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Recensione di inizio anno… in ritardo

panini-comics-osama-game-m5-1-osama-game-69712000010-210x300Benvenuti! Ci ritroviamo al di qua dello specchio. Spero abbiate passato un buon ultimo dell’anno e un buon primo dell’anno che magari possa guidarvi verso una positiva ricorsività nelle vostre attività per questo duemilaquattordici dato che, come sapienza popolare insegna: quello che fai il primo dell’anno lo farai tutto l’anno. Prima di cominciare con questa recensione mi devo scusare, principalmente di due cose. La prima, che sarà subito evidente sfogliando anche in maniera superficiale l’articolo, è che visivamente è abbastanza uno schifo. Mi scuso davvero ma, in questo momento, non riesco a fare di meglio: per cause non dipendenti dalla mia volontà sto navigando tramite hotspot a circa 32k, quindi non vogliatemene a male. Già caricare queste poche immagini non è stato per nulla facile. La seconda è il contenuto dell’articolo, nonché il suo ritardo, ma le due cose sono correlate. Stavo aspettando l’ispirazione per scrivere qualcosa che fosse in un certo senso “degno” di diventare il primo articolo dell’anno ma… niente. Mi ero pure messo al lavoro su un mattone di una pesantezza rara, un super-specialone per così dire, che purtroppo però  necessiterà di notevolissimi rimaneggiamenti e non poteva dunque esser pubblicato. E intanto il tempo passava e passava e passava, e stavamo avvicinandosi troppo a febbraio, e quindi eccomi qua. A scrivere una recensione sull’albo conclusivo di una serie che ho letto di recente. Niente classifiche e niente auspici per il prossimo anno, che rimanderò al prossimo mese (quando dailybaloon compirà un anno! Wow!), ma soltanto una recensione. Un po’ riduttivo? Forse.

Almeno è un manga, non ne parlavamo da un bel po’.

Oggi parliamo di Osama Game, manga in 5 volumi edito in Italia da Panini Comics, scritto da Nobuaki Kanasawa. Si scatenerà di sicuro un polverone perché, con mia grande sorpresa e – non lo nego – un po’ di rammarico, quest’opera ha goduto di un successo difficilmente prevedibile e, forse, in parte immeritato. Dicevamo, cinque volumi, uscite bimestrali, prezzo di copertina sette euro e cinquanta. Sticazzi. Fanno otto mesi per leggere un opera che si butta giù nel giro di mezzo pomeriggio; e fanno quasi quaranta denari. Un bel po’. L’edizione non è male, per carità, ma non è nemmeno nulla di che e, a grossomodo lo stesso prezzo, circolano sempre per Panini prodotti ben migliori: basti pensare ai vari Inio Asano o ad Ooku, per esempio, del quale si sono perse le tracce. Comincio ad essere preoccupato. Ma non divaghiamo.

Al momento questa è la prima cosa che mi viene in mente parlando di Osama Game ed è una critica che a ben vedere a poco a che fare con il manga in sé, oppure qualcosa a che fare ce l’ha. Perché se da un lato è preoccupante che la prima cosa su cui soffermarsi sia l’elevato/sorprendente prezzo di copertina dall’altro tale riflessione porta con sé degli interrogativi interessanti. Come già detto l’edizione non è nulla di particolare, sovraccoperta e nulla più, ma comunque l’esorbitante prezzo di sette euro e cinquanta a volume non ha frenato le vendite di questo prodotto, al punto che Panini ne pubblica perfino la (o il?) Light Novel mandando in brodo di giuggiole una buona percentuale di ragazzine. Dov’è il bando della matassa?

Francamente non lo so. Quello che so è che, a me, Osama Game è piaciuto nel complesso abbastanza poco e che, in generale, mi aspettavo molto ma molto di più. Partiamo dalla trama. Abbiamo la tipica classe giapponese composta da un numero spropositato di alunni, divisi abbastanza (non ricordo) equamente tra maschi e femmine. Abbiamo il tipo protagonista integerrimo, buono fino al midollo, circondato dalla ragazza che lo ama tantissimo e dall’amico sfigato che lo ama forse di più. Poi ci sono tutti gli altri, più o meno caratterizzati in base alla loro importanza nella storia, che coprono l’intero spettro di maschere del manga scolastico “moderno”: la stronza col gruppo di amiche, la superintelligente ma glaciale, il martire, quello che tutti odiano, quella che tutti odiano e via così… Un bel giorno comincia il gioco del re che è, normalmente, un comunissimo espediente usato in una quantità imbarazzante di shojo per far fare cose strane ai due protagonisti. In pratica c’è un re, la cui identità in questo caso è segreta ed diviene presto il fulcro della vicenda, che impartisce tramite sms un ordine a uno o più degli studenti. Se l’ordine non viene eseguito scatta la punizione, di solito (cioè sempre tranne in un singolo caso) una morte al limite del verosimile. E gli ordini sono i più vari, da cose di natura sessuale a giochetti mentali. Potete immaginare come va a finire. Un’ecatombe.

La trama fila abbastanza liscia con i giusti colpi di scena qua e là. Quello che proprio non funziona, oltre alla più che banale caratterizzazione dei personaggi, è che al lettore è richiesto un esercizio di sospensione dell’incredulità che a un certo punto sfocia nell’inverosimile. Osama Game vorrebbe essere una specie di thriller con elementi horror (?) nel quale al lettore viene, a tratti quasi esplicitamente, chiesto di non farsi domande. Ti stai chiedendo dove sia la polizia quando una quarantina di studenti, tutti della stessa classe, muoiono? Non devi, sennò non si va avanti. Ti stai chiedendo perché chi ha le capacità di scoprire l’identità del re non lo faccia fino all’ultimo capitolo? Non devi. Ti stai chiedendo cosa diavolo c’entrano i richiami al soprannaturale stile Silent Hill, che poi infatti non servono a niente? Non devi. E via così fino ad arrivare al mega colpo di scena finale meno credibile della storia.

L’impressione che ho avuto è che l’autore sia partito, come spesso accade, da un’idea semplice e potenzialmente funzionante: prendere dei personaggi e costringerli, attraverso un espediente, a compiere scelte difficili e a pagarne le conseguenze. Solo che poi l’autore si è fermato lì e non è stato in grado di dare corpo a quella semplice idea, l’ha riempita di luoghi comuni e di personaggi da due soldi trovandosi ben presto a non sapere che piega dare alla storia e finendo per costruire un finale risibile perché era l’unico a non essere, oltre che ridicolo, incoerente. E secondo me questa è la ragione della mediocrità di Osama Game: l’idea di base è anche buona ma è sviluppata in modo infantile e approssimativo, lasciando enormi buchi nella sceneggiatura sui quali il lettore non si deve soffermare, buttando in giro informazioni a caso e il più delle volte senza senso solo per poi accorgersi che non erano necessarie. Ma non è questo il modo di costruire una storia d’investigazione. Non è questo il modo di costruire una vicenda in cui lo spettatore non riesce a capire nulla fino al twisted ending finale che rimette tutto a posto.

OusamaGame6I disegni poi sono la riprova dell’inadeguatezza di Nobuaki Kanasawa che è ben lontano dall’essere all’altezza del compito. Non tanto nei personaggi, ben caratterizzati dal punto di vista estetico (pur rimanendo nel seminato, per carità), e nemmeno nella struttura delle tavole, quanto piuttosto nell’impostazione generale dell’intero lavoro. Prendendo un disegno singolo, una singola pagina, va tutto bene, almeno apparentemente. Il problema è quando si guarda la vicenda da un punto di vista più ampio. C’è un sovraccarico di dramma, di tensione, di sentimento che pervade l’intero lavoro dal primo all’ultimo capitolo e che ne rovina definitivamente qualsiasi forma di equilibrio e di ritmo potesse rimanere a una trama così approssimativa. Non so bene come spiegarlo, è qualcosa che diventa subito chiara nelle espressioni dei personaggi, sempre disperati e urlanti a dispetto delle loro azioni, con le lacrime agli occhi ma col sorriso di chi è pronto a sacrificarsi per gli amici. E questo in ogni maledettissima situazione.OusamaGame5 C’è un pathos esageratissimo e costante che, oltre a risultare fastidioso, sminuisce i momenti di vero dramma, di vera tensione, che pure non mancano. Il tutto viene esponenzialmente sottolineato da un uso degli sfondi, spesso indefiniti e riempiti invece di linee che esaltano il dramma del personaggio parlante, che rasenta il criminale. Sembra di assistere a uno di quei pessimi hentai anni novanta nei quali, oltre all’assoluta esagerazione nella drammaticità di frasi e dialoghi, quando i personaggi di turno arrivano – finalmente, non se ne poteva più – all’orgasmo lo sfondi sparisce e compaiono linee ascendenti e colori vivaci, come a suggerire uno stato di estasi mistica dei due (o più) libidinosi personaggi ritratti. Mammamia che fastidio tornare a vedere questi espedienti di bassissima, ma veramente bassissima, leva e per di più usati in modo così sconsiderato e privo di misura in un fumetto dell’anno scorso. E che ha venduto pure tanto.

Conclusione. Osama Game è un’opera che definire sopravvalutata sarebbe usare l’eufemismo del secolo. Nonostante un buon punto di partenza l’autore dimostra tutta quella che spero sia soltanto inesperienza e confeziona una trama piena di buchi che, soprattutto nel finale, sfiora il ridicolo sia per idee che per il ritmo; il tutto “abbellito” da un disegno sfrontato che ne esalta il lato peggiore, quel senso di drammaticità artefatta che permea ogni pagina, e che sfocia nell’unico risultato di essere fastidioso e fuori luogo, peggiorando i già gravi problemi di ritmo e di equilibrio della storia mediocre e pretenziosa. Ma quindi torniamo alla domanda di prima. Qual è il bando della matassa?

Il bando della matassa, per come la vedo io, è che stiamo lentamente abituandoci a prodotti di scarsissima qualità, appiattiti nelle idee e soprattutto mancanti nella forma. L’agonia in cui versa il mercato nel fumetto giapponese, per lo meno in Italia, è evidente: le nuove proposte davvero degne di nota si contano a stento sulle dita delle mani e intanto prolificano prodotti che sanno di stantio o di cibo digerito. E ciò potrebbe senza dubbio contribuire a spiegare il successo di questo titolo in particolare: tale abitudine all’inettitudine fin troppo spesso confusa per letteratura – e il nascente interesse per l’aberrante genere dei (o delle) Light Novel ne è un perfetto esempio – sta lentamente generando un pubblico meno consapevole e meno esigente. Una vasta fascia di pubblico ignara, confusa e ignorante, nata per motivi sociali più che di interesse “artistico”; un pubblico che si esalta nel leggere opere che vendono un surrogato di intellettualità mediato da trame banali con finali altisonanti ma a ben vedere vuoti, appoggiate su un substrato formale e mediatico imbarazzante.

L’unica cosa che non mi spiego ancora, che ancora non torna dopo tale apocalittica riflessione che spero non prendiate come un auspicio di buon anno, rimane la prima cosa di cui ho parlato in questo articolo e cioè il prezzo. Normalmente il budget per questo tipo di letture non sono i quasi otto euro a volume di Osama Game ma grossomodo la metà, quattro o cinque euro. Normalmente cifre così elevate sono tipiche di titoli più “hardcore”, più da cultori, che da ragazzine in piena tempesta ormonale. Invece, questa volta, lo shonen mascherato (anche nel prezzo) da prodotto di nicchia riesce a fare successo. Forse anche in virtù del suo camuffamento. O magari quel pubblico si sta in un qualche modo evolvendo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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