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La conferenza Bonelli, riflessioni sul futuro e attaccamento al passato

Salve a tutti e ben ritrovati qui a chiacchierare di fumetti e dintorni. Qualche giorno fa si è tenuta la conferenza stampa nella quale Bonelli ha ampiamente, e devo ammettere esaustivamente, spiegato i propri piani per l’immediato futuro. Si è parlato ovviamente della nuova vita di Dylan Dog, della seconda stagione di Orfani, di multimedialità e di tante altre cose interessanti sulle quali volevo un attimo fermarmi a riflettere.

conferenza 2

Potremmo dunque dire che questo sia una sorta di resoconto del contenuto della succitata conferenza, ma abbastanza alla leggera, con riflessioni buttate qua e là. Non dico a casaccio, che fa brutto, diciamo… in libertà. In primis, tuttavia, una premessa. Non intendo approfondire l’argomento “finale di Orfani” perché non è la sede giusta, ma è probabile che qualche spoiler esca fuori. D’altro canto già la copertina del primo numero della seconda stagione è, di per sé, lo spoiler definitivo. Siete comunque avvisati, leggete a vostro rischio.

È comunque dall’ormai conclusa prima stagione di Orfani, creatura di Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, e dal conseguente nuovo inizio che vorrei partire. Per utilizzare le parole, un po’ parafrasate, dell’autore “Orfani è stato un esperimento, la prima stagione ha necessitato di quattro anni per venire prodotta. La seconda di molto meno”. Allora vorrei riprendere lo spunto di riflessione dell’interessante articolo di Fumettologica scritto da Matteo Stefanelli, articolo che peraltro vi invito a leggere per intero (lo trovate qui). La domanda che Stefanelli si pone, e che ora mi pongo e vi pongo anche io, è la seguente: cosa fare quando i tempi di produzione non coincidono più con i tempi di fruizione? Lungi da me lanciarmi in una recensione approfondita della serie, vi basti sapere che se mi è o non è piaciuta non è in nessuna misura per via del fatto che ogni albo si legge in una manciata di secondi. Quella è una cosa che fa parte dello stile che Recchioni ha deciso d’adottare per la sua storia. Il punto è che non serve un genio dell’aritmetica per capire che questi ritmi non solo non sono sostenibili sul lungo periodo, ma non sono nemmeno del tutto normali.

orfani

Quattro anni per realizzare una miniserie di dodici numeri sono tempi di fronte ai quali una major del fumetto a stelle e strisce impazzirebbe dalle risate, problemi tecnici o no. Certamente questo ha avuto a che fare con il balzo stilistico-tecnologico che Orfani ha voluto proporre talvolta con successo, e non mi riferisco solo al colore. Certamente il formato in brossura dal centinaio di pagine non è lo spillato da trenta: anche qui non serve un ragioniere per intuire che per produrre il primo ci deve per forza volere di più. Tuttavia qualcosa che stride c’è, ed è particolarmente evidente in questo caso per via dei suoi tempi di fruizione molto corti. Questa non vuole essere una critica gratuita, per carità. È solo l’inizio di una riflessione che vi invito a fare. Scrivete pure quello che pensate nei commenti qua sotto, se vi va.

le storie

Il mio primo “Le storie” è stato il numero due, scritto tra l’altro proprio da Recchioni. Guarda te certe volte…

Proseguendo, sempre in ordine sparso ma neanche troppo, vorrei riprendere la questione del “formato bonelliano”. Ricordo che quando acquistai il mio primo numero di Le Storie rimasi abbastanza contrariato dal fatto che la casa editrice non avesse avuto il coraggio di proporre una serie che voleva essere diversa dalle altre in un formato diverso dagli altri. Accadde lo stesso poi con Orfani, ma ormai ci ho fatto l’abitudine: quando si ha a che fare con Bonelli la parola “innovazione” va soltanto sussurrata, il concetto di “cambiamento” dev’essere solo suggerito. Ora però mi vien da chiedere… Ma la novella serie di Recchioni e Mammucari non sarebbe stata meglio in un formato differente? E badate che non mi riferisco solo alla dimensione delle pagine (anche se qualche centimetro in più non avrebbe fatto male alle splendide tavole) o alla tipologia della carta (che anzi mi ha convinto molto). Mi riferisco a un concetto di “formato” più ampio che ha a che fare anche e soprattutto con i tempi narrativi e con il ritmo della storia, oltre che con i tempi di produzione di cui parlavamo prima. Anche qui, questa non vuole essere una critica gratuita, ma uno spunto di riflessione, in parte collegato a quello di prima.

Invece i relatori della conferenza, non appena un giornalista gli chiede se non hanno mai pensato a qualcosa di nuovo in questo senso, si irrigidiscono. Mai e poi mai. Il nuovo è male, ha sempre fatto male, è sempre stato un flop pazzesco. Meglio stare sul sicuro. Anzi, se proprio volete saperlo, pubblicheremo un volume di Tex in un formato vecchio di quarant’anni. Parola di Mauro Marcheselli.

Ora. Al di là dell’orgoglio con cui ad una richiesta di novità Mauro Marcheselli, direttore editoriale, risponde “altro che nuovo, noi torniamo agli anni 70”… vorrei soffermarmi su una cosa. Se questo attaccamento al passato è frutto di una profonda riflessione, mi sta bene. D’altro canto ho apprezzato Orfani anche per (o nonostante?) il suo formato, fatta eccezione per la riflessione di poco fa. Quindi magari per questo specifico Tex quello specifico formato è la scelta perfetta. Non lo so e, francamente, non è lì che voglio fermarmi. Quello che mi sembra, però, è che ci sia una generale paura del progresso, in Bonelli, che non può portare a nulla di buono. L’impressione che ho avuto vedendo questa conferenza, ma anche assistendo a quella al Romics dello scorso anno, è che a parlare fossero persone che vivono in un passato che ormai non esiste più. O meglio, che esiste ma che si è evoluto. Persone che parlano di supereroi Corno e di formati da edicola, fossilizzate su un concetto di fumetto che non si smuove da quello che era decenni fa. Di certo il colore è stato un primo passettino in avanti. Non perché da adesso in poi ci debba essere sempre, ma perché si è rotto un tabù: da adesso se serve il colore ci può stare, mica è il demonio. Vedremo se questa apertura alla modernità si espanderà. In generale il mio invito è a non dare per scontato che un albo Bonelli debba per forza esser fratto in quella maniera. Non sta scritto da nessuna parte. Il mondo cambia, le esigenze cambiano, la narrazione cambia. D’altra parte se vent’anni fa, in piena era Friends, ci avessero detto che oggi le serie tv avrebbero avuto episodi da un’ora e mezza o che sarebbero state pubblicate a blocchi di stagioni intere forse avremmo riso, forse pianto. Eppure eccoci qua.

collage

Ed infine, non potevamo non menzionare il nuovo corso dell’indagatore dell’incubo. La nuova vita di Dylan Dog. Roberto Recchioni al timone, Tiziano Sclavi sullo sfondo, dal mese prossimo ha inizio quella che Bonelli ha nominato “la fase due”. Non intendo entrare nei dettagli contenutistici dato che non sono un lettore di Dylan e notizie quali nemesi dai nomi improbabili, pensionamenti o restituzioni di distintivi mi dicono poco. Quello su cui vorrei soffermarmi è, ancora una volta, l’aspetto formale delle novità volute dal buon Recchioni. In primo luogo la differenziazione dei vari albi dedicati al personaggio, che avranno d’ora in poi ognuno una propria identità. Poi c’è l’introduzione di quelli che vengono definiti “cicli tematici”, a metà tra una vera e propria trama trasversale tra gli albi (che rimarranno comunque autoconclusivi) e una sorta di unità semantica tra storie appartenenti allo stesso ciclo.

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Tiziano passa definitivamente il testimone a Roberto. Vedremo come andrà a finire…

I più attenti ora staranno pensando, grossomodo, che Bonelli abbia preso il processo produttivo delle major del fumetto supereroistico e l’abbia trasportato, pari pari, su Dylan Dog. E avrebbero ragione. Chiunque legga fumetti Marvel o DC (cito queste due per pigrizia, ma il discorso vale anche per molti altri mondi) ha familiarità con i concetti di ciclo narrativo o di testate parallele dall’identità propria. E per quanto mi riguarda la cosa non è per nulla un male. Anzi, un “finalmente” non può che uscirmi quasi spontaneo.

Ho avuto tuttavia l’impressione che Bonelli voglia tenere il piede il due scarpe, e questo sia per quanto riguarda Dylan Dog che per Orfani. Recchioni si è più volte fermato a sottolineare quanto la seconda stagione di Orfani sia leggibile anche a sé, senza aver letto la prima. O quanto ogni albo di Dylan, per quanto parte di un arco narrativo più ampio, rimanga intrinsecamente autoconclusivo. Da un lato questa cosa mi secca alquanto. Trovo che questo attaccamento alla lettura “usa e getta” sia antiquato e poco rispettoso verso i personaggi. E questo in particolar modo per testate dalla pronunciata trama orizzontale come Orfani: dopo tutto ciò che succede nella prima stagione dire “potete leggere la seconda parte anche se non conoscete la prima” mi sembra infinitamente riduttivo, come a negare l’importanza dell’evoluzione dei personaggi rimasti. Come si può pensare di creare un personaggio complesso e profondo (quale vorrebbe essere Ringo) se le sue scelte presenti devono rimanere impermeabili agli eventi passati della sua vita? Impermeabili in modo da poter essere comprensibili anche da chi quell’evoluzione non l’ha vista…

ringo

Dall’altro lato la scelta mi lascia perplesso. Perché ho un po’ l’impressione che si stia cercando di andare in un’altra direzione, quella della continuity (passatemi il termine, mi rendo conto che è improprio), ma con poca convinzione. E il risultato è una linea traballante, poco decisa. Come se Bonelli volesse in qualche modo accontentare sia il lettore casual, da edicola della stazione, sia l’affezionato decennale cui spettano storie più profonde, che affondino le loro radici nel passato del personaggio. Perché a lui si può parlare più liberamente, facendo riferimenti e citazioni, dando per scontata la conoscenza di alcuni eventi chiave.

A tal proposito vedremo come andranno questa seconda stagione di Orfani e questo nuovo corso di Dylan Dog. Sono tutto sommato abbastanza fiducioso perché, nonostante l’apparente scarsa determinazione dettata più che altro da una più che comprensibile cautela, la direzione mi piace. E mi piace molto. In ogni caso le rivoluzioni non si fanno in fretta, e non si può chiedere a un’azienda di rischiare tutto subito. Quindi per ora ci accontentiamo della direzione, che sembra andare nel verso giusto.

Con questo vi saluto. Grazie per aver letto fin qua, spero di avervi messo qualche pulce nell’orecchio. Se volete condividere il vostro pensiero su qualsiasi argomento di cui si è parlato in questo articolo, dalla continuty ad Orfani ai formati editoriali… lo spazio è qua sotto: siete sempre i benvenuti. Detto questo vi saluto. Alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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4 thoughts on “La conferenza Bonelli, riflessioni sul futuro e attaccamento al passato

  1. La seconda stagione di Orfani ha un solo tempo narrativo quindi ha avuto anche per questo dei tempi di realizzazione diversi oltre al fatto di sapere già come colorare e su che carta stampare, processi che prima di essere definitivi hanno avuto anche loro dei periodo di test necessari. Aggiungiamo il fatto di costruire una trama, appunto su questa lettura del doppio tempo, in grado di non sputtanarsi in poco (vedi quanti hanno preso solo il primo numero e sentenziato chissà cosa). È un comic book italiano al 100%, una “nuova” razza di albo: veloce, a colori (inutili narrativamente parlando) e la “solita” carta. Ha un costo elevato (tramite fb una volta dal profilo della pagina ad una domanda risposero che il prezzo sarebbe stato contenuto sotto entro i 4 euro, vabbé) ed un modo di narrare gli eventi diverso più che innovativo: è “in your face” botta e risposta verbali e poche riflessioni a favore di uno “sfoltimento di personale” elevato (così sembra una cosa più seria, se vogliamo metterci la parola “target” in mezzo) che alla fine ti mettono a conoscenza, se proprio non hai chiare le idee di certi archetipi, di che genere di personaggio sia Ringo. Quindi il gruppo serve per uno solo, non sono mica i vendicatori o la justice league.
    La seconda stagione dovrà per forza avere qualcosa di solido e non parafrasare rivolte a mo di G8 (nonostante il tema pare interessi l’autore, vedi la seconda storia di “Battaglia: la guerra di Piero”), la prima stando a quelle dichiarazioni avrebbe avuto il senso di essere un “prologo esteso”, allora perché fare 12 numeri? Soldi? Fama? Rinnovamento di certi meccanismi bonelliani? Tante risposte che hanno bisogno di comprimari secondo me. A me in toto Orfani non è piaciuto, l’ho apprezzato come lettura ma lo considero, per usare un termine che hai usato nel post, “usa e getta”: è si un esperimento (passami il termine) azzardoso e presuntuoso, non adatto alla serialità mensile o meglio che avrebbe potuto sfruttare la metà dei numeri per raccontare tutto il fatto. Se Ringo si legge da sola vuol dire che tutto quello che c’è dietro è banale, abbastanza piatto e scontato (Ringo nonsi evolve ma si scopre piano piano, vedi prime pagine dell’ultimo numero) che avrebbe meritato magari una distribuzione digitale ma se poi parli con certi veterani ti lasciano in pasto all’inquisizione e lì sei fottuto.
    Su DYD non metto bocca ma c’è chi è rimasto di sasso con questo ultimo numero a colori e sentenzia di non prenderlo più o fermarsi a 400 perché è un numero “pieno”.
    Non hai citato Adam Wild, la nuova serie di Manfredi. Sarò lapidario ma a me sembra una sorta di “Un uomo un’avventura” col metodo delle stagioni e con una contestualizzazione parziale a livello storico che può stuzzicare qualcuno: come disse l’autore sul sito dell’editore, il classico lettore Bonelli è il suo “target”.
    Qui la chiudo perché ho scritto un commento enorme e forse pesante.
    Leggo spesso il tuo blog e ti faccio i complimenti per tutti i contenuti.

    • Innanzitutto grazie per il commento. Vorrei solo rispondere un paio di cose…
      Orfani è di certo stato un esperimento azzardato, ma comunque secondo me è riuscito ad aprire delle porte. Insomma, un po’ il suo l’ha fatto. Il colore, in primo luogo, funziona alla grande e per quanto mi riguarda non è stato “inutile narrativamente parlando”. Il colore, come in realtà ogni altro elemento della struttura del fumetto, non lo è mai. Poi i dubbi sulla seconda (e sulla prima) stagione rimangono. A partire dal cambio di “tematiche” e ambientazione fino ai legami con i primi dodici numeri. Vedremo cosa ne uscirà, ma effettivamente l’affermazione che sarà leggibile a sé non prelude a nulla di buono…
      Il mio timore più grande, a riguardo, è che da qui in poi la prima stagione venga percepita come “prologo esteso”, come dici tu. O peggio che lo diventi nella mente dell’autore e dell’editore. Questo secondo me si potrà valutare solo molto più avanti, ma se l’impressione generale sta diventando questa… è un peccato. Perché sminuisce una cosa che voleva avere (e aveva) più dignità e completezza del semplice “antipasto stiracchiato prima della portata principale”.
      Per quanto riguarda Adam Wild… Non ne ho parlato perché francamente non è che mi abbia strappato un brivido, ma probabilmente questo è dovuto al fatto che non sono per nulla un “lettore Bonelli standard”. Quindi probabilmente è semplicemente perché non è fatto per me (o io non sono fatto per lui). Mi sembra comunque la più classica delle letture Bonelli e, in questo senso, non la riesco a collocare in questa aria di rinnovamento generale che si respira…

  2. Ora come ora, la prima stagione sembrerà un “prologo esteso” ma troveranno un modo di fare il catenaccio con quanto accadrà nella seconda stagione e mescolarlo in modo più o meno armonioso alla terza. Se pensiamo all’invenduto o alla quantità che hanno nei magazzini, lasciare lì la prima stagione non sarebbe certamente proficuo mentre si spinge sul “personaggio” Ringo.

    Grazie di aver risposto ed aver discusso un po’ sull’argomento 🙂

  3. Pingback: Il mio primo Dylan Dog | dailybaloon

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