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Onestà digitale, si può?

Salve a tutti e bentornati! È un po’ che non ci vediamo, scusate l’attesa… Torniamo a parlare di fumetti digitali aggiungendo altra carne al fuoco. Come promesso oggi tocca al lato forse più scomodo della questione: in parte per le sue numerose implicazioni ed in parte perché non è un problema che si limita al solo fumetto, ma a tutto il mercato digitale nella sua vasta interezza (che ridondante scelta di parole…). Oggi parliamo di fair play.

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Il nocciolo della questione “fair play” sta proprio nell’immenso ed inarginabile problema della cosiddetta pirateria. Inarginabile, bisogna farsene una ragione: tra spot pubblicitari che paragonavano lo scaricare un film allo stupro e al genocidio, i bastoni tra le ruote ai vari client di download (tipo Emule) che nel tempo si sono succeduti e le relative scappatoie fornite dalle piattaforme di condivisione (tipo Megaupload) le autorità competenti hanno sempre dimostrato di non avere nessuna speranza di gestire né tantomeno risolvere il problema. Inutile, la community del web è sempre un passo avanti, e ad ogni sgambetto, per quanto ben piazzato, si rialza e trova una nuova via.

pirati

Al di là di considerazioni morali che non sono di mia competenza, la questione della pirateria entra prepotentemente nell’argomento fumetti digitali sì o fumetti digitali no (come peraltro in qualsiasi altro oggetto-x digitale sì o oggetto-x digitale no). E dato che non è possibile tener sotto controllo la situazione, c’è un gran bisogno di fair play da parte di entrambe le componenti che partecipano alla transazione. Tradotto: doto che non è possibile un controllo dall’alto, bisognerà che prima o poi il sistema cominci ad autoregolarsi. Partiamo con i primi, i venditori.

Per come la vedo io al giorno d’oggi chiunque venda un prodotto digitale non si rende conto o fa finta di non rendersi conto che 1) la “pirateria” è una realtà diffusa e, come già detto, inarginabile (per quanto illegale) e che 2) comprare un bene fisico non è la stessa cosa di comprare una stringa di zeri e uni. Quello che voglio dire è che nel bene e nel male il diritto di fruire di una determinata opera ce lo siamo già preso, gratis, è nostro per il solo fatto di possedere una connessione alla rete; e per quanto illegale e amorale non ci si può fare nulla. È così. Quello che acquisto quando entro da Ricordi in cerca di un film non è il diritto di vedere il suddetto film, che in un qualche modo è già mio, ma il dvd, il prodotto di consumo, l’oggetto fisico che lo contiene. Quando invece acquisto un album digitale da iTunes sto comprando solamente un diritto di fruizione che, all’atto pratico anche se non formalmente, possiedo già.

Per rimanere in genere piratesco… Comprare la copia fisica (in questo caso addirittura limited) del gioco non è nemmeno paragonabile al digital download. Evidentemente.

Per rimanere in genere piratesco… Comprare la copia fisica (in questo caso addirittura limited) del gioco non è nemmeno paragonabile al digital download. Evidentemente.

Le implicazioni di questa semplice ma scomoda verità hanno dell’incredibile. La prima, più banale in un certo senso, è che se si vuole invogliare un utente a pagare per quanto può ottenere senza pagare non si può far leva sul solo senso civico. È necessario che l’utente venga “premiato” per la sua buona azione, anche in senso lato. Troppo cinico? Bah, forse… Contenuti aggiuntivi e amenità di questo genere non sono, per quanto mi riguarda, la risposta perché ottenibili anch’essi gratuitamente tanto quanto i contenuti base. Occorre ingegnarsi per trovare qualche idea; una potrebbe essere la comodità, la praticità con cui si può recuperare un oggetto digitale tramite canali ufficiali piuttosto che per vie traverse, ma per ora il risibile divario di difficoltà tra la via legale e la controparte illegale non giustifica il costo.

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E questo mi porta all’implicazione grossa. Al punto dove davvero il fair play da parte del venditore diventa importante: il costo. Attualmente il prezzo dei prodotti digitali ed in particolar modo degli e-comics non è consono alle leggi non scritte del buon senso, per svariati motivi. Qualcuno mi deve dare una spiegazione ragionevole, per esempio, all’assurdo fatto che la maggior parte delle pubblicazioni on-line abbiano grossomodo lo stesso prezzo di copertina delle loro controparti cartacee (provare per credere, basta fare un rapido giro su Comixology per rendersi conto dell’assurdo). Ma come si può pretendere di invogliare il “pirata informatico”, talmente incallito da girare per casa con gamba di legno e pappagallo, ad acquistare legalmente un prodotto invece di scaricarlo abusivamente se il prezzo è così assurdamente elevato? È semplicemente ridicolo. Appunto per il fatto che acquistare una stringa di numeri è drammaticamente diverso dall’acquistare un oggetto, e lo sarebbe anche se la pirateria non esistesse, badate bene! Anche se la possibilità di avere lo stesso prodotto gratuitamente non esistesse, è innegabile che le due cose non sarebbero uguali. Una non è nemmeno una cosa, a voler fare i pignoli.

Produrre e distribuire un fumetto ha dei costi che, evidentemente, produrre e distribuire un e-comic non ha. Ci sono certo i costi di gestione e mantenimento delle piattaforme e dei server dai quali gli utenti fanno i loro acquisti, ma non sono disposto a bermi la boiata che quei costi siano anche soltanto paragonabili ai costi di stampa e distribuzione del formato cartaceo. Senza contare un fatto ben più grave, e qui il fair play è la base del ragionamento. It’s storiella-time.

Immaginate di andare nella vostra fumetteria di fiducia. Lungo la strada vedete comparire due bancarelle di fumetti. Incuriositi, decidete di fermarvi a dare un’occhiata. La prima è di MammaMarvel in persona. Cercavate giusto un loro fumetto, quindi perché non chiedere? “Avreste Civil War?” “Certo! Eccolo qua. Abbiamo deciso di farlo in un formato a noi più economico e di venderlo direttamente, contento? Il prezzo di copertina è lo stesso di quello che vi farebbe il vostro fumettaro di fiducia, ma puoi tradirlo e comprarlo comunque da noi! Contento?” “Bah insomma” fate voi “Contento mica tanto. Visto che te lo compro direttamente, senza dare i soldi al mio amico là dentro, e visto che sto comprando un prodotto di suo più economico, potresti farmi un po’ di sconto…” “Nah” vi risponde lui “Il mercato va così” “Ok, grazie e a non rivederci”. Ve ne andate stizziti.

Arrivati alla seconda bancarella notate subito che qualcosa non va: è tutto buio e forse un po’ unticcio, il ragazzo dietro al banchetto ha un’aria losca. Vi guarda negli occhi in modo bieco e vi fa “Cosa cerchi?”. Voi siete un po’ titubanti, temete una coltellata, e fate “Cercavo Civil War, quel fumetto della…” “Lo so che è, per chi mi hai preso? Io so tutto! E ovviamente ce l’ho, nella stessa forma del mio amicone qua a fianco. Tutto quello che devi fare è leggermi a voce alta questa strana figura di lettere e numeri tutti ubriachi così capisco che non sei una macchina”. Leggete ad alta voce il captcha e il tipo vi fa “Tieni, è gratis. E tieni pure il resto della bancarella. È tutto gratis!” Non potete negare di essere un po’ sorpresi, non vi sembra vero. Dal banchetto di MammaMarvel il commesso vi grida “Pirata! Pirata! Maledetto pirata!”. Perché finché si trattava di metterlo in quel posto al negozietto di fiducia, accaparrandosi ingiustamente anche la sua parte di guadagno, MammaMarvel (per dirne una, non è una critica specifica) era d’accordo. Ma ora che stiamo scavalcando pure lei allora non va più bene. Fine dello storiella-time.

Serve fair play. A te costa meno produrlo? A me deve costare meno comprarlo. Non dico che il rapporto debba essere uno a uno, ci sta che MammaMarvel cerchi di guadagnarci un pelo di più vendendo direttamente. Quello che non ci sta è che il risparmio derivante dal bypassare una fetta di mercato e una fase produttiva si soltanto in minimissima parte sull’acquirente.

C’è poi l’altro lato della medaglia perché, come dicevo in apertura, serve fair play da ambo le parti in causa e dobbiamo ancora dedicarci al lato “acquirente”. Se da un lato sarei più che favorevole ad una revisione del modo in cui individui, società e leggi vedono l’acquisto e/o il download di un’opera, dall’altro non posso nemmeno pretendere che tutte le parti coinvolte siano così di ampie vedute. In una recente intervista Roberto Recchioni, il noto scrittore Bonelliano, affermava testualmente “Io ho idee molto vicine al copyleft, quindi che qualcuno scansioni e diffonda le mie cose non mi crea problemi. […] Detto questo, io penso che se qualcuno ti vuole rubare qualcosa, a parte che in qualche maniera te lo ruba, se anche potessimo impedirglielo non è che si trasformerebbe immediatamente in un acquirente. Penso invece che chi magari non era convinto del prodotto e non lo ha comprato, potrebbe cambiare idea leggendo le scan e poi potrebbe trasformarsi in lettore (leggi “compratore”, ndm) reale.”

Queste poche righe riassumono quasi completamente il mio pensiero: impedire la fruizione gratuita non necessariamente implicherebbe aumentare quella a pagamento. Tuttavia, ripeto, non si può pretendere che tutti siano di così ampie vedute; e anzi forse non sarebbe nemmeno giusto pretenderlo: se un autore decide di fare il progressista e di diffondere gratuitamente le sue cose è libero di farlo, ma è altrettanto libero di decidere di farsi pagare il proprio lavoro. E questo deve essere maggiormente vero in un contesto ideale in cui dalla parte del venditore il fair play non è mai in discussione. A quel punto non avremo più scuse: se il venditore ti fa il prezzo giusto, tenendo conto di tutte le cose di cui abbiamo parlato, non c’è nessun modo in cui scaricare piratamente per non pagare sia un modo di fare onesto. Ma tanto è un’ipotesi lontana in cui il fair play non c’è da nessuna delle due parti e tutti si lamentano: “i prezzi sono alti perché tutti scaricano!” “scarichiamo perché i prezzi sono alti!” e via così.

E comunque a questo punto la faccenda si riapre… Quale sarebbe, tenuto conto di tutto, il prezzo giusto?

ok

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “Onestà digitale, si può?

  1. Peraltro, tornando in argomento, è di questi giorni la notizia che Amazon ha acquisito Comixology. In toto. Questo fatto, con ogni probabilità, cambierà pesantemente l’assetto del mondo e-comic: sia dal punto di vista dei prezzi (speriamo) che dal punto di vista hardware (speriamo)… Comi-kindle?

  2. Pingback: Guerra digitale, si può? | dailybaloon

  3. Pingback: [L’Aedo Sproloquia] Fumetti digitali (e divagazioni) | I Cantastorie

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