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Black Rockshooter – The Game, l’occasione sprecata

Di nuovo quel sogno… Era così intriso di nostalgia… e di tristezza…

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Salve a tutti e ben tornati! Il fumetto di cui si parla oggi è Black Rockshooter – The Game, seconda miniserie ambientata nel mondo di Black Rockshooter. La prima era Innocent Soul della quale vi avevo già parlato abbastanza entusiasticamente qui. E dalle tinte fanta-goth di quel racconto in tre volumi, con Rock a caccia di Yodomi in un mondo sospeso tra la morte e il rimpianto, passiamo ora ad atmosfere più sci-fi con l’umanità sull’orlo dell’estinzione causa invasione aliena. Il porting, per così dire, da un genere all’altro sarà riuscito?

Partiamo dall’inizio. Innocent Soul mi era piaciuto davvero molto, con la sua trama strutturata ad episodi un po’ tutti collegati che convergevano verso un finale comune, ma soprattutto ero rimasto parecchio colpito da atmosfere e personaggi con Rock, in particolare, che godeva di un character design particolarmente incisivo. L’idea di rivedere alcuni di questi personaggi (alla fine solo Rock, ma bene così) in altri contesti, quindi, mi intrigava abbastanza, anche se era se vogliamo una scusa un po’ ingenuotta per “leggerne altre avventure”, pur se in modi differenti e senza collegamenti narrativi uno all’altro. Ecco quindi che avevo riposto molta fiducia in questo The Game, la cui ambientazione sulla carta era addirittura più interessante, e forse per questo sono rimasto particolarmente deluso…

Come dicevamo, il genere umano è sull’orlo dell’estinzione e sul nostro pianeta non rimangono che dodici uomini (per i primi capitoli… poi il numero cala con velocità impressionante) a combattere contro una razza di alieni invasori super fichissimi (ma pochi pure loro) il cui unico scopo apparente è condannare tutto e tutti a morte: essi infatti si nutrono di esseri umani, che vengono chiamati scorte alimentari (in onore forse ad Excel Saga?), e il loro sterminio li farà morire di fame. Già qua c’è qualcosa che stride, ma passiamo oltre. Tra tutti svetta la nostra eroina, unica arma in grado di combattere contro l’invasore in un mondo ormai condannato. Ma…

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Messa così potrebbero esserci mille spunti interessanti per far partire un buon racconto. Per esempio: che senso ha combattere una causa persa? Oppure: la convivenza tra preda e predatore è possibile? Oppure ancora: perché la regina degli alieni vuole condannare la propria specie pur di spazzar via questo pianeta? E in realtà si parla un po’ di tutte queste cose, e magari pure di altre, ma in uno spazio così ristretto da non permettere uno straccio di approfondimento. Ci sono trame e sottotrame, colpi di scena, ragionamenti pseudo-filosofici… tutto schiacciato in tredici capitolini occupati per lo più da spiegoni o combattimenti. L’impressione che si ha è che ci fosse davvero tanta carne al fuoco e tante possibilità per tirar fuori qualcosa di buono, ma che tutto sia troppo veloce e superficiale per risultarne all’altezza. Lo stesso character design, punto di forza di Innocent Soul, è più che approssimativo e butta lì personaggi caratterizzati più da armi e vestiti che altro solo per farli combattere e morire di lì a poco.

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Alla fine del secondo volume l’autore TNSK (mammamia ‘sta mania di firmarsi con pseudonimi…) scrive in postfazione che The Game era “una storia vasta che coinvolgeva due intere razze”. E invece purtroppo The Game una storia vasta non lo è stata mai, con due razze di cui ci vengono presentati solo una manciata di individui ridotti a una caratterizzazione banale e approssimata a definirne una psiche dimenticabile. Peccato davvero, perché anche i rapporti tra i personaggi sono un lato (che voleva essere) fondamentale in questa miniserie così stringata, con rapporti d’amore, d’amicizia, di rivalità e addirittura una sorta di crescita per alcuni dei protagonisti… E invece è tutto limitato a personaggi piatti e tutto sommato poco credibili, che proprio per via della loro natura abbozzata si esprimono talvolta con discorsi assurdi prendendo decisioni incomprensibili. Del tipo. “Ti ucciderò per vendicarmi! Tu hai ucciso l’amore della mia vita! Ma perché non combatti? Perché non reagisci? Così la mia non sarà mai una vendetta!” “Lo so, ma ho capito che hai ragione. Scusa…” “Ma che scusa! Non bastano le scuse, altrimenti non esisterebbe la polizia!”

Cosacosacosa? Non esisterebbe la polizia? Ma cosa stai farneticando… E da lì diventano pure grandi amici! Ma per favore…

Anche dal punto di vista visivo The Game è decisamente meno riuscito del fratello maggiore. Lo stile di disegno molto shonen si sposa bene alla vicenda, anche se avrei forse preferito un approccio più sporco alle tavole, ed è quasi sempre godibile: primi piani e dialoghi sono piacevoli, e dal punto di vista estetico il character design effettivamente funziona (anche se con qualche scelta incomprensibile tipo i cappelli da strega); tuttavia non appena si comincia a menar le mani, e succede spesso, le tavole si fanno così confuse che si fa fatica a seguire l’azione, non capendo chi fa cosa a chi. Tutto questo fino a che arriviamo al secondo volume, che mostra un crollo verticale della qualità del disegno che, francamente, non mi spiego.

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In definitiva. Black Rockshooter – The Game è uno shonen da leggere senza troppe pretese, dalle ottime promesse ma segnato da un livello qualitativo altalenante e da un numero imprecisato di ingenuità imperdonabili. È davvero un peccato perché, ripeto, le premesse erano molto buone. Tuttavia si è preferito fermarsi in superficie, infarcendo il tutto con personaggi approssimativi e situazioni al limite del credibile, con dialoghi che talvolta sfiorano l’imbarazzante per via della loro inutile banalità spesso fuori luogo. In definitiva, quindi, il porting è riuscito? In tutta onestà direi di no. Non perché fosse di per sé un progetto senza speranze, ma per delle precise mancanze in fase di ideazione e scrittura. D’altro canto quando si sta troppo attenti a far le frasi fatte e a cercar solo pretesti per infilarci un combattimento tra due tizie seminude, il tutto nel minor spazio possibile… Bè, il rischio di scrivere una boiata c’è.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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