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Due chiacchiere a 8 Bit. Un’intervista a Sergio Algozzino

Salve a tutti e ben ritrovati! Come vi avevo anticipato nel report del Romics di quest’anno, in occasione della fiera romana ho avuto modo di intervistare Sergio Algozzino a proposito del suo nuovo libro: Memorie a 8 Bit. L’albo, selezionato per il Gran Guinigi, è ben più di una semplice raccolta di episodi autobiografici e contiene moltissimi stimoli dai quali siamo partiti in questa bella chiacchierata.

Buona lettura!

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Per prima cosa. Hai davvero un curriculum notevole che passa da delle case editrici incredibili ma che inizia da autodidatta. Da questa autobiografia traspare il tuo percorso… Com’è stato passare dall’essere un amatore dei fumetti che distribuisce le fanzine ai suoi compagni di scuola, a pubblicare per Les Humanoides Associés e altri di quel calibro?

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Alla base ovviamente c’era il me appassionato, il me lettore: in fondo se voglio fare fumetti è perché mi piacciono i fumetti. Quindi dal me appassionato se devo tracciare un filo mi ricordo me che mandavo le lettere alla Star Comics, alla posta dell’Uomo Ragno… poi io che entravo in confidenza con Max Brighel, che era già il redattore dell’Uomo Ragno, e io che poi iniziavo a pubblicare dei primi fumetti per delle piccole produzioni. Poi lo stesso Max mi segnalò, ai tempi, i Piccoli Brividi a fumetti per la Panini. E poi da lì è andato tutto a catena, perché da Piccoli Brividi sono passato a Monster Allergy, e poi ho iniziato a fare i primi libri…

In realtà però della tua carriera non si parla quasi mai in Memorie a 8 Bit, per quanto sia autobiografico, e il tuo percorso traspare appena… A guardarti indietro ti diresti soddisfatto?

Allora… partiamo dal presupposto che sono un insoddisfatto cronico. Ho fatto pace con certe cose del mio carattere, però sento sempre di volere qualcosa di più, di poter fare qualcosa di più. Quindi se ripenso al passato non sto lì a rimpiangere le cose che ho fatto… però sicuramente ci sono ancora un sacco di cose che vorrei fare, che non ho fatto e che penso che potrei fare.

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A proposito di questi aspetti del tuo carattere, nel racconto che dà il titolo alla raccolta parli proprio della tua ansia cronica.

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Tuttavia ne parli come di un lato anche positivo del tuo carattere…

Ho capito che non è una cosa così negativa. Per un po’ è stato il mio cruccio, poi però effettivamente ho capito che questa “sensibilità estrema” è quella che mi porta a scrivere e disegnare in un certo modo. E allora sicuramente fa parte di me, fa parte di quello che faccio e se non ce l’avessi non sarei lo stesso.

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Parlando quindi di quello che fai, questo libro è una serie di racconti che vanno a costruire uno spezzato di autobiografia. E si potrebbe pensare che un’autobiografia a fumetti… insomma, è strano! Devi disegnare te stesso, il tuo mondo… Come sei partito? Dalle foto, dai ricordi?

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Questo è un libro fatto tutto di memorie a memoria. Ad esempio, l’interno del liceo… di cui ho solo tre foto di classe. Per ricostruire in quel capitolo tutti i corridoi e le aule sono andato a memoria. Ed è stato sorprendente anni dopo vedere i vari gruppi che si sono formati su Facebook, tipo “quelli che si sono laureati nel 93”, con fotografie incredibilmente simili a quello che avevo disegnato.

È stato fantastico perché di solito io non ho una buona memoria per questo genere di cose e invece… Anche la scuola elementare… ho rivisto dopo delle foto e mi sono detto “effettivamente è com’è l’ho disegnata!”. Cercavo di non essere freddo e calcolatore, volevo disegnare proprio quello che io mi ricordavo.

E questo vale anche per te, per il tuo “character design”?

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Anche per me, certo. E infatti ho sbagliato: c’è un errore clamoroso di cui mi sono accorto solo dopo sette anni dalla prima edizione, del 2007! Io ho cominciato a portare gli occhiali in quarta o quinta elementare, mentre nel me bambino del fumetto ci sono sempre, quindi tutti gli episodi che sono pre-quarta/quinta elementare di me con gli occhiali sono tutti sbagliati.

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In uno di questi racconti, che si riferisce proprio a quel periodo, dici che la tua prima autobiografia l’hai scritta quando avevi cinque anni, immagino con modalità molto diverse da quella di adesso. Hai sempre avuto lo slancio al raccontare te stesso? Perché tra l’altro questo libro è sì un racconto personale, ma non solo.

Sì, assolutamente. È chiaro che, dato che non ho esperienze di vita storicamente interessanti, un fumetto solo su me stesso non lo faccio perché mi rendo conto che non sarebbe interessante. Il tipo invece di narrazione, chiamiamola così, “confidenziale” effettivamente è sempre stata un vizio.

E secondo te in questo sei stato aiutato dalla tua generazione? La generazione definita dalla prefazione del buon Dottor Manhattan come “la generazione dei quasi quarantenni di oggi”… ché a guardarla da fuori sembra avere una grossa coesione generazionale, molto più per esempio della mia. Secondo te questa coesione facilita la trasformazione da racconto personale a racconto generazionale?

Io sono convinto che il ventenne di adesso avrà, a parte delle argomentazioni diverse da raccontare, delle problematiche diverse nel modo di vedere le cose. Che io non riesco a immaginare perché chiaramente non mi rappresentano. Però sono sicuro che sia così, che anche un quindicenne di adesso tra dieci anni potrebbe fare qualcosa di simile a quello che ho fatto io.

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Poi è vero che noi siamo una generazione particolare… Noi siamo quelli che sono passati dal disco del Commodore 64, dove c’erano 170 k, ai pendrive con 64 giga. E questa cosa ora non stupisce più. Io stesso non mi stupisco più.

Quando ho visto per la prima volta Super Mario World per il Super Nintendo pensavo che fosse la vetta più alta che la grafica dei videogiochi avrebbe mai potuto raggiungere; quando ho visto Resident Evil ho avuto lo stesso tipo di sensazione. Mentre ora non mi sorprendo più perché so, matematicamente, che quello che vedo sarà comunque surclassato tra poco da qualcos’altro. Prima c’era questo livello di sorpresa che ci faceva dire “No, minchia! Non ci sarà mai più qualcosa di così tanto esagerato”.

Ma questa secondo te è una cosa che è dentro alle persone o fuori, nel mondo? Perché  guardando alla mia generazione o alle generazioni più giovani che vivono questa velocità, questa continuità di cambiamento, in cui i poligoni dei modelli grafici salgono sempre di più con una rapidità che non te ne accorgi neanche e non ci si sorprende più… certe volte ho l’impressione che siamo noi che guardiamo ad essere più disillusi e più cinici, e non il mondo ad essere meno sorprendente.

È che siamo diventati così tanto ricchi di informazioni e pieni di possibilità che si lascia sicuramente meno spazio alla sorpresa. A meno che non arrivi qualcosa di veramente sorprendente! E non possiamo saperlo. È chiaro che una roba tipo internet, per esempio, nella mente di com’ero io da bambino a sei/sette anni era assolutamente inconcepibile. Considero la mia generazione come una sorta di pre e post rivoluzione industriale.

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Ed è chiaro che se adesso dovesse succedere qualcosa di sorprendente, dev’essere qualcosa che non possiamo prevedere. Sicuramente non sarà legata alla grafica, sicuramente non sarà legata alla potenza di un computer o alla velocità di rete. Dev’essere qualcosa di completamente inaspettato.

Spostando questo ragionamento al mondo del fumetto, c’è questa tavola bellissima… è la mia preferita.

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È l’espressione da “prima fumetteria”, un’espressione che credo manifesti chiunque capiti in una fumetteria per la prima volta. Però sempre guardando a quel racconto, è evidente quanto il mondo del fumetto sia cambiato, sia evoluto… Adesso ci sono fumetterie e fiere del fumetto dappertutto, e quell’espressione la si vede meno spesso…

Ti piace questo andamento, è positivo?

Io non penso né che sia positivo né che sia negativo: credo che sia la normale evoluzione di queste cose. Mi dispiace semplicemente che spesso non si dà il valore giusto alle cose come possono essere le fumetterie o, per esempio, le mostre di autori importanti e cose di questo tipo.

Quando ho cominciato a disegnare fumetti, a Palermo, eravamo sei o sette persone che non avevano cellulari, che non avevano internet per sapere quando c’era una mostra o quando c’era un incontro con qualche autore. E non si sa come ci ritrovavamo a questi incontri, non si sa come eravamo informatissimi su tutto nonostante non ci fosse nulla per essere informati.

Adesso in città c’è una scuola del fumetto dove insegno da più di dieci anni, che ha visto più di duecento alunni iscriversi e diplomarsi. E si presume quindi che se si dovesse fare un incontro legato al fumetto ci siano come minimo quelle duecento persone, e invece non è così. Ma non è che non è così a Palermo, non è così da nessuna parte.

In questo senso ci vedo una sorta di parallelismo con quando parli del Commodore 64 e dici che “all’epoca avevamo una genuina ingenuità”. Ingenuità che a guardarmi intorno mi sembra che un po’ stia andando perdendosi. E magari è normale…

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Tuttavia quest’albo non scade mai nella banalità del “si stava meglio quando si stava peggio”. Però poi in definitiva… si stava meglio quando si stava peggio?

Tranne che per le sorprese delle merendine, no! [ride]

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Non si stava meglio quando si stava peggio.

Mah, in realtà io non mi lamento di come si sta adesso. Ripeto: ci sono dei dispiaceri di alcune cose che non sono più in un certo modo, ma è ovvio che mi prendo tutto il buono di molte cose che sono molto meglio come funzionano adesso! In qualche modo si bilanciano, questi due aspetti. Poi è chiaro che il nostro io nostalgico ci porta a rimpiangere in maniera poetica le cose più preziose che non ci sono più, però abbiamo anche dei vantaggi oggi, non abbiamo solo “perso delle cose”.

Dell’ingenuità… io spingo molto sull’ingenuità. Ma credo che sia una cosa della quale ci si può rendere conto soltanto dopo un paio di decenni, dell’ingenuità dei decenni prima. Io cerco di osservare un po’ le cose di adesso e di capire cosa tra dieci o vent’anni sarà considerato ingenuo. Ad esempio, tutte le battute legate al fatto che siamo tutti sempre attaccati al cellulare…

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Secondo me, tra dieci o vent’anni, il fatto che siamo così dipendenti, alla fermata della metropolitana a guardarci Facebook e cose così… tra vent’anni ci prenderanno un sacco per il culo per questo. Ci sarà un sistema diverso e noi saremo così tanto retrogradi con il cellulare davanti la faccia a guardarci l’e-mail, e saremo presissimi per il culo! E penseremo “quanto eravamo ingenui, col cellulare in mano a cena…” o cose di questo tipo.

E sempre a proposito di cose che un tempo erano ingenue ma, magari, lo sono pure adesso… Ti hanno più detto “ma alla tua età compri ancora i giornaletti”? Adesso che, peraltro, i “giornaletti” li fai…

Questo mi capita ancora. Cioè, se sanno che io lo faccio no, però “i fumetti” è ancora un argomento curioso di cui parlare con le persone. Quando si sa che mestiere faccio quella domanda si è trasformata in un altro paio di frasi. Il tormento principale è diventato “Ah sì? E che cosa hai fatto?” come se facessi questo mestiere dall’anno scorso.

Se tu facessi l’ingegnere informatico, che pure quello è un bel lavoro, ti direbbero “Ah! Fai l’ingegnere informatico. Bello!” e finirebbe lì. Non ti direbbero “e che cosa hai fatto?”. Cioè tu gli risponderesti “Cazzo, io lavoro tutto il giorno! Ho fatto mille cose!”.

Io, in quindici anni, ho pubblicato un sacco di roba. E non è perché io sono chissà chi, ma perché in quindici anni se non pubblicassi un sacco di roba non sarei un fumettista. Sarei un fumettista fallito. Faccio fumetti… finisce là.

Guardando ancora un po’ al passato… Com’è stato l’incontro con Moebius? Ammesso che sia avvenuto…

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Ah, è avvenuto! È  avvenuto anche più volte, cosa che poi non ho messo nell’albo. Per esempio, uno dei vari capitoli esclusi è il mio primo viaggio ad Angoulême, dove parlai per la prima volta con lui. Poi l’ho incontrato diverse volte, sempre ad Angoulême, ed è stato fantastico.

Sapevo che c’era questa sorta di presenza mistica, che potevo andare in un certo locale notturno e trovarlo  che girava. Lo salutavo e gli dicevo sempre “Sono quello che… ti ricordi la mostra a Palermo…” lui ovviamente si ricordava la mostra ma non credo che si ricordasse mai di me, ma volta per volta c’era questa introduzione di aggancio…

E proprio in conclusione, l’ultima domanda… programmi futuri?

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I programmi futuri sono… Mah, intanto ero curioso di vedere come andava questo libro. Anche perché mi piacerebbe fare almeno un altro tomo di questo tipo: c’è una serie di altri argomenti che mi piacerebbe trattare. E poi ci sono altri libri di cui sto discutendo, altri progetti in corso che ancora sono tutti lì in stand by… Perché per fare un libro devi essere assalito da quel libro. E poi, quando esce, te lo devi coccolare un po’ quel libro che hai appena fatto… quindi intanto mi sto coccolando questo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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4 thoughts on “Due chiacchiere a 8 Bit. Un’intervista a Sergio Algozzino

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