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The Walking Dead, due anni dopo

Salve a tutti e ben ritrovati. Spero ve la passiate bene e che vi siate ripresi dalla Lucca più affollata di sempre. Siamo qui riuniti, che detta così sembra quasi una cosa religiosa ma non lo è, per tornare a chiacchierare allegramente di The Walking Dead. Come forse saprete sto seguendo le avventure di Rick e compagni nel loro economico formato bonelliano, quello che esce in edicola ogni mese (almeno per ora) e che sta alla base dell’ondata di odio che si è riversata sulle porte di Saldapress negli ultimi giorni. Ma non è questo il punto. Già l’anno scorso, dopo le prime dodici uscite, avevo scritto due parole su questa serie e così ho pensato di rendere l’appuntamento annuale. Per fare due chiacchiere e tirare le somme di un anno di avventure, facendo un po’ il punto della situazione su cosa ha funzionato e cosa no. Chiaramente ci saranno, qua e là, spoiler di varie dimensioni quindi state in allerta se non siete in pari almeno con l’edizione da edicola… E detto questo si parte, buona lettura!

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Il nostro viaggio odierno comincia appena dopo la conclusione del ciclo della prigione, che tanto è rimasto nei cuori e nelle menti degli appassionati. Rick e compagni avevano trovato, nel penitenziario dove si erano stabiliti, un luogo sicuro e fortificato in cui provare a ricostruirsi una vita. Questo solo per vederselo portare via, dopo uno scontro discretamente violento con della gente parecchio fuori di melone, dal Governatore che ad oggi è uno dei cattivi più azzeccati della serie.

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È un ciclo importantissimo per il cosmo di The Walking Dead perché segna un nuovo standard narrativo, un nuovo canovaccio che da lì in poi verrà seguito quasi pedissequamente. Narrativamente sposta l’attenzione dagli zombie, che fino a quel momento rappresentavano la grande minaccia numero uno, agli umani, capaci di un male e di un odio di cui solamente esseri dotati di intelletto sono capaci. E questo induce anche una svolta emotiva, sia nei personaggi che nel lettore: da qualche parte si insinua l’idea che nulla sarà più lo stesso, la consapevolezza di aver fino a quel punto trascurato il vero nemico, fatto finta di non vedere l’irreversibilità della situazione. Forse per via di questo importante cambiamento nello status quo della serie, che aveva già visto “cattivi” umani ma con tutt’altre accezioni, si è notato un calo di tensione che ha portato molti a storcere il naso leggendo le avventure immediatamente successive che “sì, belle, ma non quanto la prigione”.

Quello che però in molti secondo me non hanno colto è che le storie immediatamente successive alla tempesta ormonale della prigione e di Woodbury non sono deboli perché paragonate ad un arco narrativo molto intenso: sono intrinsecamente fiacche. Guardiamo per esempio al ciclo che poi è stato denominato Temi i cacciatori. Già il titolo ti mette addosso un’aspettativa pazzesca, suggerendo un ribaltamento di ruoli in linea con il cambio di focus dagli zombie agli uomini. E invece quello che uno si ritrova a leggere è una storiellina piccina picciò praticamente priva di conseguenze (fatta eccezione per la morte illustre) e, quel che è peggio, raccontata con una superficialità (morte illustre compresa) capace di smorzare in due secondi la tamarraggine del titolo.

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Ma tralasciando la figaggine mancata, il problema di queste storie sono le scarse ripercussioni psicologiche che hanno sui protagonisti. L’unico a mostrare una qualche evoluzione è Carl, che di lì a poco perderà quasi completamente la testa. Letteralmente.

Per carità, è una defaillance momentanea nella narrazione di Kirkmann che di solito riesce ad essere abbastanza incisivo, ma mi è rimasta impressa perché, tornando ai cacciatori, assistiamo a scene che sulla carta potevano rappresentare una svolta forte quanto quella della prigione e invece non lo hanno fatto.

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Ma procediamo, ché adesso arriva la parte interessante. Fattosi un caffè e ripresosi dalla fiacchezza post-prigione Kirkmann ritorna ad una situazione di quasi equilibrio che ci accompagnerà ancora per qualche tempo: il gruppo si insedia in una città fortificata già abitata da altre persone con le quali dovrà imparare a convivere. C’è persino una versione buona del Governatore. Più o meno. Questo nuovo setting, al quale nonostante le apparenti e passeggere crisi e invasioni dovremo abituarci, ritengo sia fondamentale per vari motivi. Questo sì che rappresenta una grossa evoluzione dello status quo.

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In primo luogo l’attenzione si sposta definitivamente dai non morti agli umani; gli zombie non rappresentano più un problema insormontabile e di questo, pur dopo un ecatombe senza pari, si rende conto finalmente pure Rick. Il grandissimo assalto del gregge alla cittadina serve, narrativamente parlando, solamente a mettere la parola fine alla questione: gli zombie sono diventati gestibili. In secondo luogo il gruppo ha per la prima volta a che fare con una comunità di esseri umani, con tutto quello che comporta, e le difficoltà diventano immediatamente altre. Ora si parla di ricominciare a vivere, di ricavarsi (e mantenersi) un posto in quella che è a tutti gli effetti un prototipo di società, per quanto rudimentale. Ho apprezzato molto questo nuovo cambio di focus: sposta l’attenzione del lettore su problematiche che si erano volutamente lasciate da parte, prima, quando il problema era la mera sopravvivenza. Fiducia e speranza divengono i concetti chiave, i cardini su cui ruota la narrazione, soppiantando il senso di minaccia e di precarietà più ovvi che avevano contraddistinto le vicende fino ad allora.

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Tuttavia, per quanto abbia sinceramente apprezzato la piega che la serie ha preso e la direzione verso cui sembra puntare nell’immediato futuro, un paio di cose mi hanno lasciato con l’amaro in bocca. Uno strano senso di stridore, come di pezzi che non si incastrano come dovrebbero. La prima, manco a dirlo, riguarda Rick.

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Rick Grimes è, o almeno vorrebbe e dovrebbe essere, il protagonista della serie. E questo nonostante i numerosi meme che lo dipingono come uno psicopatico dal senso dell’umorismo di livello zero. Tuttavia trovo che sempre più ci sia qualcosa di poco convincente nella sua caratterizzazione psicologica, di tratteggiato approssimativamente. Viene sempre dipinto come il capo riluttante, la persona che suo malgrado deve portare il peso e la responsabilità di scelte per il bene di tutti quelli che lo circondano. Le sue frasi tipo sono “non ho mai voluto essere io il capo”, “me lo avete chiesto voi”, “aspetta che sono al telefono con mia moglie” e “ok, ma questa è l’ultima volta che scelgo io che film vedere”. Insomma, Rick è un uomo dalla sanità mentale vacillante profondamente segnato dalle conseguenze di un ruolo che non ha mai voluto e dal fardello dei propri errori. Tuttavia poi è anche un uomo che non riesce mai a stare al suo posto, che non accetta che le cose sfuggano al suo controllo, che non molla mai la presa.

Il fatto è che ho spesso l’impressione che questa specie di dualismo non sia il frutto di una attenta e complessa caratterizzazione psicologica, non sia lo specchio di un animo combattuto tra l’umiltà e la consapevolezza (o la presunzione) di essere meglio degli altri. Ho l’impressione che il suo vero carattere sia quello del capo riluttante descritto prima, e che solo quando necessario per sbrogliare situazioni narrativamente complicate Kirkmann lo trasformi nella guida risoluta che è talvolta, un deus ex machina comodo e sempre a portata di mano. Come se avesse due diverse caratterizzazioni e un interruttore per passare da una all’altra all’occorrenza…

Questo tipo di approccio al personaggio, che è un po’ così e un po’ colà in base a come serve, ci ha però regalato la pagina più infinitamente tamarra della storia dei The Walking Dead. Talmente tamarra che merita una menzione, ed è frutto del lato decido-tutto-io di Rick.

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Avete presente quelle scene di certi shonen in cui ti fanno vedere in controluce le sagome dei cattivi che i protagonisti incontreranno? Di solito sono individui leggendari, caratterizzati esteticamente in modo da esser riconoscibili anche solo dall’ombra e tu, lettore, solo a vederne la silhouette capisci quanto sono fighi, potenti e straordinari. Ecco, questa pagina fa esattamente questo effetto. “Hai almeno una fottuta idea di chi hai di fronte?”, grande Rick, mi hai fatto esaltare.

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Passando oltre, la seconda cosa che non mi ha fatto impazzire è che qui, per la prima volta in maniera così evidente ed inequivocabile la struttura ad archi narrativi della serie si fa sentire. La narrazione, che vorrebbe essere di ampio respiro in un mondo complesso e credibile, si fa trafelata e soffre evidentemente di una pianificazione ristretta al breve termine. Mi riferisco ovviamente all’arrivo di Jesus alla fine del ventitreesimo volume e delle notizie che porta: l’esistenza di comunità molto più numerose ed organizzate, si parla di villaggi da centinaia di persone, collegate da un network di scambio commerciale stabile.

Apprezzo moltissimo questa idea, che rinfresca la narrazione dandole nuovo respiro e al contempo rafforza la direzione intrapresa dalla serie spostando l’attenzione a problematiche sempre più lontane dagli zombie, pur costantemente presenti. Quello che non apprezzo per niente è che fintanto che Rick e compagni non ci hanno sbattuto il naso queste comunità non è che fossero sconosciute perché lontane o perché desiderose di tenersi nascoste: semplicemente non esistevano ancora. Non erano ancora state pensate.

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Non è credibile che la gente di Hilltop non fosse mai venuta in contatto con la cittadina gestita da Douglas (Alexandria?). È fin troppo evidente che, fino alla comparsa di Jesus, all’esistenza di questi villaggi, di questa rete commerciale, semplicemente non si aveva ancora pensato. E quindi il problema, in questo caso, è che il mondo in cui vivono i personaggi di The Walking Dead non è un mondo articolato e credibile, un mondo che esiste anche se la narrazione si svolge altrove. È un mondo ben definito solo dove serve, e non appena gli orizzonti si allargano c’è come il pop up dei videogiochi e compaiono cose che prima non c’erano e quindi non interagivano con le zone limitrofe, anche se avrebbero dovuto.

È un po’ un peccato perché per come la vedo io sminuisce quello che l’opera poteva essere. Ma alla fine, se la si prende per il verso giusto senza farsi troppi problemi, è comunque del buon intrattenimento: si lascia leggere e, sul breve periodo, mostra una certa coerenza intrinseca. Coerenza che molti altri universi non possono vantare.

Ecco, questi sono su per giù i miei pensieri, le mie impressioni e qualche riflessione su questo secondo anno passato in compagnia di The Walking Dead. Chiunque abbia qualcosa da dire, commenti, commenti di commenti, riflessioni estemporanee e non… si senta più che libero di farlo nei commenti qui sotto. Noi ci rivediamo al prossimo articolo, che uscirà a breve, mentre su The Walking Dead se l’idea vi piace ci torniamo l’anno prossimo. Nel frattempo buona prosecuzione e alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “The Walking Dead, due anni dopo

  1. La serie la conosco solo di me e più passa il tempo più mi incuriosisce. Mi sono fermato ai primi paragrafi del tuo post per non togliermi nulla e sono colpito dai temi che tratta la serie. Mi piace il tema: in un mondo devastato dagli zombie il vero problema è la malvagità dell’uomo. Credo che a questo punto debba cominciare a leggere! La serie tv è bella quanto il fumetto? Te lo chiedo perché la serie potrei vederla con mia moglie. Grazie!

    • Ti dirò… Dopo le prime due stagioni, che direi mi sono piaciute, ho smesso di seguire la serie tv a metà della terza stagione. Mi pareva non si arrivasse mai al punto e a un certo punto mi sono stancato di aspettare che succedesse qualcosa. I tempi della serie tv sono infinitamente più dilatati di quelli del fumetto, e questo può piacere o no. Per esempio è stata una cosa che nella seconda stagione ho apprezzato molto, ma che non ho sopportato nella terza.
      In generale non è male, anche se secondo me il livello qualitativo è generalmente inferiore alla controparte cartacea…
      Ti consiglierei comunque di darle una possibilità, almeno alla prima stagione che è abbastanza corta e rende bene l’idea di quello che la serie, tra alti e bassi, vorrebbe essere. Non sempre ci riesce, ma ha i suoi momenti.

  2. Pingback: The Walking Dead, tre anni dopo | dailybaloon

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