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L’Impero dei Morti. Il re dice la sua sugli zombi a fumetti, in modo diretto e conciso e… aspetta, forse no.

“Sono fortunata ad essere viva. E anche tu. Ma che futuro possiamo aspettarci?”

“Prima cosa avevamo? Il sesso quando riuscivamo a procurarcelo. E un boccale di birra quando riuscivamo a permettercelo.”

“Avevamo la speranza. E ci è stata tolta.”

“Io spero ancora. In una birra ghiacciata stasera e magari in un po’ di sano sesso subito dopo.”

l'impero dei morti COVER

Salve a tutti e bentornati. Oggi parliamo di zombie, oggi parliamo de L’Impero dei Morti, primo atto.

Premetto di non aver mai visto per intero nessun film di Romero. Mea culpa. Non sono mai stato un grandissimo appassionato del genere zombesco, anche se ho riso di gusto con i vari Zombieland e L’alba dei morti dementi, che sono più che semplici parodie di genere. Comunque in un modo o nell’altro ho sempre schivato i classiconi del regista statunitense; non che me ne sia tenuto lontano volontariamente, beninteso, ma non sono mai andato a cercarli e non mi si è mai presentata l’occasione.

george romero

Ed eccolo, il re, in tutto il suo occhialuto splendore.

Ad ogni modo, grazie alla superstar della non-morte Robert Kirkmann, gli zombi ultimamente vanno parecchio di moda anche e soprattutto nel mondo delle nuvolette disegnate; se ancora non ci credete provate a chiedere a quelli di Saldapress che ne sanno qualcosa. Ragion per cui quando lessi su Anteprima dell’imminente pubblicazione de L’Impero dei Morti, devo ammettere di esserne rimasto parecchio intrigato. Come sarebbe stato l’arrivo di George Andrew Romero, che più che la superstar è il padre della non-morte, tra i fumetti? Quale sarebbe stato il suo impatto nel genere da lui stesso inventato e divenuto ora tanto in voga, anche se in un altro medium? E ammetto che una parte della mia testa si è immaginata Romero mandare a Kirkmann una lettera scritta col sangue dal testo “Mo’ ti faccio vedere io come si fa”.

robert kirkmann

Mi piace pensare che questa sia stata la reazione di Robert Kirkmann alla scoperta dell’arrivo di Romero nel mondo dei fumetti zombie…

Così, senza voler fare paragoni con l’opera cinematografica del regista, che come già detto non conosco, mi sono imbarcato nella lettura del primo atto de L’Impero dei Morti, curioso e fiducioso. E dopo questi primi due albi devo dire che la curiosità è rimasta, assieme però a uno strano senso di smarrimento.

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Nella New York di Romero uno non può starsene tranquillo al bar senza che uno zombie sfondi la vetrina rovinando la serata…

Questa run di poco più che un centinaio di pagine più che un primo atto è un episodio pilota, o meglio la prima parte di un episodio pilota, con tutto ciò che comporta. C’è tanta, tantissima, troppa carne al fuoco concentrata in pochissimo spazio e senza un vero e proprio punto d’arrivo. Il risultato è che si rimane intrigati dall’incipit di una vicenda della quale non vediamo che l’abbozzo dell’inizio, in cui alcuni elementi sono chiari ma la stragrande maggioranza non lo è. E ci si chiede da un lato dove Romero voglia andare a parere, dall’altro perché non ci sia andato fin da subito.

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Il Colosseo cittadino di New York, molto frequentato di questi tempi…

Veniamo immediatamente catapultati in una New York post apocalisse zombie e facciamo la conoscenza di una nutritissima rosa di protagonisti. Dal gestore dell’arena dei combattimenti stile Colosseo alla dottoressa che cerca il modo di addestrare gli zombie ad essere mansueti; dall’agente di polizia trasformato ma che non ha del tutto perso la testa all’anonimo non-morto intelligente. E ci sono pure i vampiri, un sindaco che è Edward Norton di The Illusionist e l’esercito sudista. Il tutto mischiato in un minestrone interessante ma troppo sbrigativo per mostrare tutto il suo sapore.

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E devo ammettere che, aspettandomi una storia in un qualche modo completa, sono rimasto abbastanza spiazzato e tutto sommato deluso dalla lettura. Perché il gusto generale è parecchio intrigante ma si ha costantemente l’impressione di esser presi per i fondelli. In particolar modo verso la fine del secondo albo quando i salti tra una scena e l’altra e tra un gruppo di personaggi e l’altro diventano troppo, ma davvero troppo frequenti, e si perde un po’ il senso di ciò che succede. Una pagina qua, due pagine là, un’altra di qua… e ‘sti carri armati da dove arrivano? Pare di leggere Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma con capitoli da mezza facciata.

Il tutto fino al finale-non-finale in cui ti ritrovi a pensare “ma dov’è il resto?” con la stessa faccia sbalordita di chi andò a vedere al cinema La Compagnia dell’Anello senza sapere che ci sarebbero stati anche il due e il tre. Con l’aggravante che questo pur chiamandosi così non è un primo atto, non fa nemmeno finta di arrivare ad un punto, o ad un cliffhanger pensato per accrescere l’ansia di leggere il seguito. Semplicemente ti presenta un botto di personaggi, non tutti azzeccati, e di situazioni, non tutte con un futuro, e… bè, fine.

Peccato, peccato davvero. Perché come già detto l’atmosfera generale c’è, ed è gradevole e ben architettata. L’espediente di avere più protagonisti ognuno con il loro punto di vista, molto in stile Martin, non è male. L’idea che gli zombie non siano dei decerebrati completi, non tutti almeno, ma che alcuni riescano ancora a preservare una certa intelligenza non è male. Come non è niente male il modo, difficoltoso e raffazzonato, in cui si snodano i loro ragionamenti.

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Il modo in cui vedono e “pensano” gli zombie, o almeno alcuni di loro, è reso molto bene. Di certo è una delle novità più interessanti di questo primo atto.

Il character design della dottoressa poi è particolarmente riuscito: non è la tipica “animalista tutta buoni propositi” che vediamo sempre, certo crede che gli zombie siano in parte recuperabili ma li tratta come le bestie inferiori e pericolose che sono.

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Cosa fai se un’orda di non morti si sta mangiando il tizio del baracchino degli hot-dog sotto casa? Chiami la polizia, ovviamente. E ti lamenti pure visto che questa doveva essere una zona “sicura”.

L’idea che l’umanità non si sia estinta di botto, come accade in tutta la narrativa di questo genere, ma resista ancora con le sue istituzioni (pur corrotte) e la sua civiltà (pur depravata) è un’altra buona trovata. La sorta di forzata convivenza che dunque si instaura tra le due specie, con dinamiche preda-predatore che si invertono di continuo, non è male. I vampiri… boh, tanta perplessità ma forse non sono male manco loro.

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Concludendo. Il primo atto de L’Impero dei Morti è un concentrato di idee buttate lì in attesa dell’inizio vero e proprio della storia. In questa manciata di pagine succedono troppe cose e al contempo non ne succede davvero nessuna perché il giudizio sia del tutto positivo. Questo, ovviamente, se consideriamo tale prima parte come cosa a sé stante. Che in fin dei conti non è: manca un punto d’arrivo, una cosa che ti faccia pensare “fine del primo capitolo” e non “ci rivediamo dopo la pubblicità”. Per il resto non ho dubbi che l’opera intera risulterà interessante nel lungo periodo: le premesse funzionano e si accenna a molti spunti, sia narrativi che di riflessione, intriganti ed insoliti.

Di tutto questo, comunque, parleremo più in là quando potremo avere una visione d’insieme, da una prospettiva più ampia, degli intenti di Romero per questa epopea che sta per iniziare. Speriamo presto. Peccato solo per il cambio di disegnatore nella seconda parte: per quanto Alex Maleev qui non mi abbia del tutto convinto… bè. È pur sempre Alex Maleev.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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