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Il mio primo Dylan Dog

Salve a tutti e bentornati! È giunto il momento. Se orbitate abbastanza vicino al mondo del fumetto italiano non potrete aver mancato la martellante notizia: il rilancio di Dylan Dog. Il buon Roberto Recchioni lo sta spingendo ormai da un bel po’ e Bonelli ne ha parlato abbastanza ampiamente nella conferenza stampa di un paio di settimane fa. Bene. Il numero in questione di Dylan Dog, il 337 dall’inquietante sottotitolo Spazio Profondo, è uscito (ormai da qualche tempo), è stato letto, ed è pronto per esser discusso. Buona lettura.

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Come lo sceneggiatore Roberto Recchioni ci ricorda ad ogni occasione, il 337 non è il primo albo del nuovo ciclo. L’effettiva nuova vita dell’indagatore dell’incubo inizierà infatti dal numero 338 con il pensionamento dell’ispettore Bloch. Questo Spazio Profondo andrebbe dunque visto più come il “capitolo finale” del vecchio ordinamento o, più appropriatamente, come un racconto di passaggio. Un ponte che ha le sue radici ben ancorate nel passato ma che lancia più di uno sguardo al futuro. Per usare le parole dello stesso Recchioni questa storia doveva ricordare ai lettori di Dylan di non dare nulla per scontato dato che “tutto può succedere”. O meglio dato che “tutto può tornare a succedere” lasciatosi alle spalle il torpore degli ultimi anni di storie…

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Come ben saprete non sono un lettore di Dylan Dog. Anzi, ad essere onesto questo è il primo albo che leggo per intero. Mi sembrava comunque una buona occasione per provare: da un lato perché ne avevo sentito parlare così tanto (tradotto: “me le hanno sfrantumate così a lungo”) che volevo farmi un’opinione da me; dall’altro perché come “nuovo potenziale lettore” credo di rappresentare perfettamente il target di pubblico cui questo albo e questa operazione di rilancio cercano di arrivare.

Così, dopo una prima lettura nel treno per il Romics ed una seconda più ragionata sul letto di camera mia, sono giunto alla seguente conclusione: non mi è piaciuto. E la recensione potrebbe pure finire qua, ma un minimo di spiegazione è opportuno. I principali motivi per cui questo albo non mi è piaciuto come speravo sono tre: la storia, i disegni e la durata. E sticazzi. Partiamo dai disegni.

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Personalmente non è che lo stile di Nicola Mari mi faccia saltare sulla sedia, ma qua son gusti e non ci possiamo fare niente. In ogni caso lo apprezzo di più quando disegna per il bianco e nero, e qui l’impressione che ho avuto è che disegni e colori si pestassero i piedi a vicenda, come se fossero stati pensati per l’acromia bonelliana e colorati in seguito. La cosa mi ha un po’ turbato, ma è stata più una sensazione diffusa che un ragionamento cosciente, quindi passiamo ad altro…

La trama. Recchioni dovrebbe capire, e questo discorso vale pari pari per Orfani, che un fumetto non è fatto di solo sottotesto. Non si può pretendere di mettere insieme mille piani di lettura, mille metafore, mille spunti e ottenerne qualcosa di interessante se alla base la trama vera e propria è inesistente. E in Spazio Profondo la trama vera e propria è di una banalità sconcertante, arrivando ad assomigliare più ad un montaggio di pezzi di noti film dei decenni passati senza l’aggiunta reale di null’altro. Certo, a Recchioni interessava altro, ed infatti sottotesti e metafore ci sono e si vedono. Ma non basta a fare a far arrivare alla sufficienza una trama da dimenticare.

Abbiamo per le mani un misto tra Event Horizon (film becero non citato in prefazione, per ovvi motivi), Solaris e Alien con atmosfere alla Carpenter. Ma nulla più. E, ripeto, non basta a supportare i pur presenti “altri piani di lettura”, che se si chiamano “altri” c’è un motivo.

Uno dei film più brutti che abbia mai visto, ed la principale musa di questo Dylan Dog 337...

Uno dei film più brutti che abbia mai visto, ed la principale musa di questo Dylan Dog 337…

Si ha l’impressone di leggere nulla più che un grosso copia e incolla, peraltro poco ispirato, popolato da personaggi dal character design così banale che non voglio nemmeno cominciare a discuterne. E poi troppi, troppi spiegoni. Dall’espediente iniziale per introdurre l’ambientazione, che si poteva evitare e prendere già che c’eravamo da Pacific Rim o Watchmen, fino all’inutile side-story degli spettri attirati dal “rancore delle persone costrette contro la propria volontà a viaggiare eccetera eccetera”. Dettaglio del tutto irrilevante che contribuisce a rendere più macchinosa la narrazione e meno credibile l’ambientazione: possibile che nessuno, prima di questa specifica serie di cloni, ci fosse arrivato seguendo esattamente la stessa linea di pensiero? Che poi sono cloni! Uno si aspetta che ragionino tutti allo stesso modo…

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E poi colpi di scena e soluzioni a situazioni disperate che sono al limite del ridicolo. “Groucho, lanciami la pistola!”? Ma Giuda ballerino, per rimanere in tema, stiamo scherzando? Anche se immagino che questa frase abbia una sua valenza “simbolica” nell’iconografia di Dylan Dog, non si può trascurare la sua stupidità nel contesto specifico, soprattutto visto il suo sconcertante effetto.

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Tutto questo fino al finale che invece, sorpresa delle sorprese, è una gran figata. Davvero. Dopo che Dylan finisce in quella specie di inferno tutto strambo la vicenda si fa più interessante, più intrigante e più ispirata. Anche dal punto di vista estetico. I tempi funzionano e non ci sono spiegoni se non quelli necessari a giustificare gli spiegoni precedenti. Senonché…

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L’ambientazione “infernale”, il luogo da dove vengono gli spettri, mi è proprio piaciuta. Rende bene l’idea di un luogo triste, condannato, morto.

Senonché siamo alla fine dell’albo, e questa che è la parte più riuscita della storia dura poco più di una decina di facciate e finisce lì. E questo mi porta all’ultima questione: la “durata”.

In quest’albo più che in qualunque altro bonellide abbia mai letto il formato fatto e finito da 94 pagine mi è parso stretto, inflessibile, anacronistico al punto da rovinarmi, almeno in parte, la già precaria godibilità della vicenda. Si parte con il corpo centrale dell’albo che è una tiritera trita e ritrita fatta di cloni e spettri e navi abbandonate e missioni di salvataggio, in un tripudio di soluzioni che chiunque abbia masticato un po’ di cinema di genere negli ultimi anni potrebbe recitare a memoria. Tiritera che è comunque troppo veloce, troppo compressa per trasformarsi nell’angoscia e nella claustrofobia dei tempi lenti e silenziosi del miglior Alien o del decisamente peggiore Event Horizon. E poi quando si riesce finalmente a superare questo acquitrino di noia, spiegoni e tempi narrativi sbagliati raggiungendo quello che poteva essere il plot twist da cui far partire un’avventura più grande… fine. Non era un plot twist, ma un finale a sorpresa senza possibilità di appello. Il tutto in nome della fruibilità dell’albo singolo, di un attaccamento ad un formato che non è più a servizio della storia ma ne rappresenta uno dei limiti principali. E questa dal mio punto di vista di lettore generale, e non di purista Bonelli o di Dylan Dog, è una pecca imperdonabile che riesce a buttare via l’unica idea veramente buona dell’opera.

In conclusione, dunque, ribadisco il mio disappunto verso quest’albo dalle mille promesse ma dai pochi risultati. Dylan Dog – Spazio Profondo si rivela essere poco più di un’occasione sprecata per via di un eccessivo attaccamento al passato e di una narrazione troppo spesso china a rimuginare su metafore e significati nascosti tralasciando completamente uno degli aspetti più importanti di una storia: la storia stessa. Se volete un’altra opinione vi rimando al video in cui 88Ferro parla di quest’albo guardandolo da un’altra prospettiva, quella dell’appassionato in cerca di rinnovamento, giungendo a diverse (ma manco troppo) conclusioni.

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Quant’è bella però la variant cover di Gipi?

Detto questo vi saluto e vi invito, che abbiate o no apprezzato questo volume, a commentare nello spazio qua sotto condividendo la vostra opinione a riguardo. Grazie per aver letto fin qua, alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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7 thoughts on “Il mio primo Dylan Dog

  1. Dal 2008 non compravo albi di Dylan Dog, divenuto ormai illeggibile per la pessima qualità delle storie narrate. Ho acquistato il n.337 con la speranza di poterne ri-apprezzare la lettura.
    Purtroppo, già diverse pagine prima della perla “Groucho, lanciami la pistola!”, mi ero stra-convinto di aver buttato via 3,20 euro! Avevo comunque deciso di leggere sino alla fine dell’albo per scoprire quanto in basso potesse essere caduta la Bonelli!
    Ebbene, pur condividendo che il finale possa salvare ”in parte” la storia, devo dire che la rappresentazione degli spettri è più grottesca di quanto il mio senso del grottesco possa sopportare!
    Il 338 potrebbe essere l’ultimo albo di Dylan Dog che comprerò, per sempre.

  2. Pingback: Un altro anno è passato… | dailybaloon

  3. Ma quindi il tuo primo…e ultimo Dylan Dog?
    Io mi son letto i primi 150 e, nonostante la notevole discontinuità qualitativa, ne è valsa comunque la pena!
    Piccolo particolare, non ho letto alcun numero successivo e non me ne verrebbe mai la voglia (forse proverei qualcosa della Barbato).
    Perchè, punto primo, già in questo primo blocco di numeri si nota che spesso viene a mancare l’ispirazione e la personalità a favore di un fiacco rimescolamento e riciclo di frasi celebre e momenti topici. Ed è qui, punto secondo, che prende il sopravvento l’aspetto commerciale su quello artistico. Ed è qui che m’incazzo e penso a quanto può nuocere a una buona idea il concetto di serialità degenerativa bonelli!

    • Primo ma non ultimo. Per qualche tempo ho intenzione di continuare a prenderli e vedere dove ci porta questa nuova gestione Recchioni. Il primi numeri pensavo poi di recuperarli nella riedizione (che ormai dovrebbe essere imminente) a cura della 001.
      Che dire? Ho anche io l’impressione che l’eccessivo immobilismo bonelliano porti a situazioni come questa. Ed in tal senso capisco l’intento di Recchioni e soci di provare ad uscire dagli schemi svecchiando sia il personaggio che la sua “storia tipo”. Tuttavia ho l’impressione che, almeno per ora, ci stiano riuscendo a metà.
      Per adesso sono tutti troppo impegnati a dirti “guarda come è tutto nuovo” per concentrarsi e scrivere delle storie quantomeno equilibrate. Il risultato è che la qualità è altalenante e molto sensibile alle idee e allo stile dei singoli autori. Bisognerà aspettare che l situazioni si stabilizzi nel “nuovo standard” per poter tirare le somme.

  4. Non so, sono andato in overdose di dylan dog due anni fa…per cui l’idea di leggere qualcosa di nuovo sull’indagatore mi da la nausea!
    Interessante la riedizione gigante della 001, sono curioso di sapere che storie sceglieranno…

    • Almeno per ora non dovrebbero fare nessuna selezione: il primo albo conterrà il primo anno di storie per intero, condito con saggi e materiale extra di varia natura. Poi non so se andando più avanti cominceranno a fare della selezione. Bisognerà capire se sarà più importante la completezza della collana, e allora continuare a metter tutto dentro in rigoroso ordine cronologico, o la qualità narrativa del volume, e allora bisognerà di certo proseguire a saltoni evitando le punte più basse o le storie trascurabili.
      Personalmente sono più a favore della prima ipotesi: se fai una collana del genere e poi non è completa, a che serve? Preferisco che mi si diano i mezzi per decidere da me quali storie tenere e quali no, piuttosto che fidarmi ciecamente di chi mi dice “questa è brutta, quindi non te la do”.

  5. Concordo, la prima ipotesi è nettamente preferibile! I best of lasciano spesso il tempo che trovano…un pò come in campo musicale.
    Nel caso di dyland dog, se da una parte gli albi imprescindibili mettono quasi tutti d’accordo, dall’altra ci sta una bella fetta di storie di culto quasi mediocri e un’altra fetta ancora di storie più che valide, ma poco celebri (in primis, un paio scritte da ambrosini)! Quindi si, ognuno deve decidere per se!

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