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Due chiacchiere nel Sottobosco. Un’intervista a Isaak Friedl

Salve a tutti e ben ritrovati! Come anticipato qualche tempo fa è giunto il momento per la collana di articoli intitolata “Due chiacchiere sul fumetto” di arricchirsi di un’altra voce. Durante la fiera di Lucca di quest’anno ho infatti avuto modo di intervistare Isaak Friedl, giovane autore di Pordenone che esordisce nel mondo dei romanzi a fumetti con Sottobosco, graphic novel dalla notevole carica visiva ed espressiva.

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Ecco quindi la nostra chiacchierata, che spazia dal percorso personale dell’autore all’opera in sé e per sé. Buona lettura!

È ormai una domanda di rito…  Qual è stato il percorso che ti ha portato a scrivere e pubblicare Sottobosco? Sottobosco che, ricordiamolo, oltre ad essere la tua prima graphic novel ti è valsa al Treviso Comic Book Festival di quest’anno il premio Carlo Boscarato come miglior rivelazione.

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I fumetti mi sono sempre piaciuti e ho iniziato da piccolo a disegnarli. Avrò avuto 13 o 14 anni… e già lì facevo storie lunghe, ma mi ispiravo più ai manga e alle cose che leggevo all’epoca. Perché comunque sono cresciuto con Dragonball e cose di quel genere… Poi alle superiori ho iniziato a collaborare con alcune case editrici locali che mi hanno commissionato dei lavori e da lì ho cominciato a scoprire anche il fumetto un po’ più autoriale, le graphic novel e il mondo americano… anche se di americano non leggo tantissimo.

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Comunque, lì ho iniziato a partecipare a molti concorsi di fumetti e, vincendone un paio, a conoscere autori e ad avvicinarmi al mondo editoriale. Dopodiché, finite le superiori, mi sono trasferito a Bologna dove mi sono iscritto all’Accademia delle Belle Arti al corso di fumetto e illustrazione. Ho avuto molti professori a contratto che erano autori di fumetti, per esempio Gabos e Catacchio… tutta gente bravissima. E lì abbiamo fondato un gruppo, Delebile, con cui abbiamo autoprodotto dei volumi.

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Gli ultimi tre volumi pubblicati da Delebile, uno all’anno a partire dal 2012.

E dato che facendo quella scuola si parlava solo di fumetti, si incontravano solo fumettisti e si stava sempre su quel genere, ho iniziato a fare dei lavori da solo. Ho impiegato sei mesi a fare Sottobosco, l’ho presentato alla Tunué a cui è subito piaciuto e… è arrivato.

Il percorso accademico quanto è stato importante nella tua crescita? Se tu non avessi fatto l’accademia, o non l’avessi fatta a Bologna, pensi che saresti comunque arrivato qui?

Finite le superiori ho fatto i test d’ingresso sia a Bologna per fumetto e illustrazione sia ad Urbino ad una scuola di grafica molto buona. Sono passato in tutte e due, perciò ho dovuto scegliere, e ancora adesso non mi pento di non essere andato ad Urbino: secondo me Bologna è stata importante sia come contenuti sia come opportunità.

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Il primo anno dell’Accademia è stato fondamentale, impari molta roba. Il secondo e il terzo poi sono un po’ una ripetizione del primo, diciamola spiccia, però il primo anno mi ha proprio aperto molte porte. E oltretutto stare a contatto solo con persone che sono interessate al fumetto… non sarebbe successo in altri ambienti. Perciò sì, il percorso accademico lo reputo molto importante.

E in realtà anche l’Accademia in sé a me è piaciuta. Ci sono molti che la snobbano, che dicono che l’organizzazione non va… io mi son divertito e mi ha insegnato molto. La consiglierei.

Passando a Sottobosco… la prima cosa che colpisce di questo fumetto è l’apparato estetico. Apri il volume e la grafica è subito di grandissimo impatto.

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Quali sono state, o quali pensi che siano state, le tue influenze in questo senso?

[pensa] Come stile non lo saprei spiegare. A me piace molto Craig Thompson e forse si vede un po’ nello spessore del tratto: ci sono molti autori che tendono più al fine, che cercano di stare leggeri… io sono più della categoria che pesta con la mano. Altri stimoli non saprei. Leggo di tutto, veramente, e non ho preso un autore di riferimento.

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A sinistra una tavola di Blankets, di Craig Thompson. A destra invece una splah page di Sottobosco.

Se vedi le mie cose delle superiori sono tutta un’altra cosa, ma lo stile si forma da solo, in qualche modo: è una trasformazione graduale. E come ognuno ha il suo è uscito il mio, che alla fine è riconoscibile. Però Thompson sì: come usa il pennello lui è il massimo.

Quindi Sottobosco è fatto a pennello su carta?

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Tutto a pennello su carta, sfondi compresi. Tutto il fumetto è in bicromia, con gli sfondi fatti su altri fogli sempre a pennello e poi messi a registro con i crocini, come quando si fanno le serigrafie, e poi montati con Photoshop.

E come mai la bicromia?

Intanto è molto vantaggiosa editorialmente: stampare in bicromia costa relativamente poco, soprattutto rispetto alla quadricromia. Un colore in più costa più del bianco e nero, ma non molto, e ti permette di non avere soltanto un colore in più: te ne vengono fuori tre di colori.

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Perciò puoi dare molta tridimensionalità alla tavola ad un costo relativamente basso. Inoltre, dato che la storia è abbastanza complessa, avevo bisogno che le varie parti si differenziassero molto, e un colore in più dava anche la scansione dei piani temporali.

E infatti mi piace molto l’effetto che fa questo verde: non ha mai l’aspetto di una retinatura e dà degli stacchi molto importanti a livello narrativo.

Ci puoi giocare! Come per esempio quando lei sviene, che c’è soltanto il contrasto…

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E un’altra cosa importante è il nero: quando siamo nel presente ho lasciato i bordi bianchi, quando siamo nel passato che la protagonista si immagina ci sono i bordi neri, e poi c’è il passato vero che è tutto bianco. Questa è una cosa che ho preso diciamo dai manga, anche se molti di loro lo fanno con i retini.

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Sempre rimanendo nel lato estetico, ma spostandoci un po’ più verso i contenuti… In questo lavoro c’è una fortissima componente simbolica. Per esempio le maschere dei “cattivi”, dei Demoni…

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L’introduzione delle maschere è stata pensata per aumentare l’impatto estetico? O ha anche altri richiami?

È stata principalmente una scelta estetica: un fumetto deve basare il racconto sull’immagine quindi più l’immagine è accattivante, più il racconto poi ne guadagna. In più il simbolismo crea anche mistero e domande…

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Poi non si poteva metterli con le facce visibili, sennò c’erano troppi personaggi. E in questo modo oltre a togliergli l’identità gli dai anche meno peso: sono più riconoscibili e allo stesso tempo non devi caratterizzarli rischiando di creare confusione. Perciò è stata una scelta ragionata anche per evitare di mettere delle persone umane e complicare la trama. E poi sono accattivanti, son belli!

Invece il personaggio che non ha mai la maschera ma, almeno per me, è come se ce l’avesse per tutto il racconto è Holden. Che figura è Holden? Perché non si capisce mai se è buono, se è cattivo, se è a metà…

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Holden è una guida. E le guide possono essere sia buone sia cattive: la loro missione è più alta. Sanno loro come devono succedere le cose.

Un altro tema che mi ha molto colpito di Sottobosco è il tema della memoria, del rapporto con i propri ricordi. Perché la protagonista ha questo passato con cui è in grande conflitto…

Però il discorso iniziale delle maschere lascia intendere che ci sono delle cose che sono dentro di te anche se non le ricordi direttamente. Ma quindi noi siamo la somma dei nostri ricordi o c’è dell’altro che ci definisce?

Eh no, c’è dell’altro! Per me c’è una specie di memoria collettiva, di sicuro. L’umanità si evolve seguendo un processo che è, in qualche modo, collettivo. Come quando, anche nel passato, si sviluppavano le stesse cose in posti diversi. Ora che c’è internet magari dici “mi ha stimolato l’immagine che ho visto in internet”, ma una volta non si poteva. Perciò ci sono degli stimoli innati, secondo me. C’è dell’altro oltre al nostro vissuto singolare.

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E questo vale anche per bene e male? Cioè il male esiste, e anche il bene dunque, al di fuori di noi a prescindere dai nostri schemi sociali? Perché magari spesso è più facile pensare che il male vero non esista al di fuori delle persone, che sia solo un costrutto…

Sì, certo che esistono al di fuori di noi.  Questa è la base, si parte da lì: quando esiste il mondo, c’è il bene e c’è il male.

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È parte della natura, il male. Fa anche bene, ogni tanto, il male.

Per esempio il padre della protagonista è malvagio? È cattivo?

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Il padre è stato segnato. Ma poi anche la cattiveria… che significa cattivo o non cattivo? Se uno sta guidando e gli arriva un messaggio, lo legge e investe una persona… Non l’ha fatto apposta, non aveva l’intenzione di investirla. Magari dice “cavolo, non stavo guardando: non volevo!”. Però l’ha fatto. E si deve prendere la responsabilità di averlo fatto.

E la stessa cosa è qui. Se lui violenta o picchia qualcuno, magari perché ha subito un trauma o magari perché non era in sé quando l’ha fatto, l’ha comunque fatto. Cattivo o no.

Perché questo è appunto un buon esempio di un male che non è dentro di lui, ma che viene da fuori.

Hai ragione: è un male che gli è stato inserito, gli è stato instillato. Ed è più facile instillare il male che il bene, perché quello ti segna. Il bene… stai bene. E te ne dimentichi.

Però resta il fatto che le sue azioni sono sue.

E ne è quindi responsabile?

Deve esserlo. La scusa “non l’ho fatto apposta” non esiste.

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Lasciando da parte Sottobosco e parlando invece della sua produzione… È un momento in cui sembra che non si abbia più bisogno delle case editrici per pubblicare: ci si fa una raccolta fondi su Kickstarter, oppure addirittura ci si paga la pubblicazione ed è fatta. Tuttavia, personalmente ritengo che le case editrici rivestano ancora un ruolo importante, direi fondamentale. Anche se magari è la strada più difficile per arrivare sugli scaffali…

Qual è la tua posizione in merito, anche visto che hai pubblicato Sottobosco con un editore e non da solo, per conto tuo?

Allora, io mi sono trovato benissimo con Tunué, e sono d’accordo con te che passare da un editore è un’esperienza importante che ti accresce come autore. Però questi crowdfunding sono anche degli esperimenti molto interessanti. Nel senso: moltissimi autori lo vogliono fare, e se sei un esordiente o uno strafamoso non fa molta differenza. La vera differenza è la qualità.

Inoltre ti permette di ottenere una retribuzione più alta: nel mercato italiano di fumetti non ne vendi migliaia e migliaia di copie, sono tirature abbastanza basse. C’è un investimento da parte della casa editrice per stampartelo, poi ci sono le royalties… perciò se uno si vuole mantenere col fumetto trovo che il crowdfunding sia un espediente utile, mentre per accrescersi e per vedere il mondo del fumetto no. Perché il crowdfunding lo puoi fare anche tu da solo col tuo computer…

Rimane però che arrivare a una casa editrice è difficile. Basta guardarsi attorno a Lucca: ci sono centinaia di ragazzi che propongono i loro fumetti o i loro portfolio e forse uno su settecento riesce a pubblicare qualcosa. Però se hai la fortuna di farlo è bello: hai accesso anche a tutto un altro tipo di promozione e di distribuzione del tuo lavoro.

A te com’è andata? Hai consegnato direttamente il prodotto finito?

No, ho presentato il primo capitolo di sessanta tavole. Massimiliano Clemente [direttore editoriale di Tunué] mi ha detto “guarda, ci piace, vai avanti”. Così sono andato avanti e gli ho presentato il lavoro finito, ma poi coi tempi… è passato quasi un anno da quando l’ho finito a quando è stato pubblicato. È stata una fortuna… è andato tutto liscio! Così è come dovrebbe funzionare normalmente, ma non sempre si riesce: è stato un caso raro e so di essere stato fortunato.

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Però oggi il bello è che non bisogna abbattersi, se non si riesce, perché si hanno anche altre possibilità. Come il crowdfunding.

Progetti futuri?

Tanti. Troppi! Ho appena finito un romanzo e ho un agente che mi rappresenta, perché il mercato dell’editoria tradizionale è ancora diverso rispetto a quello del fumetto… sto aspettando qualche responso. Poi sono a metà del secondo romanzo e sto facendo due nuove graphic novel. Una scritta e disegnata da me della quale ho messo l’anteprima sul mio blog e una scritta da Marco Nucci che si intitola La tana di Zodor della quale metteremo l’anteprima a breve. Sono entrambe sulle centocinquanta-duecento pagine a colori, e penso che vedranno la luce perché abbiamo già ricevuto degli interessamenti…

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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