Guanto da Forno d’Oro – Miglior Disegnatore e Miglior Scrittore

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MIGLIOR DISEGNATORE – FACUNDO PERCIO

Questa è stata, onestamente, la decisione più difficile di tutta la premiazione. Durante l’anno passato i disegnatori talentuosi non sono mancati, anzi: Marvel Now! è stato, tra le altre cose, una vetrina di artisti talentuosi che vanno da Ribic a Opeña, da un sorprendente Immonen alla certezza Chris Bachalo all’incursione mordi e fuggi di Coipel; e pure la DC non è rimasta a guardare con dalla sua pezzi grossi quali Greg Capullo, David Finch e Ivan Reis; per non uscire dal terreno seminato e andare a scomodare Staples e compagni Image. Insomma, è di certo stato un anno quantomeno “bello da vedere”, con tutto questo talento preso e messo lì in bella mostra, e scegliere un solo nome non è stato per nulla facile.

2914328-facundoTuttavia pensandoci bene c’è stato un artista che, tra tutti, mi ha colpito particolarmente. Un disegnatore che non conoscevo, che non avevo mai sentito nominare, che mi ritrovo lì ad illustrare quel capolavoro intitolato Fashion Beast. Sto chiaramente parlando di Facundo Percio, i cui disegni li avete potuti ammirare (se non avete letto la meraviglia di cui sopra) nel collage che trovate nel corso della premiazione per Miglior Graphic Novel.

Avrei voluto, per giustificare questa assegnazione, dedicare un collage anche a lui come artista ma poi mi sono reso conto che le uniche due pagine che avrei voluto postare avrebbero spoilerato senza pietà la fine dell’opera. Non so come spiegarlo, ma guardare affiancate la prima e l’ultima pagina di Fashion Beast fa correre un brivido lungo la schiena. E questo non solo per la circolarità della trama, per tutto ciò che quelle due scene raccontano e rappresentano, ma anche e soprattutto per la loro realizzazione, per la bravura di chi le ha disegnate.

Facundo Percio non è certamente il più grande talento che il mondo dei comics abbia mai visto, probabilmente non si avvicina neppure a buona parte dei nomi citati prima, eppure… Eppure Fashion Beast è un capolavoro di e sull’estetica anche grazie a lui e al suo stile. Uno stile che all’inizio paragonavo a quello di Coipel il quale tuttavia, ragionandoci a mente fredda, non avrebbe potuto fare altrettanto bene su quest’opera. Quindi il miglior disegnatore di quest’anno è proprio lo sconosciuto Facundo Percio, l’artista giusto sul fumetto giusto, che con il suo indimenticabile lavoro su Fashion Beast mi ha più volte fatto tremare (in senso buono, ovviamente).

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MIGLIOR DISEGNATORE – TSUTOMU NIHEI

tsutomu-niheiLa scelta qui è stata estremamente più facile, lo ammetto. Perché tra tutte le cattiverie, alcune anche ingiustificate, che si possono dire a Nihei la più insensata è “non sa disegnare”. L’autore di Blame si è negli anni costruito uno stile unico di enorme impatto visivo, stile che giunge al suo culmine ora con Knights of Sidonia (per quanto per certi aspetti lo preferissi in altre opere).

Per riassumere la potenza delle tavole di Nihei basterebbero poche parole: grandezza, vastità, profondità. Nessun disegnatore riesce quanto lui a trasmettere l’idea di un mondo così vasto, di un salone così ampio, di un edificio così imponente, di un baratro così profondo. Nessuno riesce a delineare architetture così esplicitamente aggrappate su sé stesse, che diano da sole l’idea della super-città che ricopre ogni cosa, costruita pezzo su pezzo. E d’altro canto Nihei nasce come architetto ed è solo in un secondo momento che si dedica all’arte del manga. “E si vede” diranno i più malevoli. E per certi versi potrei anche essere d’accordo. Il miglioramento più evidente, nel corso del tempo, è stato la parziale risoluzione dei più grossi problemi nella narrazione ma non si può non notare anche una profonda evoluzione nello stile grafico, segno indiscutibile di una grande crescita artistica. Dal buio opprimente di Blame, che di certo aiutava a descriverne la vastità, siamo approdati ora alla Sidonia i cui interni luminosissimi si alternano alle gelide profondità dello spazio. E non dimentichiamo il talento di Nihei anche nel mecha e monster design che, per quanto si rifaccia alle volte al canone fantascientifico di HR Giger, è notevole.

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Tsutomu Nihei è un artista unico nel panorama fumettistico mondiale. Il suo stile è esclusivamente suo, soprattutto per quanto riguarda architetture e sfondi, e non può non essere preso in considerazione quando si pensa ai “big” del fumetto, quantomeno giapponese. La sua gestione dello spazio, la continua alternanza di claustrofobia e spazi sconfinati, di architetture distopiche tipicamente cyberpunk e scorci naturali, la perizia nella caratterizzazione di luoghi e personaggi, la perfetta impostazione delle tavole… Tutto ciò contribuisce a rendere Nihei quello che è: un talento visionario troppo spesso snobbato e trascurato, quando non offeso e deriso.

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MIGLIOR SCRITTORE – BRIAN K. VAUGHAN

vaughan 3Qui c’è ben poco da dire. È l’uomo del momento. È la nuova speranza del fumetto americano. È l’impero che colpisce ancora con ogni nuova serie (anche se lui di solito non si lascia esplodere). Grande scrittore, ma soprattutto l’uomo del momento. Con buona pace di Robert Kirkmann. Brian K. Vaughan è un talento nella scrittura come se ne vedono sempre meno. Geniale narratore, bravissimo ideatore di luoghi e situazioni e soprattutto superbo character designer. Le sue storie, i suoi mondi e in particolar modo i suoi personaggi vi entrano nel cuore e ci rimangono, e questo da solo basterebbe a garantirgli l’onorificenza massima che è il Guanto da Forno d’Oro. E poi è l’autore di Saga

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MIGLIOR SCRITTORE – INIO ASANO

Ricordo come se fosse ieri quando uscirono i primi albi della collana Manga San, per Kappa Edizioni. Autori sconosciuti, niente spade o amori tra i banchi di scuola, formati di pregio come allora non ne esistevano nel mondo dei manga. Il mondo non sarebbe più stato lo stesso.

Manga San creò una bolla di consapevolezza e, per certi versi, di disillusione che chi visse quel periodo ne sente tutt’oggi gli effetti. Quella collana dal titolo così innocuo dimostrò in una volta sola ed irrimediabilmente che il manga poteva e doveva essere qualcosa di più dell’appiattimento cui si era arrivati, scuotendo la sensibilità di più di un lettore che si trovava spiazzato di fronte al mostro della modernità. Era come fare un balzo e trovarsi d’improvviso al passo con un mondo avanzato troppo velocemente, che ci aveva lasciato indietro. Ora Manga San non esiste più (con somme imprecazioni), ma parte di quel movimento perdura ancora.

asano 3Inio Asano è il primo esponente, per importanza, di una new wave nel fumetto giapponese arrivata troppo tardi e con troppa poca risonanza e veemenza; ed è forse questo ritardo ad aver così estremizzato la sua poetica. È un autore che non ha paura di dire ciò che ha da dire, di esprimersi e di farsi capire. Anche quando farsi capire significa spaventare, infastidire e turbare quella grossa fetta di lettori che non è ancora riuscita ad oltrepassare la fase “cheffigata al quarto livello diventa una scimmia”. Perché la disillusione e il cinismo che permeano ogni sua opera sono tematiche e approcci cui il lettore medio non è abituato e alle quali non si vuole abituare.

Eppure ogni lavoro di Asano, anche i più discutibili, ha molto, moltissimo da dire. C’è davvero tanto su cui riflettere, non ultimo lo stato generale in cui versa il fumetto giapponese. In un mondo di manga recenti ma comunque vecchi, di meccaniche consolidate, di temi facili, di steroidi e feromoni a mille Asano è uno dei pochi, se non l’unico, a perseguire una modernità e una maturità troppo a lungo evitate. E lo fa con una schiettezza disarmante, con un estremismo che tocca e spesso turba profondamente il lettore assopito nel torpore di ciò che lo rassicura da quando aveva dodici anni.

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Guanto da Forno d’Oro – Miglior Graphic Novel

E, come annunciato ieri, si entra nella parte calda della premiazione: con oggi iniziano le categorie davvero importanti, o almeno quelle che ritengo tali. Quindi partiamo con le due migliori graphic novel dell’anno. Nuovamente vi ricordo che ho considerato soltanto manga e comics americani, vista la mia generale ignoranza nel fumetto di altri paesi, quindi non stupitevi se qui non troverete quella meravigliosa graphic novel francese che vi è tanto piaciuta… Si parte!

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FASHION BEAST

Nonostante sia stata pubblicata (in Italia) in cinque volumetti, personalmente non considero questo capolavoro una miniserie. Ha degli elementi della pubblicazione seriale, certamente, come alcune scelte stilistiche e la pagina ad effetto di fine capitolo, messa lì per farti desiderare di leggere il successivo; tuttavia l’intensa unità narrativa dell’intera opera me la fa immaginare più come una graphic novel unica che come una serie, per quanto breve. È insomma uno di quei lavori che forse se fossero stati stampati in un pregiato volume unico, per tornare al discorso di ieri, sarebbero stati presi più sul serio. Sempre che ce ne fosse bisogno.

Probabilmente comunque non ce n’era bisogno, visto che… Quando c’è di mezzo Alan Moore, si sa, le cose tendono a prendere la giusta piega: lo scrittore inglese nonostante i suoi alti e bassi (che ci sono stati, dico davvero) è sempre una certezza e si dimostra all’altezza del compito ancora una volta. Non voglio raccontarvi la storia editoriale di Fashion Beast, che nasce come sceneggiatura cinematografica per approdare solo in un secondo momento ad un porting a fumetti. Quello che mi interessa, per lo meno in questa sede, è l’opera in sé e per sé.

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Fashion Beast è un capolavoro di rarissima bellezza e di incredibile potenza espressiva. L’impatto e la drammaticità della trama vengono amplificati dall’argomento trattato, che potremmo sminuire definendolo “il mondo della moda”, che è facile considerare futile ed effimero. Invece Alan Moore riesce, apparentemente senza sforzo, ad elevare la riflessione ad un contesto puramente estetico: moda ed esteriorità non sono per i protagonisti semplice apparire ma definiscono il loro essere, mischiandosi alla loro sostanza. Sono personaggi tormentati e dannati eppure di incredibile potenza espressiva che si muovono in un mondo distrutto oltre il confine della distruzione. E in questo universo morente, freddo e coperto di cenere l’atelier di Celestine, con tutti i suoi meravigliosi abitanti, è l’unica cosa bella rimasta, il cui scopo non è che diffondere la più pura delle bellezze, non contaminata da futilità e funzionalità.

Alan Moore ed Anthony Johnston riescono nel corso dei pochi volumi che compongono questo capolavoro a delineare un mondo in cui la bruttezza ha vinto e al cui centro l’ultimo baluardo di un’estetica più elevata resiste ancora, popolato di personaggi incredibilmente forti ma al contempo incredibilmente fragili. Le rare intrusioni di esoterismo, tanto care allo sciamano, sono finalmente controllate e aggiungono profondità alla narrazione senza distruggerla esaltando il perfetto equilibrio tra narrazione, spiegazione e riflessione. Il tutto espresso in una trama squisitamente circolare la cui prima e ultima pagina sono per quanto mi riguarda indimenticabili.

Fashion Beast è un incredibile capolavoro, che merita di esser ricordato negli anni a venire per la sua enorme bellezza e la sua grande profondità narrativa.

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OPUS

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Di questa meravigliosa ultima opera di Satoshi Kon abbiamo già parlato approfonditamente qui e, francamente, non saprei cos’altro aggiungere. Opus è un grido d’amore di un autore verso il proprio lavoro come se ne son visti pochi. Va assolutamente letto, non c’è niente da fare.

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Guanto da Forno d’Oro – Miglior Evento/Crossover e Miglior Edizione

Mi scuso in anticipo per questo che probabilmente sarà il meno interessante degli articoli riguardanti il Guanto da Forno d’Oro, spero che giunti alla fine capirete perché ho deciso di scriverlo comunque. La prima categoria premiata è, come si può evincere dal titolo poco criptico, Miglior Evento/Crossover che per ovvi motivi tiene in considerazione solamente comics in continuity. Prima di partire vorrei però dire due parole sul perché ho deciso di premiare questa categoria che potrebbe, a prima vista, apparire di secondo piano.

Nel mondo del fumetto supereroistico odierno il concetto di “evento”, inteso in senso più o meno lato, sta assumendo sempre maggior importanza e soprattutto sempre maggior frequenza. Questo dato di fatto è sicuramente dovuto a innumerevoli motivi, calcoli e considerazioni tra le quali ne spicca, per quanto mi riguarda, una: l’aspetto economico. Stampare il maxi-evento è una fonte incredibile di guadagni in un modello editoriale che comincia, altrove, a vacillare. La possibilità di proporre cover variant ed edizioni limitate è già di per sé un guadagno sicuro, senza contare poi che scrivendo un crossover tra più testate si pigliano i fan di tutti i personaggi che ne fanno parte. Insomma, per come la vedo io è più una questione di marketing e ciò, per quanto da questo tipo di progetti siano uscite più volte delle belle storie, secondo me ne sminuisce in generale il valore. Anni fa le testate, per quanto in continuity le une con le altre, andavano abbastanza per conto loro seguendo cicli narrativi solitamente molto più fruibili di ora. I crossover poi erano eventi davvero rari e, in un certo senso, drammatici; basti pensare alle varie Crisi cui abbiamo assistito (quelle con la c maiuscola però). Ora tutto serve solamente a vendere un maggior numero di testate, rendendo talvolta impossibile capire ciò che si sta leggendo senza procurarsi altri tre o quattro spillati, che a loro volta ne necessiteranno altri e così via. In questo scenario Marvel è riuscita, da Civil War in poi e sempre con frequenza crescente, a trasformare tale grossa operazione di marketing in un un’arte: non passa mese senza una qualche run “fondamentale” o team up rivoluzionario, la cui qualità ha talvolta dell’imbarazzante (e sì, sto parlando di Age of Ultron). Salvo poi che la storiografia che si va così creando è per la maggior parte dei casi soltanto apparenza, con eventi insignificanti cancellati appena dopo il loro termine. Comunque, sto divagando. Come dicevamo in apertura vuoi per un motivo o vuoi per un altro il maxi-evento, il crossover, la run di svolta e via discorrendo stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella narrazione supereroistica e, per quanto la cosa non mi faccia sempre fare i salti di gioia (e sì, parlo ancora di Age of Ultron che piuttosto mi ha fatto fare i salti di nausea), bisogna prenderne atto. Quindi prendiamone atto e…

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MONDO PUTRIDO

Non a caso il vincitore di questa prima edizione del Guanto da Forno d’Oro è sì un crossover, ma non è Marvel. Forse la politica dell’evento a tutti i costi non ha pagato, o forse qualcos’altro, ma rimane che Mondo Putrido, Rotworld in originale, mangia in testa a qualsiasi altro crossover dell’anno (per non esser volgari). L’idea di fondo nasce dai due primi numeri di Swamp Thing di Scott Snyder e di Animal Man di Jeff Lemire, che pongono già le basi per questa meraviglia.

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Il soggetto è se vogliamo piuttosto semplice. Le tre forze della natura, di per sé né buone né malvagie, sono il Verde il Rosso e la Putrefazione, ognuna con il proprio Avatar, e sono sempre in lotta tra loro nel tentativo di una supremazia che non può in nessun caso essere raggiunta, perché è l’equilibrio tra tutte e tre che permette ad ognuna di esistere. Solo che in questo particolare momento storico, con Alec Holland instabile dopo aver ritrovato la propria umanità (rimasugli del Giorno più Splendente) e con l’Avatar del Rosso ancora giovane e inesperto, la Putrefazione si trova in una posizione avvantaggiata e rompe l’equilibrio.

La trama, che ripeto pone le sue radici fin dall’inizio delle due testate gemelle e che potrebbe forse apparire fin troppo lineare, giunge al suo culmine su Mondo Putrido, un distopico possibile universo futuro in cui la Putrefazione ha vinto e nel quale Swamp Thing e Animal Man si trovano a lottare per la sopravvivenza propria e di ogni essere vivente rimasto. Ed è in questo mondo morto che la narrazione decolla, sia nei dialoghi che nelle situazioni. Anche dal punto di vista estetico è tutto particolarmente curato, riuscendo a trasmettere perfettamente l’idea di “qualcosa non va” con apice nelle versioni corrotte degli eroi che ben conosciamo, grottesche e perverse deformazioni di tutto ciò che rappresentano.

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Concludendo. Rotworld è una gran bella storia che tiene il lettore incollato alle pagine dall’inizio all’interessante fine. Gli autori sono riusciti a creare una specie di sotto-continuity che se ne frega del resto dell’universo DC e, a dirla tutta, anche del resto dell’universo Dark (almeno in prima approssimazione) dimostrando che si può scrivere un evento profondo, complesso, definitivo e soprattutto bello senza necessariamente coinvolgere milioni di testate e valanghe di personaggi. Basta avere delle belle idee, per quanto semplici, e saperle comunicare. Non occorre altro.

Prima di passare alla seconda categoria, che vi annuncio sarà estremamente breve per non scadere nella noia, piccola premessa dato che questa categoria, Miglior Edizione, necessita di più spiegazioni di qualunque altra.

Non vorrei scadere nella banalità e nella retorica, ma viviamo in un mondo (o in un Paese se preferite) che disprezza e denigra tutto ciò che non conosce, che non è consolidato. E in questo grande insieme, tra le altre cose, possiamo senza fallo annoverare il fumetto, di qualsivoglia forma e provenienza. Per ogni appassionato e per ogni cultore ci sono dieci persone spaventate dall’evolversi del mondo attorno a loro, pronte ad offendere e deridere chiunque abbia a che fare con questa “sottospecie di letteratura per bambini troppo scemi per studiare” che chiamiamo fumetto. Così è sempre stato e così sta continuando ad essere. E sono fin troppo poche le persone che trattano questo medium per quello che è davvero, con la dignità che merita. Troppo poche anche tra gli addetti al settore, tra gli “esperti”. Ma io mi chiedo. Come facciamo, come comunità di appassionati di fumetti (ammesso che tale comunità esista), a pretendere il rispetto che meritiamo quando noi stessi non ci prendiamo sul serio? Quando noi stessi trattiamo la nostra passione come qualcosa di serie b? La fanbase dovrebbe rivoltarsi al solo pensare ad aborti come le ultime edizioni di Fables e di Y The Last Man. Il concetto stesso che ne sta alla base è aberrante e distrugge, da solo, qualsiasi forma di dignità si voglia attribuire al medium fumetto. L’idea che l’edizione non conti nulla, che colori e formato siano cose cui si può rinunciare pur di spendere meno, è segno di un’endemica mancanza di rispetto aggravata dal fatto che viene non dall’intellettualoide ignorante che disprezza perché non conosce, ma da gente che si suppone sappia il fatto suo. Perché il messaggio che sta passando è nient’altro che questo. Il fumetto è una lettura di serie b, di quelle che si comprano all’edicola della stazione prima di prendere il treno se ci si è dimenticati il libro a casa e se hanno finito gli Harmony. E quindi l’unico requisito che deve avere è che deve costare poco. Null’altro. E invece io, come appassionato e lettore, esigo il dovuto rispetto per me e per ciò di cui mi occupo, in particolar modo da chi dovrebbe capire di cosa parlo.

In questo scenario ho ritenuto importante assegnare un premio alle migliori edizioni dell’anno. Edizioni che non hanno paura di prendersi sul serio, di sbattere in faccia ai detrattori il loro valore, già a partire dalla copertina. Edizioni che non scendono a compromessi, che non sacrificano colori, dimensioni, qualità di carta e stampa in virtù di un finto risparmio. Edizioni superbe in un medium che spesso non riesce ad arrivare nemmeno ad edizioni “dignitose”. Non spiegherò perché ho deciso di premiare esattamente queste due perché, credo e spero, sarebbe superfluo. Chiunque le abbia avute per le mani, anche soltanto per poco in fumetteria, sa di cosa sto parlando. Quindi ecco i premiati.

THE SANDMAN e BUONANOTTE, PUNPUN

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Con questo si chiude la prima parte di questa premiazione. Da domani (o dopodomani se va male) si comincia con le categorie importanti, con i premi prestigiosi. Nell’ordine avremo: Miglior Graphic Novel, Miglior Scrittore e Miglior Disegnatore e dulcis in fundo Miglior Serie. Alla prossima!

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Guanto da Forno d’Oro – Miglior Ristampa

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ALL STAR SUPERMAN

Cosa succede quando la forza inarrestabile incontra il corpo inamovibile?

Per quanto mi riguarda sono due le storie di Superman che rimarranno per sempre negli annali del fumetto. La prima, manco a dirlo, è firmata da Alan Moore e si intitola Cos’è Successo all’Uomo del Domani?, disponibile fino a qualche tempo fa in un bel cartonato antologico della Planeta. Avrei molto da dire a riguardo ma non è questo il momento adatto. Basti sapere che, a mio avviso, il tempo ne ha in parte offuscato lo splendore. La seconda è All Star Superman, di Grant Morrison e Frank Quitely.

All Star Superman è una perla di rara bellezza nel panorama supereroistico, una luce di speranza per tutti quelli che credono che questo tipo di narrativa possa fare di più di quello che spesso si limita a proporre. In dodici meravigliosi capitoli racchiude con raffinatissima eleganza tutta l’essenza di quello che Superman sarebbe sempre dovuto essere e che troppo poco spesso è stato. Superman è qui raffigurato con l’onestà di chi ne ha capito realmente l’essenza in tutta la sua profondità. Perché l’Uomo d’Acciaio è sì il più grande supereroe del mondo, sì l’uomo più potente della Terra, ma è anche un essere terribilmente solo, schiacciato dal peso della propria responsabilità, delle proprie infinite possibilità e delle proprie scelte, costantemente pronto al sacrificio ma desideroso di vivere.

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Non mi era mai capitato, prima di questa lettura, di provare empatia per questo super-essere quasi divino, nemmeno i racconti di Alan Moore per quanto ben scritti ci erano riusciti. Grant Morrison, affiancato da un Frank Quitely allo stato dell’arte, dipinge un affresco indimenticabile dell’eroe più iconico, famoso ed importante della storia, un affresco che entrerà immediatamente ed irrimediabilmente a far parte del vostro immaginario. I due riescono a firmare un’opera che ridefinisce le possibilità e le responsabilità della narrativa supereroistica, dimostrando che anche in questo campo si può far letteratura , non solamente intrattenimento.

Ogni capitolo è fondamentale, ogni capitolo mostra una diversa sfaccettatura di un personaggio incredibilmente complesso ed allo stesso tempo semplice nel suo essere semplicemente “buono”. E tutto ciò raggiunge il suo apice nell’ottavo capitolo, intitolato “Essere Bizzarro”, che presenta la vicenda più toccante di tutto l’albo e uno dei comprimari più profondi e tristi dell’intero genere supereroistico. Indimenticabile.

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EDEN

Eden è una storia strana, magistralmente scritta da un Hiroki Endo debitore per stile grafico e filosofico di molti grandi autori cui spesso si rivolge: da Satoshi Kon a Yu Kinutani a Mamoru Oshii. Da un lato ci sono le tematiche affrontate, presenti in molti manga ma di rado sviscerate così profondamente e con un ruolo così centrale: le riflessioni sull’anima e sulla coscienza, il raggiungimento di un livello superiore di consapevolezza, l’evoluzione dell’individuo e della specie, la definizione stessa di individuo e specie… Dall’altro c’è la narrazione vera e propria e la sua ambientazione. La vicenda prende atto in un mondo particolarmente vivo e credibile, regolato da meccaniche proprie, del quale poco alla volta impareremo ad apprezzare la complessità. Quello di Eden è un mondo allo sbando, profondamente segnato dall’avvento del virus Closer, in cui il degrado economico e sociale è ormai irrimediabile realtà di ogni giorno. L’onnipresente vena cyberpunk aggiunge varietà alla narrazione e l’atmosfera a metà tra vita normale, criminalità organizzata e scenario post apocalittico ne aumenta la profondità.

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In questo universo i vari personaggi che conosceremo vivono le proprio vite. Sono personaggi straordinari, di incredibile potenza narrativa, ognuno con un ruolo di spicco nel nuovo ordine mondiale, e noi assisteremo alle loro azioni dalla portata planetaria e al loro parallelo tentativo di vivere una vita normale. La narrazione abbraccia molti anni di storia, nel corso dei quali vedremo personaggi andare e venire, nascere e morire, crescere ed invecchiare, innamorarsi ed allontanarsi. E al di là delle riflessioni filosofiche, al di là delle peripezie dei protagonisti, è nella quotidianità che Eden trae la sua forza e la sua bellezza. Una quotidianità e una normalità certo diverse dalle nostre, perché costantemente minacciate da un mondo crudele e sull’orlo del baratro, ma comunque tali. Sarà impossibile non affezionarsi ai protagonisti, non condividere con loro gioie e dolori, non innamorarsi di loro. Alla fine dei 126 capitoli che compongono l’opera saremo cresciuti con i personaggi che abbiamo letto, camminando per un po’ assieme a loro. Sarà un po’ come averli conosciuti. E se ci resterà qualcosa di questa lettura sarà questa.

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Guanto da Forno d’Oro – Miglior Serie Nuova

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Potete cliccare sull’immagine, vi apparirà a dimensioni reali!

THOR – DIO DEL TUONO

Nonostante le nuove proposte quest’anno non siano di certo mancate sarebbe stato estremamente complicato e pure in un qualche modo ingiusto non tenere conto del più grande progetto editoriale del 2013: Marvel Now!. Del 2013 almeno in Italia, certo. Abbiamo assistito ad una miriade di nuove testate e testatucce, alcune meritevoli, altre brutte in maniera deprimente. Alcune serie nelle quali riponevo una gran fiducia si sono rivelate poi una delusione, mentre altre sono state capaci di sorprendermi nonostante lo scarso appeal iniziale. Tra tutte, tuttavia, ne spicca una che è riuscita a fare esattamente quanto le era richiesto, centrando in pieno lo spirito del rilancio e dando nuova linfa vitale al suo protagonista: Thor – Dio del Tuono, di Jason Aaron e Esad Ribic.

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Finalmente possiamo tornare a leggere le avventure di un Dio del Tuono che è veramente un Dio, non un cretino biondo e palestrato né tantomeno un “semplice” Vendicatore. Aaron è riuscito, nel corso dei relativamente pochi numeri dall’inizio della sua gestione, a intessere una bella trama che parla di divinità e soprattutto di un eroismo più alto, più distaccato e meno umano, come si addice al figlio di Odino. Gorr il Macellatore di Dei è uno degli antagonisti più iconici di Marvel Now! (più per la sua psiche che per il suo design, bisogna ammetterlo) e l’enormità del suo piano di vendetta è giustamente proporzionata alla drammaticità delle conseguenze che porterà con sé e all’eroismo sconfinato dei protagonisti che lo contrastano. Il bell’espediente di utilizzare tre diverse linee temporali che a un certo punto si intersecheranno per mostrare diverse versioni, diversi gradi di maturazione di Thor e metterli a confronto non sarà geniale, ma è estremamente funzionale e si stacca finalmente dal vecchio canovaccio “dio arrogante-punizione-lezione d’umiltà”.

Il tutto ben scritto e soprattutto ben disegnato da un Esad Ribic in splendida forma, che pare essere riuscito a trovare un equilibrio tra il suo stile prettamente pittorico e un tratto più tipicamente da serie regolare, ma senza perdere l’impatto visivo di cui è capace. Una combinazione di idea-testi-disegni che funziona come una macchina ben oliata, una perfetta alchimia che ci regala finalmente una serie regolare dedicata al Dio del Tuono degna di questo nome.

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Anche qui, cliccando, potrete apprezzare in dimensioni reali questo splendido (?) collage fatto da me medesimo con Paint e somma fatica. Perché le dimensioni contano…

Invece per i manga…

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ICHI THE KILLER

Ichi the Killer è un manga sulla violenza. Questa frase potrebbe, da sola, riassumere l’intero contenuto dell’opera. I dieci volumi che la compongono sono una lenta discesa in un mondo vendicativo, depravato e, soprattutto, estremamente violento. Hideo Yamamoto riesce, senza l’arroganza che ha quasi rovinato Homunculus, a scuotere il lettore con un messaggio estremamente forte, per quanto semplice e spesso non condivisibile. La vita di tutti i personaggi che infestano il malandato grattacielo di Shinjuku è segnata dalla violenza più estrema, perpetrata o subita, al punto che essi stessi diventano semplici veicoli di questa forza atavica. Ogni personaggio è l’avatar di una forma di violenza, l’araldo di un modo deviato di approcciare il mondo, e trova soddisfazione e compimento soltanto nella pratica del proprio essere. Sono esseri in un qualche modo puri, i cui comportamenti non sono in alcun modo contaminati o smussati da qualsivoglia morale o dovere, le cui pulsioni sono irrefrenabili e spesso irrimediabili.

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Tuttavia non c’è giudizio morale nella rappresentazione delle vicende, nella caratterizzazione dei protagonisti, ed è questo a rendere Ichi the Killer un ottimo racconto. Yamamoto riesce nel difficilissimo compito di non scadere nel pietismo né nel disgusto di fronte a queste creature così complesse eppure così semplici: la loro violenza e la loro disperazione non vengono e non vanno mai confuse con cattiveria o malanimo. Non c’è mai un giudizio verso quanto succede perché quanto succede, ed è qui che personalmente non condivido il messaggio dell’autore, è soltanto la rappresentazione di una (o della) faccia della natura dell’uomo, animale sociale ma anche bestia schiava dei propri stimoli. E tutti i protagonisti hanno di conseguenza questa doppia valenza di vittime e carnefici, di padroni e schiavi della propria condizione. E ciò lo si può ben apprezzare in particolar modo nelle due personificazioni principali ed opposte di questa violenza intesa come forza primordiale che domina l’uomo: Ichi e Kakihara, il sadico e il masochista, le cui strade si incontrano sia per destino che per scelta.

È una lettura forte ed onesta, che non ha paura di dire ciò che ha da dire e che non scende a compromessi. Mai. E questa onestà in un mondo in cui “sconvolgere il fruitore” è o il fine ultimo o un ostacolo da evitare assolutamente va apprezzata. Yamamoto comunica un messaggio, con perizia e spavalderia ma senza arroganza, e per quanto non condivida il cinismo che ne sta alla base riesce comunque far riflettere.

Come deve far riflettere il fatto che a vincere il premio come Miglior Serie Nuova sia un manga scritto quindici anni fa e pubblicato per la prima volta ora. Quindi due domande. Nessuno finora si era accorto di questa perla? E che fine sta facendo il mondo del manga, se non c’è nessuna novità meritevole che sia davvero una novità?

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

Così ha inizio

Salve a tutti e bentornati! Siate carichi d’entusiasmo perché, come preannunciato, si comincia. Posticipiamo per un po’ la classifica delle anteprime di questo mese, che peraltro temo sarà piuttosto scarsa, per iniziare la nostra serata di gala.

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Immaginate di trovarvi in una di quelle grosse città americane da telefilm, Los Angeles o New York vanno benissimo. Vi state avvicinando, a bordo della vostra Limo, all’enorme edificio dove la cerimonia più cool dell’anno sta per cominciare. Il Guanto da Forno d’Oro. Siete in ritardo ma non troppo, giusto per sottolineare la vostra presenza e, non appena scendete dall’auto e poggiate il piede destro sul red carpet, venite accecati da un mare di flash e uno scroscio di applausi. Vi guardate fugacemente attorno e vi accorgete di essere al centro di un enorme ciclone fatto di giornalisti, incuriositi e invidiosi passanti e, soprattutto, un macello di star e vip. Ci sono tutti. In un angolo Alan Moore sta intrattenendo Geoff Johns e Joe Quesada con dei trucchi di magia che servono tuttavia a mascherare gli anatemi che sta lanciando contro di loro con l’altra mano. Dall’altra parte Robert Kirkmann gironzola con un drink in una mano e uno zombie al guinzaglio nell’altra. Verso l’ingresso intravvedete un piagnucolante Akira Toriyama che singhiozza “ma nessuno vuole sapere chi sia la mamma di Goku?” riscuotendo tuttavia poco successo. E poi ci sono Warren Ellis, intento a rollarsi una canna, Garth Ennis che picchia un bambino e Inio Asano, depresso come al solito. Insomma, davvero un sacco di gente importante, tutti giunti lì per partecipare alla serata di gala.

Ecco, non è che stia andando esattamente così. Ho provato a scrivere ad Alan Moore che mi ha risposto inviandomi una bambola di pezza con un chiodo nel cuore, mentre l’agente di Kirkmann scrive con molta franchezza che l’artista “ha da fare”. Bene, allora niente premio per te, caro Robert. Solo Toriyama ha confermato entusiasticamente la sua presenza, ma solo a patto che compri tutti gli eventuali seguiti di DragonBall.

Vabè, torniamo nella realtà. Questo è il primo della serie di articoli riguardante i Guanto da Forno d’Oro Awards. Sono super-emozionato. In fin dei conti rimane un evento parecchio importante per Dailybaloon. In queste righe volevo spiegare un po’ quali e perché saranno le categorie premiate, in primo luogo, e magari divagare un po’ se il tempo ce lo permetterà. Quindi cominciamo.

Partiamo subito dicendo che, di tutti i premi (tranne uno), ve ne sono due versioni: una per i manga e una per il comic americano. All’inizio pensavo di fare un unico premio per categoria, ma poi ho pensato che confrontare mele e biscotti non aveva poi molto senso, e così eccoci qua. Abbiamo già il doppio dei premi, ma credo che questo sia un procedimento più onesto. Ho anche deciso di lasciare fuori il fumetto europeo e quello sudamericano perché, francamente, ne so fin troppo poco e ne leggo fin troppo pochi per esprimere un giudizio vero. Sarebbe andata a finire che l’unico fumetto francese che ho letto quest’anno avrebbe vinto tutti i premi disponibili solo perché era l’unico i concorso, e non mi pareva giusto. Quindi niente Orfani in gara, fumetto di cui a malincuore dovremo riparlare a breve, e soprattutto niente Zerocalcare, fuori dalle scatole.

Piccola chiosa. Il tempo. Il tempo un tempo, era un valzer moderato… Il periodo di tempo preso in considerazione è approssimativamente l’anno solare che va da febbraio a febbraio, e tutte le pubblicazioni che hanno visto la luce in questo lasso di tempo sono state prese in considerazione. In virtù di ciò non ci saranno nomination, mi spiace, considerate in nomination qualsiasi fumetto uscito nell’anno passato.

Quindi, dicevamo, categorie. Per manga e comics abbiamo Miglior Serie Nuova e Miglior Ristampa. La prima premia la miglior serie il cui primo numero sia uscito negli ultimi dodici mesi anche non necessariamente terminata, mentre la seconda semplicemente il miglior fumetto dell’anno che sia almeno alla seconda stampa in Italia. Viene considerata soltanto l’opera in sé, mentre per nessuno dei due casi viene presa in considerazione la qualità “tipografica” dell’edizione che invece rientra in… Miglior Edizione, ovviamente. Abbiamo poi Miglior Miniserie/Graphic Novel, premio unico che tiene conto di entrambe le categorie perché spesso distinguibili soltanto per la scelta dell’editore di stamparle in volume piuttosto che in albi. Anche qua stesse regole di prima: lavori pubblicati nell’ultimo anno e per i quali si è considerato soltanto il contenuto dell’opera, e non la sua veste editoriale.

Ed ora tocca all’unico premio esclusivamente americano, senza la controparte nipponica. Miglior Evento/Crossover. Tradizione del fumetto supereroistico e pratica incredibilmente abusata dagli accoliti di Topolino, almeno negli ultimi dieci anni, il crossover è comunque un momento carico di tensione, un ciclo narrativo che abbraccia più testate che si intrecciano dando talvolta vita ad affreschi profondi ed interessanti. Questo premio non avrebbe avuto senso nel campo manga, ma credo che per il fumetto americano sia piuttosto interessante, quindi eccolo qua a rompere la bella simmetria che avevamo finora. E siamo quasi alla fine. Si avvicinano i tre premi davvero importanti. Primo: Miglior Disegnatore, che credo riserverà delle sorprese. Chi vincerà tale premio lo farà per un lavoro in corso di pubblicazione negli ultimi dodici mesi ma anche per la sua carriera in generale, quindi nella descrizione mi riferirò prevalentemente ad un opera ma senza escludere sguardi al passato che ci permetteranno di fare confronti e ricamare riflessioni, quando possibile. Stesso identico ragionamento per Miglior Scrittore, che seguirà lo stesso modus operandi.

Ed eccoci qua. Il premio più importante, o almeno quello che considero tale. Verrà assegnato per ultimo e sarà… rullo di tamburi. Miglior Serie. Senza nessuna limitazione. Basta che ne sia uscito almeno un numero nell’ultimo anno. Questo, assieme a Miglior Grapphic Novel in realtà, è il premio che considero più rilevante perché mi rendo conto che, probabilmente, i vincitori come Miglior Serie Nuova non sarebbero nemmeno sul podio se avessero dovuto confrontarsi con un gruppo di avversari più ampio. Miglior Serie è il premio che definisce, tolte le Graphic Novel che hanno appunto una categoria a parte, i due migliori fumetti dell’anno, quelli che consiglio assolutamente, che ritengo meritevoli sul lungo periodo, che hanno saputo essere nel corso del tempo opere mature capaci di superare la prova dello scorrere dei mesi, vincendo la noia con idee resistenti ed intriganti.

Con questo direi che abbiamo finito la carrellata. Chiaramente se avete dei dubbi o se non condividete le categorie o il modo in cui sono intese trovate qua sotto la finestra dei commenti nella quale potete, anzi siete invitati, a dire la vostra. Spero di avervi messo almeno un po’ di curiosità che, comunque, sarà soddisfatta a breve! Spolverate lo smoking, la serata di gala sta per avere inizio.

Traguardi e annunci

Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Dailybaloon… Tanti auguri a te!

birthday cake - 1

Buongiorno a tutti. Per la serie “forse non tutti sanno che”… Forse non tutti sanno che esattamente un anno fa nasceva Dailybaloon! Per la verità lo spazio con questo nome è venuto al mondouna decina di giorni prima, ma il primo articolo pubblicato risale esattamente al 12 febbraio 2013, e alla fin fine è dunque questa la data bella da ricordare e festeggiare. Insomma. Un anno. A pensarci ora è un sacco di tempo, e tantissime cose sono cambiate o si sono evolute. Siamo partiti con la prima analisi delle anteprime dodici mesi fa scrivendola a mo’ di “eterna chiacchierata” per arrivare successivamente al format “classifica” che (spero) risulti più snello da sfogliare. La mia prima recensione è stata per quel gran bel fumetto che è Uchu Kyodai, scritta in un periodo in cui non avevo ancora imparato la metà delle comunque non numerose opportunità tipografiche che wordpress mette a disposizione degli utenti free: non sapevo dove diavolo fosse il giustificato quindi gli articoli arrivavano così, allineati a sinistra, con quel tipico aspetto da faglia di San’Andrea; non sapevo dove fosse il tasto per quel bel pulsante “continua a leggere” che tanto snellisce la schermata iniziale; non avevo lume di come mettere le immagini in modo se non ragionevole almeno decente. Ora alcune di queste cose sono cambiate – in meglio spero – ma è sempre bello guardarsi indietro e vedere da dove si è partiti e con quanta incertezza si muovevano i primi passi e, nonostante tutto, dove si è arrivati. Non posso che rimanere in parte colpito e commosso di fronte a tale traguardo che, volente o nolente, segna un primo giro di boa.

Ed è con questo giro di boa che devo fare un annuncio importante. Forse un po’ telefonato per i più attenti ma va bene così. A cavallo di capodanno in un commento mi era stato chiesto se avessi l’intenzione di stilare la classifica dei migliori fumetti dell’anno e, allora, risposi “non subito” e “non proprio”. Bè, il momento è arrivato. In occasione del primo anniversario di Dailybaloon, e in modo da rimanere un po’ separato dalla sfilza di Top di gennaio dato che è sempre bello fare gli alternativi, è con grande piacere che vi annuncio la nascita del primo trofeo fumettistico targato Dailybaloon! Ecco a voi… il Guanto da Forno d’Oro!

Ecco il conept del trofeo. Spero vi piaccia quanto piace a me!

Ecco il conept del trofeo. Spero vi piaccia quanto piace a me!

Che dire quindi, sarà un premio annuale tipo “premio Oscar”. Ci saranno delle categorie ognuna con il suo vincitore, a coprire un arco di tempo che va da febbraio a febbraio. Dei dettagli tecnici magari parleremo più avanti, tipo quali sono le categorie e come le ho intese, per ora volevo solo annunciare questa gran cosa (anche se non ci sarà una serata di gala free drink a suo supporto) e mostrarvi il meraviglioso concept del trofeo che riceveranno i vincitori. Idea e realizzazione grafica sono a cura del mio caro amico Fabio, molto più talentuoso di quanto lui non creda, che ringrazio veramente di cuore. Vi metto il link alla sua pagina Facebook e al suo profilo su Society6 nel caso vi interessi magari comprare quale t-shirt da lui medesimo disegnata, comunque dategli un’occhiata che la merita. Non voglio risultare pesante e fare un lungo elenco di contatti, se me ne vengono in mente altri li aggiungerò in quel momento.

Quindi che altro dire? Fondamentalmente nulla. Siate carichi per l’arrivo della prima edizione dei Guanto da Forno d’Oro Awards che si terrà in un momento non meglio precisato dei prossimi dieci giorni in modalità ancora da definirsi (mammamia la precisione). Sperò sarà un articolo (o più articoli) piacevole da scorrere e da guardare, da leggicchiare e da commentare. Sappiate che i premiati sono già stati messi nero su bianco e che gli inviti sono stati spediti. Attualmente sto lavorando alla costruzione dei vari collage commemorativi con cui accompagnare la lettura che spero vivamente apprezzerete (vista la fatica maledetta che occorre per farli senza avere i dovuti programmi). E non mi resta che terminare ringraziando tutti coloro che mi hanno letto e mi stanno leggendo in questo momento: è grazie al vostro supporto che Dailybaloon è diventato quello che è, e mi piace quello che è diventato. Quindi grazie di cuore, spero di rivedervi presto su queste pagine. Questo è davvero tutto, gente, per ora vi saluto. State bene e alla prossima.