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Guanto da Forno d’Oro – Miglior Serie

E siamo giunti alla fine di questa (forse troppo, ma prometto che l’anno prossimo sarà meglio) lunga maratona di premiazioni. Manca solo una categoria, per certi versi la più importante assieme a Miglior Graphic Novel. Quindi rimbocchiamoci le maniche e partiamo verso le due migliori serie di quest’anno. Senza limitazioni. Basta che sia uscito almeno un numero negli ultimi dodici mesi.

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SAGA

Nonostante sia sulla bocca di tutti ormai da un po’ di tempo, mi rendo conto solo ora di non aver mai parlato approfonditamente di questo capolavoro. Solo qualche frase buttata qua o sottintesa là a suggerire quanto mi stia piacendo, ma mai una vera recensione. Non la farò nemmeno ora, però due parole le vorrei comunque dire, vista l’occasione. Partiamo da una cosa ovvia. Senza entrare nel merito di questioni filosofico-ornitologiche su uova e galline, Saga non è quello che è grazie ai premi che ha vinto, come molti malignamente si ostinano a pensare. Piuttosto il contrario: Saga ha vinto lo sfracellaio di premi che ha vinto (questo compreso) per via di quello che è, di quello che rappresenta.

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Partiamo dal “cosa rappresenta”. Saga rappresenta, oltre a un superbo prodotto di intrattenimento, la definitiva vittoria del modello editoriale di Image Comics, la cui libertà artistica ed economica che lascia agli autori è il punto di svolta più significativo dell’industria dei comics di questa decade. Con buona pace dei fumetti digitali, che pensavano di essere loro la  vera rivoluzione, e di Alan Moore che si sta mangiando le mani e vorrebbe essere nato vent’anni dopo. L’opera di Vaughan e Staples toglie qualsiasi dubbio sulla validità dell’approccio “creator owner” e ne sancisce la superiorità sull’anacronistico modello corporativo, superiorità morale ma anche qualitativa.

Poi c’è la questione “quello che è”. E Saga è null’altro che una meraviglia. Vaughan, che non a caso si porta a casa anche il premio di Miglior Scrittore, è una fucina di idee vincenti e di dialoghi perfetti. Prende con la facilità dei grandi geni una vicenda trita e ritrita quale la storia di Romeo e Giulietta e la modernizza rendendola genuinamente al passo coi tempi. Perché se volessimo ingiustamente sminuire Saga potremmo dire che è soltanto una versione moderna di Romeo e Giulietta. O comunque del classico gioco dell’amore proibito. Solo che non si limita a questo. Le situazioni che i due innamorati si troveranno ad affrontare per la salvezza del loro rapporto e della propria figlia, oggetto del desiderio delle due potenze in guerra e non solo, sono eroiche e tragiche nel senso classico del termine, dotate di una profondità e di una forza notevoli. Non si fermano al misunderstanding finale né allo scontato pietismo cui spesso siamo abituati leggendo opere di questo tipo, ma suscitano riflessioni e sentimenti complessi e duraturi.

Il tutto è circondato da un mondo incredibilmente vivo e straordinariamente credibile per quanto estremizzato. Un mondo in cui ogni luogo rappresenta un concetto semplice, ma analizzato con chiarezza e puntualità anche se spesso con poche parole. E soprattutto un mondo popolato di persone e creature indimenticabili. La vera forza di Saga risiede, in ultima analisi, in questo.

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C’è qualcosa di magico nella perfetta armonia con cui Brian K. Vaughan e Fiona Staples sono riusciti a delineare un insieme di personaggi così memorabili. Dai protagonisti ai comprimari fino alle comparse, ogni personaggio dal primo all’ultimo entra nel cuore del lettore e ci rimane impresso. Da Robot IV a Volere e Segugio, da Gatto Bugia alla scoiattolina infermiera che appare solamente in quel flashback, da Alana e Marko ad Izabel e Hazel, voce narrante e cardine della storia.

Saga è un’opera indimenticabile, popolata da personaggi indimenticabili che compiono gesta indimenticabili. In questo lavoro risiede quella potenza espressiva tipica dei veri capolavori che riesce a prendere un universo di pura finzione e farlo entrare di prepotenza nell’immaginario personale e, col tempo, collettivo. Leggetene un capitolo e vi sembrerà di conoscere i suoi protagonisti da una vita intera, vi innamorerete di loro e non potrete fare a meno di leggerne un altro.

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BUONANOTTE, PUNPUN

Da dove cominciare? Buonanotte, Punpun è un manga sulla depressione e sulla disperazione. Parla di persone depresse che cercano di vivere la propria vita, vita che prende inevitabilmente una piega tragica ma che nonostante questo prosegue indifferente alle loro sofferenze. È la prima serie lunga di Inio Asano che riesce, come suo solito, a mettere in scena una vicenda drammatica e senza speranza, solo che questa volta il periodo temporale cui siamo spettatori  è molto più esteso. Talmente esteso che il cinismo alla fine si trasforma in disperazione, e la ricerca di una qualche forma di un’impossibile redenzione è futile e senza futuro.

Assistiamo alle “normali” gesta di Punpun Onodera, un ragazzo “normale” la cui vita prende uno botta dopo l’altra fino a cadere in un baratro dal quale non riuscirà più ad uscire. La complicata situazione familiare, l’assurda relazione di amore e odio con Aiko-chan, il complesso rapporto con una sessualità disturbata e con un mondo altrettanto disturbato spingeranno il protagonista a trasformarsi dal bambino buono che è inizialmente al giovane idealista fino all’adulto macchiato da colpe imperdonabili. Non c’è speranza per i personaggi di questa serie, non c’è possibilità di redenzione. Sono esseri tristi e vigliacchi le cui vite hanno preso strade irrimediabilmente sbagliate dalle quali non riescono tornare indietro. E nonostante questo, nonostante la drammaticità teatrale ed irrealistica di alcune vicende, sono personaggi veri e credibili, per quanto miserabili. La loro condizione suscita nel lettore sentimenti contrastanti, dalla pena alla rabbia all’odio, perché spesso ci si troverà nella posizione di non poter appoggiare, né talvolta comprendere, le loro scelte. Ma anche questo è uno dei punti di forza di Inio Asano. La disperazione di tutti i protagonisti, che vivono vite mediocri tormentate dalle ossessioni in un mondo indifferente, è descritta in modo terribilmente reale, terribilmente crudo. Talmente reale che spesso, appunto, non potremo condividere le loro sofferenze, così lontane ed incomprensibili, e ci limiteremo a guardarli mentre si amano, si fanno del male, si uccidono.

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Anche in Buonanotte, Punpun come in Saga la forza sta nella perfetta e profondissima caratterizzazione dei personaggi. A partire dai familiari di Punpun, che rappresentano la prima influenza negativa, agli amici d’infanzia, ad Aiko e Nanjo, simboli rispettivamente di perdizione e redenzione. Ognuno di loro avrà le proprie vite e talvolta assisteremo alle loro storie, anche quando non hanno direttamente a che fare con il protagonista, imparando a conoscerli e a giudicarli. Assisteremo a momenti di epica drammaticità e ad istanti di gioia, una gioia sempre fugace e temporanea, in linea con la poetica di Asano.

Anche dal punto di vista tecnico l’opera presenta la consueta raffinatezza dell’autore. Lo stile di disegno espressivo e realistico abbinato a sfondi semi-reali, le tavole completamente nere con solo il testo e i piani lunghissimi con i paesaggi desolanti del nuovo Giappone sono caratteristiche tipiche di Asano che ritroviamo anche qui. Con due eccezioni. La prima è appunto l’inconsueta lunghezza della serie, che ha permesso all’autore di approfondire notevolmente i personaggi e la loro evoluzione in un periodo di tempo notevolmente lungo, la seconda è la figura del protagonista. Punpun non parla mai direttamente e, pur essendo un ragazzo normale (almeno) dal punto di vista fisico, viene rappresentato per la maggior parte del tempo con le fattezze di un uccellino stilizzato, e in generale con sembianze dalla natura simbolica. È una novità assoluta nello stile di Asano, una scelta di stile importantissima che aggiunge profondità e possibilità di interpretazione ad un protagonista che è e simultaneamente non è come appare. Non lo è per gli altri personaggi che lo vedono “normalmente”, ma di fronte ai nostri occhi è assolutamente nudo, spogliato del filtro con cui si pone al mondo. E così il lettore diventa anche giudice dei fatti, perché può comprenderli a un livello cui i personaggi non possono arrivare, e questo lo pone immediatamente su un piano differente fatto di superiorità, giudizio e riflessione più che di pietà ed empatia.

Buonanotte, Punpun è un manga dalla rara bellezza e dalla rarissima durezza. Come di consueto Asano non si risparmia e non ha timore di raccontare vicende difficili e temi complessi, che non tengono per mano il lettore portandolo in mondo rassicurante. Perché il mondo di Punpun non è rassicurante. Anzi. È un mondo senza speranza, fatto di rimpianti, scelte sbagliate a tanto, troppo odio. Un mondo in cui gli unici ad avere speranza sono volutamente rappresentati come dei pazzi, che non si rendono conto di come sia la realtà attorno a loro. Non è di certo una lettura facile, ma d’altro canto questo non è mai stato un aspetto negativo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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12 thoughts on “Guanto da Forno d’Oro – Miglior Serie

  1. Ti ringrazio molto per le premiazioni! Così posso andare sul sicuro quando mi vien voglia di recuperare qualche manga (ai comics, nonostante le belle parole che ci spendi per alcuni, non sono mai riuscito ad avvicinarmici). Ricapitolando, Eden è una serie che mi affascina dai tempi della prima superiore (ricordo che mi aveva particolarmente scosso una sequenza di vignette in cui una ragazza perdeva una gamba a causa di una mina terrestre) ed avrà la priorità. Poi Opus perchè, nel bene o nel male (Paprika l’avevo trovato ai limiti del guardabile), Satoshi Kon è una garanzia. Con Buonanotte, PunPun mi tovo a tentennare un pò, nel senso che i depressi apatici giapponesi mi sono andati in disgrazia già dai tempi di Evangelion, anche se, restando in ambito animato, ho apprezzato particolarmente prodotti (diversissimi nel genere) dalle tematiche socio-psicologiche analoghe come Welcome to the NHK e Boogiepop Phantom. Nonostante tutto la tua disamina mi spinge a considerarlo, anche per la qualità del disegno sopra la media. Ricordo che, nei lontani tempi in cui la passione non era ancora scemata, avevo richiesto in fumetteria What a wonderful World! che, scopro adesso, essere dello stesso autore.
    E ora le mie premiazioni:
    Miglior (e anche unica) Serie Nuova: Ichi the Killer di Hideo Yamamoto
    Miglior Ristampa: Le bizzarre avventure di JoJo di Hiroiko Araki (una droga)
    Miglior MiniSerie (letta nel 2013, pubblicata nel 2006): In una lontana città di Jiro Taniguchi (l’unico autore che riesce, letteralmente, a commuovermi nonostante la semplicità, quasi banalità in questo caso, dei suoi soggetti)
    Miglior Graphic Novel (letta nel 2013, pubblicata nel 2011): Asterios Polyp di David Mazzucchelli (a livello di scrittura, a parte qualche dialogo davvero brillante, non siamo su livelli eccelsi e alcuni personaggi risultano al limite dello stereotipo, ma Mazzucchelli usa delle soluzioni grafico-narrative fenomenali)
    Miglior serie: Kagemaru den di Sanpei Shirato (narrazione di ampissimo respiro con risvolti sempre imprevedibili, violenti e disperati come solo i gekiga e tratto vagamente pittorico che personalmente adoro)

  2. Cioè… che vuol dire che Paprika l’hai trovato al limite del guardabile???
    No dai, a parte gli scherzi. Per quanto siano cose diverse tieni conto che Paprika mi è piaciuto davvero molto e che Satoshi Kon, nel bene e nel male, è un po’ sempre lui.
    Per Punpun… L’unica cosa che mi viene da dire è che è un tipo di “depressione” lontana anni luce dal pietismo di Evangelion, e lontanissima pure dalla comicità di NHK.
    Per quanto riguarda la tua classifica… Innanzitutto grazie mille di averla postata!
    Sono tutti dei titoloni. Alcuni (molti) non ho mai avuto l’occasione di leggerli, purtroppo, e spero di rimediare. Kagemaru Den è in cima alla wish list da un bel po’, però cavolo se costa…

  3. A parte il fatto che Paprika, e anche il resto della produzione di Satoshi kon, dovrei revisionarlo…Kagemaru Den è imprescindibile, punto.
    E’ vero che l’ho letto a scrocco da mio fratello, quindi non ho speso io le 30 carte a volume, ma ne vale sicuramente la pena ;)!

  4. Cambiando discorso, ho letto l’articolo di premiazione a Brian K. Vaughan in cui citavi un altro scittore del momento, Robert Kirkmann. Per caso hai letto qualche numero di The walking dead? Notando l’entusiasmo generale in rete, da qualche tempo sto pensando di iniziare a leggerlo…

    • The Walking Dead lo sto leggendo nel formato da edicola e, anche se per motivi che non sto a spiegare sono indietro di tre-quattro numeri, continuerò a comprarlo. Mi sta piacendo abbastanza, è una lettura super leggera da intrattenimento e poco altro (a mio avviso). E questo nonostante l’arroganza con cui è stata pensata e proposta.
      Quindi francamente non so se consigliartela o meno. A me spiaciucchia, ma non è il capolavoro che tutti pensano che sia. Più che altro è molto interessante da “analizzare”, vista l’influenza e le trasposizioni che ha avuto. Influenza che sta lentamente cambiano il modo di fare (un certo tipo di) fumetto.
      Comunque qualche tempo fa scrissi un breve pezzo a riguardo, che ora sarebbe forse da rivedere e approfondire, ecco il link:
      https://dailybaloon.wordpress.com/2013/11/11/the-walking-dead-un-anno-dopo/

  5. Ho notato che nell’articolo ci sei andato giù piuttosto pesante! a questo voglio torgliermi la curiosità, mi procuro il primo numero e poi si vedrà…

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