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Orfani sei mesi dopo… Ovvero il lupo perde il pelo ma non il vizio

Ed è il momento di tornare a parlare di Orfani. Sono ormai passati sei mesi da quando abbiamo toccato l’ultima volta l’argomento. Era appena uscito il numero uno ed eravamo tutti carichi di buone speranze ed accecati dalla magia del colore. Ora sono passati, appunto, sei mesi: è appena (o quasi) uscito il numero sette, la trama comincia a prendere una piega ben definita e il colore non ci spaventa più. Recchioni e company avranno mantenuto le promesse? Le pur poche perplessità iniziali saranno svanite definitivamente o si saranno ingigantite?

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Si sono ingigantite. C’è poco da dire. Andiamo con ordine e facciamo il punto della situazione.

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Contro ogni ragionevole previsione il soggetto, che inizialmente sembrava così scontato, così drammaticamente lineare, funziona alla grande. L’idea di fondo regge, il character design e i concept vari reggono, la trama regge. Persino i colpi di scena, che pur orchestrati abbastanza sapientemente sono forse un po’ troppo frequenti, reggono. Ciò che non regge è l’unica cosa che, in tutta onestà, mi sarei aspettato migliorasse: la sceneggiatura; in particolar modo i dialoghi. L’utilizzo che Recchioni fa della solita nauseante retorica da due soldi fatta di frasi ad effetto e “drammatismi” buttati a caso è un insulto all’intelligenza e al buon gusto. Francamente speravo davvero che le cose migliorassero, che il primo numero fosse una specie di pilota in cui le frasi ad effetto servissero a catturare l’attenzione e spingere all’acquisto di un secondo numero più posato. E invece no. La situazione va peggiorando. E così mentre la vicenda decolla, tra un colpo di scena e un altro, il lettore si trova sommerso sempre di più da sentimentalismi improbabili e pathos esagerato e fuori luogo. Un po’ di esempi, giusto per capire di cosa stiamo parlando.

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“Siamo bambini.” “No. Siamo orfani.”

“Noi non facciamo arte. Noi facciamo cadaveri.”

 “È stata la luce a trasformarci tutti quanti in cenere. È per questo che alcuni di noi… hanno scelto le tenebre.”

“Prima di premere il grilletto… sai perché ci hanno incarcerati e mandati qui?” “No. E non me ne frega niente.”

“Si stava meglio quando si stava peggio.”

“Non ci sono più le mezze stagioni di una volta.”

“Noi non facciamo arte. Noi facciamo cadaveri.” (sì, di nuovo, e di nuovo, e di nuovo… questa la sentirete un’infinità di volte)

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Certe volte sembra di assistere a uno di quei film di fantascienza americani anni novanta in cui degli alieni orribili ed invincibili cercavano di uccidere tutti quanti e, nel mezzo del macello più totale, l’eroe di turno si lanciava nell’immancabile frase ad effetto stile Uomo ragno del tutto scontata ed altrettanto fuori luogo. Nello specifico sto pensando ad Independence Day e ad un giovanissimo Will Smith che tira un cazzotto in bocca a un povero marziano tentacoloso e gli urla in faccia “Benvenuto sulla Terra”. Wow.

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Vabè dai. Fine dello sfogo. Il fatto è che, per come la vedo io, cadute di stile e banalità di questo tipo non sono scusabili trattandosi di autori professionisti. E lo sono ancora meno trattandosi di Roberto Recchioni, che molti definiscono “la rockstar del fumetto italiano”, con sommo disappunto di Toffolo che vorrebbe farla lui la rockstar. Quello stesso Recchioni che qualche tempo fa nel suo blog ammoniva gli esordienti che volessero scrivere Dylan Dog dicendo, grossomodo, “prima fatevi un po’ di pratica da qualche altra parte e portate la vostra dimestichezza nel campo ad un livello sufficiente, poi ne parliamo. E se non vi va bene lamentatevi quanto vi pare, tanto decido io.” Certe volte mi chiedo cosa penserebbe quello stesso Recchioni se la sceneggiatura di Orfani, invece che opera sua, fosse il lavoro di un esordiente sconosciuto, rido pensando agli insulti che volerebbero. Tipo. “Ma che? Sei scemo per caso? Cioè adesso, quando dovrebbero star pronti al contrattacco, si sposano? E poi cos’è tutta ‘sta enfasi sull’arte dei cadaveri, non se ne può più di ‘ste frasi fatte.” Ecco appunto. Non se ne può più.

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Detto questo. La lettura di Orfani mi sta comunque divertendo. La trama, sempre ad opera di Roberto Recchioni (va detto), è sì semplice e talvolta con delle svolte un po’ telefonate, ma risulta comunque parecchio godibile. In più, non mi stancherò mai di dirlo, le tavole sono veramente belle e i colori una gioia per gli occhi e, visto che ormai siamo in fase luoghi comuni, anche l’occhio vuole la sua parte. Mi piace molto, tra le altre cose, la struttura estremamente ricorsiva di ogni volume: flashback iniziale ambientato durante od immediatamente dopo il disastro, e poi metà volume nel passato e metà nel presente, con cliffhanger finale che porta al volume successivo. I personaggi, dialoghi a parte, sono ben caratterizzati sia psicologicamente che esteticamente e la trama riesce, alla fin fine, a non annoiare mai. E non è cosa da poco. Peccato appunto per quei brutti scivoloni stilistici, o per cliché fuori tempo massimo tipo la spiegazione del piano malvagio con l’eroe che se ne sta buono buono ad ascoltare.

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In definitiva, quindi, Orfani ha mantenuto le promesse? In parte. Di certo rappresenta un punto di svolta per la Bonelli, un segno che uno svecchiamento generale (o almeno un tentativo) è in atto. Per quanto mi riguarda il traguardo è ancora abbastanza lontano, ma ci stiamo avvicinando. Tuttavia, allo stesso tempo, il lavoro di Recchioni è manchevole, molto manchevole, e questo fatto da solo mina il valore dell’opera. Ragion per cui, per quanto tutto sommato consigli la lettura di Orfani a chiunque abbia voglia di un fumettino leggero e godibile ma senza troppe pretese, mi terrei alla larga dalla raccolta targata Bao Publishing. Capiamoci. Il primo volume (che racchiude i primi tre albi da edicola) uscito di recente è a dir poco meraviglioso: qualitativamente lascia davvero a bocca a aperta, da ogni punto di vista. Tuttavia conoscendone il contenuto… diciamo che forse 27 euro (contro i 13 e 50 del formato da edicola) potrebbero essere un po’ troppi.

bao

La bellissima copertina variant del primo volume made in Bao.

Ma a chi voglio darla a bere? Sono Decisamente troppi. Ma d’altro canto una rondine non fa primavera. Lo so, non c’entra nulla ma ormai l’ho scritto.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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