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Due chiacchiere sul fumetto. Un’intervista a Emanuele Rosso

Salve a tutti e bentornati, o ben arrivati se siete nuovi da queste parti, su questo spazio che oggi prova a proporre qualcosa di insolito, per gli standard di Dailybaloon, nella speranza che possa interessarvi, farvi riflettere, incuriosirvi. Ho avuto la fortuna e il piacere di poter fare due chiacchiere con Emanuele Rosso, autore di Passato, Prossimo di cui qui trovate la recensione. Si è parlato di molte cose, dalla situazione del fumetto in Italia al processo creativo che è andato a definite le caratteristiche e il tono di Passato, Prossimo, ed è proprio da qui che partiamo. Ciò che vi apprestate a leggere, dunque, è la prima parte dell’intenso colloquio/intervista che ho avuto con Emanuele. Si parla di lui e del suo lavoro, ma anche di cosa è importante in un fumetto, di storytelling, di forma e contenuto… Buona lettura!

BANNER - intervistaQua nella bandinella interna [di Passato, Prossimo] c’è scritto che sei dell’82, e sei di Udine…

Tutto vero, confermo.

E quindi… come sei finito dall’82 a Udine a scrivere una graphic novel per Tunué?

Vabbè, questo intervento potrebbe durare ventisette ore…

Diciamo che… Le tappe, rapidamente, sono: nato nell‘82 a Udine; a Bologna dal 2001 per studiare all’università, dove ho frequentato il DAMS Arte; mi sono laureato nel 2007 alla triennale; mi sono messo quasi subito dopo a lavorare per l’associazione culturale Hamelin, che organizza anche BilBOlBul, il festival del fumetto, e per loro tuttora collaboro sia durante il festival che durante l’anno facendo laboratori, workshop, incontri e tutta una serie di altre attività… Nel frattempo però, era il 2010, mi sono ri-iscritto all’università, riuscendo finalmente a laurearmi lo scorso marzo a Lettere, alla specialistica. Infatti qua [nella bandinella del fumetto, NdD] è scritto “quasi laureato in Italianistica”. L’avevo scritto, come dire?, con finalità apotropaiche, come invito a chiudere questa ennesima parentesi. Alla fine ce l’ho fatta, quindi ora posso cambiare la biografia nei futuri, spero, fumetti. Che è una cosa importante.

I fumetti li leggo… Li ho sempre letti fin da piccolo, però ho iniziato a leggerne davvero tanti ai tempi delle medie, soprattutto i manga. Era la prima ondata di manga, quelli della Granata Press, arrivati in Italia a metà degli anni ‘90: Ken il Guerriero, I Cavalieri dello Zodiaco, Video Girl Ai, È quasi magia Johnny… Li leggevo grazie a un mio compagno di classe che me li aveva fatti scoprire, anche lui bravo a disegnare ma come tanti in questi casi… Probabilmente più bravo di me ai tempi, però sai: non sempre il talento è sintomo di riuscita, no? Credo che lo sbattimento conti molto di più del talento.

Un paio d’anni dopo ho fatto il mio primo corso di fumetti, quand’ero in prima superiore, con Davide Toffolo, che ormai conosco da quasi vent’anni, in un’accademia a Cividale che faceva corsi serali aperti a tutti. La cosa che ha fatto più svoltare il mio percorso, però, è che l’anno dopo ho frequentato un workshop di fumetti, sempre in quell’accademia che purtroppo non credo esista più, con Giorgio Cavazzano, famoso autore Disneyano. E lì ho conosciuto Paolo Cossi e Sara Pavan. Sara, che ha continuato a fare fumetti in maniera un po’ discontinua, ha da poco pubblicato il libro Il Potere Sovversivo della Carta. Eravamo i più giovani dei partecipanti a quel workshop e abbiamo deciso di farci la nostra fanzine. Volevamo fare i fumetti. E allora per tre anni, dal ‘98 al 2000, abbiamo prodotto Pupak, di cui sono usciti cinque numeri, i primi stampati con la fotocopiatrice, però già dal secondo ci appoggiavamo a una tipografia… Ne stampavamo ben mille copie!

E andavamo a venderle alle fiere del fumetto, anche se ai tempi non c’erano ancora le “self area”. Quindi ti recavi a Lucca col tuo banchetto abusivo e ti mettevi fuori dal padiglione editori, quando la fiera non era ancora in centro ma dove c’è il palazzetto dello sport. Ti mettevi lì fuori col tuo banchetto abusivo e intomellavi [voce del verbo intomellare, cioè attaccare la pezza, NdD] la gente cercando di vendere le copie. Io ero il più scarso dei tre a venderle però comunque in un modo o l’altro ce la si faceva…

collage3 - finito

E poi, arrivato qua a Bologna ho sempre continuato a disegnare, non è che abbia mai fatto altri corsi, ho partecipato a un po’ di concorsi guadagnando ogni tanto un piazzamento, qualche segnalazione… Forse quella più prestigiosa è stata nel 2007, quando sono stato selezionato per Iceberg, che è una manifestazione biennale che facevano qua a Bologna dedicata a tutto l’universo dell’arte, e da lì poi sono stato notato anche dal Centro Fumetto Andrea Pazienza, che mi ha selezionato tra gli autori di Futuro Anteriore, che è la rassegna sugli autori più promettenti che viene fatta ogni anno a Napoli.

E come sono arrivato poi a questo fumetto? Beh, perché nel frattempo ho continuato a realizzare anche storie brevi, alcune pubblicate su antologie della Becco Giallo, quelle collettive come Resistenze e Zero tolleranza, legate al festival di fumetto Sherwood di Padova. Però, cavolo… Sei sempre lì che ti dici “è ora di fare un romanzo a fumetti, è ora di fare un romanzo a fumetti”, però poi devi riuscire a farlo! La necessità si è sommata al fatto che provenivo da una grossa delusione sentimentale, come posso immaginare traspaia leggendo il fumetto, e quindi avevo bisogno di tirare fuori tutto quello che provavo, il dolore, la sofferenza e canalizzarlo… Dovevo trasformarla in qualcosa d’altro. E allora mi sono detto: “è la cosa giusta su cui fare un fumetto”. Anche se sono un po’ contrario ai fumetti autobiografici dove l’autore si mette in gioco in prima persona: non mi piacciono, mi piace una dimensione un po’ più avventurosa, separata dall’autore stesso. Sennò finisce che leggi il fumetto e pensi all’autore invece di pensare all’opera, e non va bene. Mettici che sono sempre stato un grande fan dei viaggi nel tempo e quindi ho deciso di mischiare le due cose e trasformare il tutto nella storia che poi è diventata Passato, Prossimo.

Quindi è stata una scrittura che definiresti più d’impulso o più a lungo termine?

È molto raro secondo me che fare i fumetti sia una cosa impulsiva. Conoscendone tanti di autori… Mi sembra sempre che il fumettista, tra i vari settori artistici, sia quello più vicino all’ingegnere. È una cosa che richiede tempo, richiede concentrazione, è difficile fare “fumetti d’impulso”. Forse ci riusciva Andrea Pazienza, ma son pochi! La maggior parte è composta da “ragionatori”. Per fare questo avevo le mie idee su cui ragionavo mentre camminavo per strada, mentre facevo le mie cose; sono serviti due o tre mesi per scrivere una sceneggiatura, poi altrettanti per fare lo storyboard, che a quel punto è stato completamente scansionato, integrato con il lettering e mandato agli amici… Perché, non essendoci gli editor in Italia, devi inventarti tu qualcuno che possa controllarti per dirti se il tuo lavoro merita o se fa schifo. Quindi inviandolo a mille amici ho ricevuto dei feedback che hanno concorso a produrre una seconda versione dello stesso storyboard che, mandato alle stesse persone e ad altre, ha prodotto una terza. A quel punto mi son messo a disegnar le tavole. Come vedi sono già quasi otto i mesi di lavoro… Poi viene la parte più, se vuoi, meccanica: la parte più creativa del fumetto sta, secondo me, più nel fare gli storyboard che nel disegnare le tavole… Perché fare i fumetti, come dico nei laboratori che faccio con i ragazzi, non è tanto saper disegnare quanto saper raccontare. E quindi il vero talento di un fumettista si misura più nello storytelling, per come intendo io il fumetto… Sono serviti poi altri otto mesi per fare una prima versione delle tavole definitive. Inizi poi a sentire gli editori, ad avere i contatti, e nel frattempo rivedi la metà delle tavole, ti fanno sempre schifo e le rifaresti tutte da capo… Ridisegni un po’ di tavole, e a un certo punto capisci che forse starebbe meglio con i retini, e quindi ci aggiungi pure quelli… In definitiva è difficile che un lavoro che ha occupato più o meno due anni della tua vita, non continuativi ma comunque un paio d’anni (perché nel frattempo uno deve pur guadagnarsi da vivere), sia un lavoro d’impulso!

Ah! Quindi i retini son venuti dopo…

Sì, la prima versione, che in realtà era già stata approvata dalla Tunué, che nel frattempo aveva deciso di pubblicare il fumetto, era in bianco e nero senza retini, quindi avrei potuto anche lasciarla così. Però continuavo a pensare che le tavole erano un po’ piatte, dovevo dare un po’ più di rotondità, perché sono consapevole di avere un tratto poco volumetrico. Però ci tenevo anche a non fare i retini come puro “riempimento”, quindi ho cercato di usarli anche a fini narrativi, per focalizzarsi sui personaggi, per aggiungere degli ulteriori sensi di lettura… Ho trovato il modo di usare anche quelli ai fini dello storytelling!

tav.8

Parlando appunto di storytelling, si vede che, per esempio, la costruzione delle tavole è sempre molto pensata per essere funzionale alla narrazione. Soprattutto nella forma e disposizione dei baloon. E, in questo senso, la mia tavola preferita è questa, nella quale i due protagonisti parlano tra loro e i baloon si intrecciano tutti, si avvolgono a loro, e sono estremamente significativi.

tav.86-87

Ecco però questo normalmente, in molti altri fumetti, non succede…

Devo ammettere che nel mio caso sono stato molto influenzato da un graphic novel, fondamentale, che è stato pubblicato un paio d’anni prima di quando mi sono messo a lavorare al fumetto, lo attendevo con ansia e l’ho acquistato appena uscito in America: Asterios Polyp di David Mazzucchelli. Penso che lui sia senza ombra di dubbio il mio fumettista preferito, e Asterios Polyp ha una tale ricchezza di soluzioni visive e narrative… Insomma, è una di quelle opere che spuntano fuori ogni tanto e ti sembra che facciano fare un saltino in avanti a tutto il linguaggio del fumetto, per la ricchezza delle soluzioni che adottano. Per me è stato veramente un flash: “ok, si possono fare anche altre cose col fumetto”, cose alle quali neanche avevo pensato. Alcune di queste cose non dico che siano proprio una scopiazzatura, però di certo una rielaborazione di alcune trovate di Asterios Polyp che sembravano funzionali a quello che volevo raccontare io. Ovviamente Mazzucchelli le ha pensate e realizzate in un certo modo per risolvere determinati aspetti del suo personale storytelling, ma la riflessione sul fumetto e la direzione intrapresa è comunque a quella che vorrei percorrere io… Poi è ovvio che si notano tante influenze, tipo Gianni De Luca per la costruzione della tavola… La forma dei balloon potrebbe richiamare anche vagamente alcune soluzioni di Bacilieri, per dire… Fa tutto parte di una riflessione che ho sempre fatto leggendo i fumetti: come cioè gli elementi del codice teoricamente sono neutri ma in realtà nel fumetto nessun elemento è mai neutro: è tutto nella pagina, allo stesso livello delle figure disegnate, quindi le due dimensioni necessariamente combaciano, si compenetrano, si dividono lo spazio, combattono. La mia tesi di laurea triennale al DAMS si intitolava, con una formula super enfatica, di quelle che si possono dare solo alle tesi, “La liberazione del significante: il codice come metafora. Un’analisi della metatestualità del e nel fumetto”. Per dire che i balloon, o la forma delle vignette, o tutti gli elementi che compongono il codice del fumetto si contendono lo spazio con i disegni veri e propri e li influenzano o ne vengono influenzati. Ci sono tantissime soluzioni che gli autori hanno trovato da quando esiste il fumetto e tante altre ne troveranno. Bisogna leggere, guardarsi in giro, e capire se questi soluzioni possono arricchire il proprio bagaglio di soluzioni narrative. Lo so che uno potrebbe leggere alcune di queste soluzioni come esercizio di stile, ma io ho cercato sempre di adottarle a fini narrativi, non c’è mai gratuità. È chiaro che c’è sempre un amore e una scelta anche estetica nel volerlo fare, però dovrebbe essere conseguente al fine narrativo, almeno nella mie intenzioni è così.

Come per esempio in questa sequenza di tavole…

tav.90-91

Sono molto veloci e focalizzate su dei dettagli… Si vede che in questo caso lo storytelling, la struttura, è anche più importante del contenuto…

Sì, anche perché so benissimo di avere ancora dei limiti da disegnatore che sto cercando di superare: le cose che disegno adesso, penso siano già molto migliori di queste… Però da qualche parte bisogna pure iniziare! Almeno posso, spero senza sembrare arrogante, dire che in questo fumetto non c’è nessuna vignetta “casuale”: ogni vignetta, anche la più stupida, ha un suo perché, se è stata fatta in un modo piuttosto che in un altro c’è un motivo. Questa è anche la parte più difficile: mentre realizzavo gli storyboard, era difficilissimo che facessi più di quattro pagine al giorno. Perché anche solo lo stare lì a pensare “questa vignetta come la faccio, questa inquadratura com’è, il ritmo”… Per me è proprio lì l’essenza del fumetto, ed è su questo che uno si scorna. E purtroppo è anche una delle cose che il lettore medio coglie di meno, quindi magari ti chiedi che senso abbia fare tutto quel lavoro… Oddio, non è neanche giusto che il lettore lo debba cogliere esplicitamente, perché se lo storytelling funziona diventa trasparente. Se una cosa funziona bene sparisce: dovrebbe esser così. Perché, da lettore, la struttura dovrebbe solo aiutarmi a farmi entrare di più nella narrazione, dovrebbe favorire l’empatia, l’assorbimento, la sospensione dell’incredulità. Però d’altra parte, da autore, si vorrebbe che il lettore s’accorgesse di tutto questo lavoro, e di questa riflessione teorica ancora prima che pratica. Quindi uffa… Se lo fai bene rischi di essere condannato a non essere notato.

Siamo quindi giunti alla fine della prima parte di questa intensa chiacchierata con Emanuele Rosso. Vi ringrazio per aver letto fino a qui, nella speranza che questo colloquio possa favorire qualche spunto di riflessione interessante. E grazie di cuore a Emanuele per il tempo concessomi per la realizzazione di questo articolo. Ora per un po’ torniamo alla usuale programmazione di Dailybaloon in attesa della seconda parte dell’intervista, nella quale parleremo più nello specifico di Passato, Prossimo. Alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “Due chiacchiere sul fumetto. Un’intervista a Emanuele Rosso

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