che è il lato veramente buono, oltre al colore (non mi stancherò mai di dirlo), dell’impatto visivo, almeno tolta la benda sull’occhio stile Snake appiccicata sulla faccia della professoressa (non so come altro chiamarla). Chissenefrega se le armature degli orfani non sono credibili: era importante farle riconoscibili, e le hanno fatte riconoscibili. Il cecchino ha la pelliccia, l’infiltratore ha mantello e cappuccio, il pistolero la bandana in volto… Questi dettagli, magari inutili e da alcuni forse reputabili eccessivi, aggiungono caratterizzazione e personalità ai personaggi e creano una spettacolare atmosfera da videogioco che si sposa parecchio bene alla vicenda narrata. Tutta la storia ha infatti un po’ del videogioco a partire dall’ambientazione fino ad arrivare alla specializzazione dei personaggi (in perfetto stile FPS) e i vari dettagli delle armature non fanno che sottolinearlo in modo, devo ammettere, piuttosto azzeccato. Poi per carità, per ora la caratterizzazione psicologica dei protagonisti rimane abbastanza blanda e (forse di conseguenza) sembrano un po’ tutti uguali anche visivamente: tolte le capigliature e i tratti somatici “principali” c’è ben poco a distinguerli, ma stiamo a vedere come evolve la serie man mano che scopriamo di più sul loro passato e sul loro modo di agire, e man mano che ci affezioniamo a loro.

Il design delle armature. Figo alquanto. Molto Halo.

Il design delle armature. Parecchio FPS. Figo alquanto.

Conclusioni

Bisogna ammetterlo. Orfani è un buon inizio per una serie che non si preannuncia rivoluzionaria, ma che riesce comunque ad affascinare e ad interessare. Sarà per via del suo fascino un po’ alla Halo, sarà perché il post-apocalittico prende sempre (soprattutto se ci si infila la tipica banda di super-soldati super-amici dai sentimenti facili), sarà per mille altri motivi. La narrazione, nonostante gli scivoloni descritti prima, risulta godibile. Il disegno risulta godibile. I colori sono a colori. Insomma, i presupposti ci sono. Quello che mi auguro fortemente è che da un lato si corregga il tiro, soprattutto per quanto riguarda alcuni dialoghi troppo carichi di pathos retorico, ma dall’altro che la direzione rimanga questa perché, per una volta, è quella giusta. Non vorrei si ripetesse il disastro accaduto con la serie Le Storie, sempre Bonelli, che dopo un inizio elettrizzante ha visto un drammatico calo di qualità a suggerire una troppo scarsa lungimiranza in fase di pianificazione dell’opera. Fortunatamente gli autori sembravano abbastanza decisi e parevano avere le idee chiare anche per il futuro, in questo caso potrebbero davvero fare il botto. Perché non è che stia accadendo chissà quale rivoluzione, soprattutto se paragoniamo la qui presente “innovazione” con il resto del mondo del fumetto, ma il fatto che Sergio Bonelli Editore prenda una strada per lei così nuova, così g-g-giovane, è un piccolo fulmine a ciel sereno. Che sia l’inizio di un cambiamento nella casa editrice più ancorata al passato che l’Italia conosca?

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “Orfani, una nuova serie di una nuova Bonelli?

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