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Due chiacchiere su Passato, Prossimo. Un’intervista a Emanuele Rosso, seconda parte

Salve a tutti e ben ritrovati. Ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Emanuele Rosso, a qualche tempo di dovuta distanza dalla prima che, se ve la siete persa, la potete trovare qui. Questa volta parleremo più nel dettaglio dei contenuti di Passato, Prossimo, della sua storia e dei suoi protagonisti. Ma anche dei suoi tempi narrativi, delle sue ispirazioni, della sua musica e dello spazio che quest’opera vuole occupare nel panorama italiano. Se tuttavia non avete mai letto questo bel fumetto che vi consiglio (trovate la recensione qui), procedete con cautela per non incrinare la godibilità della prima lettura. Non ci sono spoiler eccessivi ma parliamo del finale e amenità varie quindi… avvisati.

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Dunque buona lettura! Si parte esattamente da dove ci eravamo lasciati la volta scorsa.

Guardando a Passato, Prossimo da un punto di vista contenutistico, un’altra cosa che funziona è il ritmo. Durante tutto il fumetto ma soprattutto nelle parti finali c’è una drammaticità che sale però c’è anche una sempre più forte componente, diciamo, di “sdrammatizzazione”. Per esempio quando Leo dice “svuotate il camion”. Perché lui pensa “vabè, io devo cercare una roba tra i rifiuti” ma gli dicono che li hanno già caricati sul camion. E lui fa, senza pensarci, “svuotate il camion”. Che problema c’è?

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Questo bilanciamento tra dramma e leggerezza, che poi durante tutto il fumetto passa soprattutto attraverso la figura di un Clint Eastwood che non parla mai a sproposito, quanto è difficile da ottenere?

Beh, anche lì si può dire che non è propriamente un processo impulsivo: è una serie di cose a cui uno deve pensare, in termini narrativi. Poi, visto che leggo tanti libri e vedo tanti film, cerco di impararne anche i meccanismi narrativi. Quest’opera, col senno di poi, ha anche una serie di difetti: l’inizio, per esempio, con la parte dello spiegone sui viaggi nel tempo, è un po’ troppo lento. Me l’avevano detto in molti ma non sapevo come condensarla di più e ho detto “vabbè, va così”. Mi piaceva però che la storia avesse quest’effetto un po’ diesel, quindi parte lenta e poi c’è un’accelerazione progressiva.

L’idea era, verso la fine, quando Leo deve affrontare l’ultimo viaggio nel tempo, di aggiungere la classica situazione in cui l’autore mette il protagonista nelle pesti. Quindi mettiamo Leo in una situazione in cui le cose si complicano, e cioè che la macchina del tempo venga persa. Che poi è la classica dinamica da film avventuroso: pensi di aver superato l’ultimo ostacolo, e invece ce n’è ancora un altro. Mi piaceva questa dinamica, che è un po’ quella di quei film anni ‘80 di cui sono grande fan. Ovvio che ci sono tanti riferimenti a Ritorno al Futuro, che è una pietra miliare, però anche a film come i Goonies, dove c’è sempre l’ostacolo…

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Come il cellulare che cade e si spacca…

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Ecco esatto, tutte queste cose lì… Era un “cerchiamo di dargli anche un ritmo avventuroso e giocoso” perché sennò con questi struggimenti, i discorsi lui-e-lei, lei che è presa male, lui pure… Ne veniva fuori una roba super pallosa! Avevo bisogno di metterci una parte che lo rendesse più divertente, soprattutto perché l’idea era farlo per un pubblico potenzialmente giovane, di adolescenti, quindi dovevo aggiungerci qualcosa che potesse tenere incollato anche un pubblico abituato ai fumetti giapponesi, per dire.

A tal proposito, parlando di “lei che è pesa”…. Lei sarebbe più volte da prendere a schiaffi: è insostenibile! Per te lui è il buono e lei la cattiva, o anche lei ha i suoi motivi?

Lei è insostenibile [ride]… Questo tutto sommato lo considero un difetto del fumetto. Nel senso che sì, lei ha un’idea “assoluta” dell’amore, probabilmente irrealizzabile, che però per me potrebbe anche essere compatibile con un’adolescente alla sua prima esperienza d’amore. Nella prima versione era forse ancora un po’ più stronza e l’ho alleggerita perché mi è stato detto appunto “No, guarda, così è insostenibile”. Col senno di poi avrei dovuto trovare il modo di alleggerirla ancora un po’ di più perché io non volevo far passare lui come il martire e lei come una stronza insopportabile. Doveva essere invece un equilibrio tra due idee sull’amore, magari diverse, dove lei è ovviamente quella dominante e lui cerca di capire cosa vuole lei. Però non volevo che passasse come la stronza a tutti costi, volevo che una ragazza leggendolo potesse comunque identificarsi per certi versi anche nelle sue istanze. E un paio di volte mi è successo anche di ragazze che mi dicessero “ah, la pensa come me”… quindi, cavolo!, magari non ci sono riuscito del tutto come avrei voluto però da qualche parte sono arrivato.

Mi rendo conto però di aver fatto più una storia d’amore per maschi, perché la maggior parte dei commenti legati al trasporto della situazione sono stati “mi è successa una cosa identica”. Ho avuto vari uomini che mi hanno detto “anch’io sono passato attraverso una storia del genere, nel mio passato”, quindi forse l’identificazione funziona più per gli uomini che per le donne. Avrei voluto che funzionasse un po’ di più anche per le ragazze, che lei fosse comunque un personaggio credibile. Ma non so se ci sono riuscito del tutto…

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Vorrei che fosse comunque un personaggio comprensibile, che potesse trasmettere il perché lei la pensa così. Poi uno può dire “non lo accetto” o “lo accetto”, però nella mia testa non è che stessi facendo un fumetto per mandare un messaggio d’odio alla ragazza all’origine delle mie esperienze personali… Volevo solo provare a creare dei personaggi credibili nei loro bisogni e desideri. Che forse è una delle cose più difficili da ricreare in un fumetto o in una storia, un personaggio che sia vero.

Leo è il protagonista, e quindi uno può pensare che sia lui comunque il “buono”, però in realtà anche lui fa tutta una serie di cose che uno dice “ma che cavolo, ma sei sempre lì prono, subisci tutto”…

Perché comunque lui sbaglia un sacco di cose…

Certo, certo! Sbaglia lui, sbaglia lei, ma non volevo che la verità fosse tutta da una parte sola. Ecco. Poi chissà se ci sono riuscito…

Lui d’altro canto, nonostante si vada indietro nel tempo, ha una grossa evoluzione personale…

Infatti mi piaceva giocare su questo paradosso… Quando si fanno fumetti sui viaggi nel tempo ognuno può crearsi la teoria che vuole, che è la cosa bella! A me piaceva il paradosso di un viaggio nel tempo che ti porta indietro ma ti cancella anche tutto quello che c’è stato nel frattempo, quindi tu ti “resetti” fino al punto in cui torni indietro. E quindi mi piaceva giocare molto sul dubbio morale che dovrebbe avere il protagonista, e poi anche il lettore: ha senso sacrificare le proprie esperienze per cercare di recuperare una cosa persa? D’altra parte sono le nostre esperienze che fanno di noi quello che siamo, quindi io cancello una parte di me per recuperare forse, non si sa, una cosa che ho perso? È una cosa da fare oppure no? E ognuno potrebbe rispondere a modo suo. L’altra cosa era cercare di fare il gioco paradossale, che credo sia riuscito abbastanza, in cui lui tornasse indietro, cancellando sempre di più qualcosa di ciò che ha vissuto, però nonostante questo impari. Quindi una storia di formazione che però teoricamente è anche di “de-formazione”. Cioè formazione attraverso la de-formazione [ride]. Mi piaceva questo paradosso.

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E poi effettivamente questo si vede nel modo in cui il decalogo, le regole che lui stesso si pone, viene riscritto subito prima dell’ultimo viaggio, nel quale si nota davvero la sua crescita.

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Il decalogo, prima e dopo

Alla fine gli andrà bene?

Più di una persona mi ha detto “l’avrei fatto finire in un altro modo… che lui trovasse un’altra”… Invece a me piaceva che ci fosse comunque la chiusura circolare e che lui volesse provare a giocarsela di nuovo, da capo, con lei. [pausa]

Non lo so, probabilmente… io credo di no: non gli andrebbe bene comunque. Se ci fosse Passato, Prossimo 2 non credo che, per quanto lui sia migliorato, le cose possano svoltare a 180 gradi. Per cui probabilmente no. Mi sembrava però giusto che avesse la possibilità di riprovarci. E stavolta magari imparando qualcosa.

Però se devo provare a immaginarmela mi dico “magari forse sì, però probabilmente no”. Ma è una storia che verrebbe dopo…

Allargando un po’ il discorso, so che hai anche una tua trasmissione alla radio: Questa è l’acqua, in onda ogni martedì sera su Radio Città del Capo (trovate qui i podcast). Tra i mille aspetti interessanti di questa trasmissione, al suo interno si può trovare molta musica. Di molti tipi e tanti generi.

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Secondo te c’è una colonna sonora anche nei fumetti? E se sì, qual è la colonna sonora di Passato, Prossimo?

Ovviamente il fumetto è un linguaggio che sento mio: quando penso alle storie le penso già per immagini. È vero che scrivo anche un po’ di racconti e faccio anche altre cose, però poi è il linguaggio [il fumetto] in cui penso di riuscire a esprimermi meglio. Ha però questo grosso limite: che è muto. Non c’è mai la musica.

La colonna sonora [di Passato, Prossimo] è… vabbè, c’è tanta musica di quella che ho ascoltato mentre lo facevo. Più di una volta mi sono detto “cavolo, sarebbe bello fare una playlist, una potenziale colonna sonora”, però ti dirò che poi non mi sono mai soffermato a pensare a che canzoni ci metterei veramente.

Nella parte finale ci metterei qualche brano più rock, più veloce, in altri momenti ci metterei invece roba più elettronica… Non ci vedo canzoni pop strappalacrime anni ‘80, quelle no. Sono un grande ascoltatore di rap ma non credo che in questo fumetto ci metterei un sottofondo del rap… Forse qualcosa di r&b, soul, qualcosa della Motown, ma quello ce lo metterei ovunque…

Riagganciandoci infine a una risposta di poco fa in cui dicevi che hai pensato Passato, Prossimo per un pubblico di adolescenti… Anche in altre occasioni hai spesso ribadito che i toni e il ritmo di questo fumetto sono stati pensati per riavvicinare un pubblico giovane al fumetto, o almeno ad alcuni suoi sottogeneri che vanno poco alla volta perdendosi.

Ecco questo processo, questo intento, avviene giusto nel momento in cui anche i grandi baluardi di quel tipo di fumetto stanno cominciando a capire che forse c’è qualcosa che non va. E a provare altre strade. Parlo per esempio della Bonelli e del suo tentativo di rinnovamento che passa attraverso alcune testate nuove, come Orfani, e allo svecchiamento di altre più classiche, come Dylan Dog… La parola chiave sembra comunque essere “ringiovanire”. È anche la tua?

Questo è un discorso che avrai già sentito, ma ti rifarò. Me lo pongo come obiettivo. Un po’ perché mi piace scrivere per adolescenti e anche leggere libri e narrativa per adolescenti. È abbastanza paradossale se ci pensi: nella letteratura “tout court” il settore dedicato agli young adults è un settore che tira tantissimo. Da Harry Potter in giù ci sono tutti quei libri pensati per una fascia d’età tra i tredici-quattordici e i diciotto-diciannove che è fortissima, è una delle cose più in crescita del mercato editoriale. E nel fumetto non ce l’abbiamo. È assurdo.

Intanto perché hai una fascia d’età in cui si acquista. E poi se vuoi avere i tuoi lettori del futuro, che a un certo punto inizino a leggere le graphic novel “serie”, autobiografiche, con i reportage o il graphic journalism… Da qualche parte li devi “creare” questi lettori del futuro. E se un tredicenne ora come ora legge i manga, perché un bel giorno dovrebbe mettersi a leggere Joe Sacco? In base a quale principio uno da Naruto passa a Joe Sacco senza passaggi intermedi? Cioè, hai i lettori curiosi che magari ci arrivano da soli, però per gli altri ci vogliono anche delle opere ponte, di passaggio. Per me, negli anni ‘90, questo ruolo è stato svolto dalla Kappa Edizioni con Mondo Naif: sempre scuola Toffolo, Vinci, Accardi… Tutti autori che avevano un tratto sì europeo, però era chiaro che aveva delle influenze manga al suo interno. Ed erano storie che trattavano di giovani un po’ più grandi: erano già universitari o comunque protagonisti in quella fascia d’età tra l’adolescenza e una “prima adultezza”, diciamo così. Quindi tu empatizzavi con i protagonisti, avevi un segno che visivamente ti ricordava le tue letture, e se poi ti piaceva quella roba era naturale andare piano piano a cercarne dell’altra. E per me questa cosa fu fondamentale per il passaggio, e con me tanti altri, sia futuri fumettisti che semplici lettori che sono stati ventenni attorno al cambio del millennio… E ora quella cosa lì non c’è più. Non c’è più perché la Kappa Edizioni ha preso altre strade… E perché nessuno ha preso quel posto.

Il salto diretto è, effettivamente, piuttosto ardito.

Il salto diretto è, effettivamente, piuttosto ardito.

Ovviamente i manga funzionano per mille motivi diversi, sono scritti bene, sono disegnati con un linguaggio visivo molto potente… Però secondo me uno degli aspetti che funziona di più è che tu da lettore empatizzi un sacco con i protagonisti, o perché hanno la tua stessa età, o perché ti ci rivedi. Sanno raccontare le emozioni in maniere molto migliori e più dirette… senza però essere nemmeno retorici, quindi compiono un’operazione molto complicata dal punto di vista narrativo. Poi però questi giovani lettori crescono, ed è ovvio che a quel punto smettano di leggere fumetti giapponesi perché non si rivedono più in quel tipo di protagonisti e di storie.

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Perché stai diventando più grande, ma non hai niente che ti faccia fare quel salto ulteriore. Quindi cosa fai? Smetti di leggere i fumetti. E non è che se smetti a diciannove, a trentacinque ti rimetti a leggere i libri della Coconino Press. Non funziona così. E quindi per me bisogna fare quella cosa lì. Sarà sempre una nicchia quella dei lettori di fumetti: ci sono ormai così tanti passatempi per un ragazzo che non diventerà mai un mondo tipo “best seller”… Però te la devi creare da qualche parte la tua nicchia. E se non la alimenti a un certo punto si estinguerà. Per cui mi pongo questa “missione” molto grande: nel mio piccolo cerco di portarla avanti perché serve.

E siamo giunti alla conclusione di questa chiacchierata con Emanuele Rosso. Vi ringrazio per aver letto sin qua, sperando che gli argomenti toccati vi abbiano interessato e lasciato qualche spunto di riflessione. Ringrazio caldamente Emanuele per la grande disponibilità e per il tempo che mi ha dedicato. Magari lo ritroveremo su questa pagina in futuro… nel frattempo la collana delle interviste di Dailybaloon, Due chiacchiere sul fumetto, si prende una piccola pausa in vista dell’arrivo di Isaak Friedl e del suo Sottobosco.

Alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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