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Lo Squalificato, un manga sul disagio sociale. O forse no?

La mia è stata una vita di grande vergogna. Ero riuscito nell’intento di essere considerato un pagliaccio. Fintanto che avessi sfoggiato un bel sorriso la gente non mi avrebbe detestato. Le mie gag davano di l’impressione di un bravo ragazzo sempre di buon umore.

Dovendo tenere conto anche dei professori commettevo a bella posta degli errori sul più bello. Gli studenti modello non sono mai benvoluti. Se si vuole essere amati, occorre sempre mostrare qualche piccolo punto debole. Quando si riceve un complimento è importante mostrarsi modesti, perché questo ti fa apparire una bella persona. Non trovate?

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Salve a tutti e ben ritrovati. Tra una cosa e l’altra mi sono reso conto che è un bel po’ che non parliamo di un manga recente con una recensione come si deve. Abbiamo visitato più volte il pozzo dei ricordi e ci siamo imbarcati in voli pindarici sugli argomenti più disparati, ma di recensioni vere e proprie… A pensarci bene l’ultima è stata quella sullo spin off di Lastexile, che risale a ormai un paio di mesi fa. Sarà che esce meno materiale, sarà che mi sono preso indietro con le letture…

Comunque, per colmare questo buco oggi parliamo de Lo Squalificato, adattamento a fumetti dello storico romanzo di Osamu Dazai ad opera di Usamaru Furuya. Prima di cominciare, però, debbo antepore una doverosa premessa: non ho letto il romanzo originale a cui questo manga è ispirato. Né in tutta onestà intendo farlo. Quel poco che so su Dazai e sul suo lavoro me lo ha insegnato Wikipedia. Questo per dire che sto valutando il manga in sé, senza relazionarlo in alcun modo all’opera letteraria. Ora possiamo davvero cominciare.

Lo Squalificato è la storia di Yozo Ooba, un giovane di buona famiglia con grossi problemi relazionali. Il lettore lo osserverà vivere la propria vita in maniera dissoluta e per la maggior parte del tempo priva di morale, alternando pochi periodi di serenità a lunghe discese nell’abisso. Gli esseri umani sono per lo più animali terrificanti e dalla natura sconosciuta al protagonista, che per essere accettato si vede costretto a fingere le emozioni che vede negli altri.

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Uno dei luoghi più importanti della vicenda, anch’esso segnato dal degrado generale. Ciononostante ha una valenza positiva.

E qui cominciano i problemi: il protagonista. Yozo mi è da subito risultato insopportabile. L’ho odiato dal primo momento in cui l’ho visto fino all’ultima pagina del racconto e nulla di quello che ha fatto o detto nel corso dei tre volumi in cui si sviluppa la storia ha contribuito a rendermelo meno odioso.

Alla base del suo comportamento e del suo modo di vivere ci sono così tanti fraintendimenti, c’è così tanta miopia, che francamente ho difficoltà a riordinare i pensieri. Alla fin fine Yozo è semplicemente un giovane allo sbando, che non sa bene cosa fare della propria vita. D’altro canto ha sempre avuto tutto, e nulla gli è mai stato realmente negato. Tuttavia, a differenza di tutti gli altri giovani in crisi d’identità, la sua arroganza e il suo senso di superiorità lo portano a credere che la sua infelicità, la sua miseria, siano migliori di quelle degli altri. Come se in qualche modo fossero più pure. E questa è l’origine della teatralità della sua vita, fatta solamente di eccessi e di decisioni plateali e drammatiche.

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Perché alla fine Yozo è null’altro che un bambino viziato che deve sempre ottenere ciò che banalmente desidera in quel momento. E questo senza sforzo o fatica, dato che la sua arroganza lo porta a credere che le sue eventuali difficoltà derivano non da lui stesso o dal normale scorrere degli eventi, ma dalle insidie di un mondo incomprensibile e di un’umanità inferiore e cattiva.

Ed in definitiva è questo che ho odiato di lui. Yozo non è una figura drammatica che, dopo lunghe e morbose elucubrazioni, giunge alla consapevolezza della propria inadeguatezza. È un megalomane arrogante sempre pronto ad incolpare il padre o il fato della propria miseria, troppo svogliato per agire ma sempre impegnato a crogiolarsi nel proprio disagio in quella sorta di pessimismo cosmico che tanto ho odiato in letteratura. L’unica sua vera attività è la ricerca del denaro necessario a garantirgli la strada facile e sicura, priva di “fastidiosi passaggi intermedi” a scopi e desideri che non sono null’altro che i capricci di un finto adulto e che si limitano a pulsioni carnali e dipendenze fisiche.

"Per qualche strano motivo, nei bordelli mi presentavo col mio vero nome invece che mentire sulla mia identità. Si potrebbe dire che quelli erano gli unici posti nei quali il sorriso che mostravo era autentico. Lì non avevo bisogno di adottare strategie. In cambio dei soldi ottenevo ciò che volevo senza fastidiosi passaggi intermedi. Che sensazione di sollievo."

“Per qualche strano motivo, nei bordelli mi presentavo col mio vero nome invece che mentire sulla mia identità. Si potrebbe dire che quelli erano gli unici posti nei quali il sorriso che mostravo era autentico. Lì non avevo bisogno di adottare strategie. In cambio dei soldi ottenevo ciò che volevo senza fastidiosi passaggi intermedi. Che sensazione di sollievo.”

In definitiva il limite più grosso di questo manga è, per quanto mi riguarda, proprio il suo protagonista. Un protagonista talmente inetto e superficiale da richiamare l’odio del lettore, più che la sua compassione/comprensione, e da inibire qualsiasi tipo di riflessione. Perché Yozo non è un giovane problematico, non è un anima sensibile in un mondo difficile. È solo un povero coglione che si crede meglio degli altri.

Dal punto di vista tecnico/estetico, invece, il manga funziona alla grande. Sorprendentemente. Non nego di non nutrire una grande simpatia per Usamaru Furuya, il cui stile mi appare spesso forzato e pure un po’ altezzoso. Tuttavia il suo tratto preciso e a tratti graffiante qui rende particolarmente bene e delinea con pungente freddezza il carattere dei protagonisti. In questo senso, perlomeno, la narrazione funziona e gli occasionali inserti pittorici dallo stile più sporco ed oscuro sottolineano con la dovuta enfasi il contorto pensiero del protagonista.

Anche le cose belle nascondono marciume e disperazione. E la felicità non può che scivolare via dalle dita.

Anche le cose belle nascondono marciume e disperazione. E per Yozo la felicità non può che scivolare via dalle dita.

Non sono comunque tutte rose e fiori. Francamente non sono riuscito a mandare giù l’espediente metaletterario su cui poggia la narrazione. Espediente che ho trovato del tutto fuori luogo e dalla banalità sconcertante.

Il marchingegno concettuale, fastidiosamente manzoniano, è il solito “racconto finto-autobiografico”. È lo stesso autore che ci racconta di come, mentre intento nella ricerca di spunti per il suo nuovo manga, si imbatté on-line nel diario di questo Yozo. È attraverso questo espediente, questa sovrastruttura, che noi assistiamo alla vicenda.

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La mano è quella di Furuya quando per la prima volta, nell’artificio manzoniano, si imbatte nel diario di Yozo.

Questa idea che di per sé non è nulla di che, beninteso, sarebbe stata pure tollerabile se avesse aggiunto qualcosa di sensato alla vicenda. Invece l’unico effetto visibile, oltre a un certo senso di ingiustizia nei confronti dell’autore originale, è un finale aberrante di un buonismo sconsiderato. Furuya che va in giro per Tokyo (perché siamo a Tokyo, no?) a cercare Yozo, e tutti gli dicono quanto era una buona persona… Non ci voglio nemmeno pensare.

In conclusione, dunque, il mio giudizio su Lo Squalificato non è propriamente positivo. Trovo che, soprattutto al giorno d’oggi, si possano trattare argomenti come la depressione e l’inadeguatezza sociale in modi molto meno superficiali, che riescano a far realmente riflettere il lettore. Qui il massimo sentimento che si smuove è il fastidio verso un personaggio che merita appena lo sforzo di essere ascoltato.

Nonostante tutto, comunque, Usamaru Furuya è un po’ il cavallo rampante della scena manga in Italia. Un mangaka in rapida ascesa che merita, fosse solo per quantità di opere pubblicate, di essere considerato. Dunque in un contesto di comprensione di un autore ormai non più trascurabile, Lo Squalificato potrebbe pure meritare una mezza possibilità. Anche se nel complesso, per quanto mi riguarda, la sufficienza è ancora lontana.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “Lo Squalificato, un manga sul disagio sociale. O forse no?

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