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Suicide Club, ovvero il Furuya che non vogliamo

La citazione questo giro me la sono dimenticata, perdonatemi.

suicide club cover

Salve a tutti e ben tornati. Di recente ho avuto modo di leggere Suicide Club, manga di Usamaru Furuya, che avevo quasi dimenticato nello scaffale delle cose “da leggere a tempo debito”. Quando a giugno ne venne annunciata la pubblicazione, questo volume si piazzò al sesto posto della classifica delle anteprime: l’argomento era di certo molto interessante ma, al contempo, il mio rapporto d’amore-odio con l’autore non mi faceva star tranquillo. Furuya infatti spesso si trova per le mani delle idee interessanti, ma ben di rado riesce poi a portarle a termine come dovrebbe. Sette mesi e centosessantacinque pagine dopo sono finalmente pronto a dare un, per quanto perplesso, giudizio.

La parte meglio riuscita dell’albo è, senza ombra di dubbio, l’incipit. Le prime dieci pagine sono una mattonata e arrivano dritte al punto, senza mezzi termini o mezze parole. Si parla di suicidi di gruppo, come il titolo suggerisce, e giustamente l’opera si apre con cinquanta studentesse che si buttando sotto ad un treno. Rapido, diretto, preciso. Per una volta Furuya sembra aver azzeccato modi e tempi della narrazione e perfino il suo stile grafico, così spesso (fastidiosamente) graffiante e sgraziato, si fa in queste pagine più nitido.

suicide club 1

Delle decine di studentesse suicidatesi in quell’occasione una si salva, quasi miracolosamente. Poco alla volta Saya, questo il nome della sopravvissuta, viene presa a modello da altre studentesse che cominceranno a seguirla e a venerarla come loro messia. La ragazza eredita il nome di Mitsuko, precedente leader del club del suicidio, e quasi ne fosse posseduta dallo spirito lentamente perde la propria identità diventando a tutti gli effetti una sorta di demone venuto a liberare dal dolore e dall’ingiustizia le sue compagne di scuola così facilmente condizionabili. E la liberazione passa attraverso l’autolesionismo, l’idolatria della guida spirituale e, infine, la morte quasi questa fosse l’unica strada per fuggire alla sofferenza. Il tutto in un ciclo senza fine: alla sua morte ci sarà un’altra inspiegabile superstite pronta a prendere il ruolo di Mitsuko ancora una volta, e poi ancora, e ancora…

suicide club 6

A tal proposito vorrei focalizzare un attimo l’attenzione sulla dicotomia autolesionismo/idolatria che, pur non sfociando nel suicidio di gruppo in senso stretto, è ben presente anche in occidente nell’aberrante fenomeno dei siti/forum pro-anoressia.

La disperazione raccontata in quest’albo è una voragine oscura dalle proporzioni inimmaginabili e, bisogna ammetterlo, Furuya riesce a descrivere relativamente bene il disagio che divora le giovani protagoniste. Pur non mantenendo il livello qualitativo dell’incipit e pur non spingendosi mai oltre ad una regia sufficiente, il racconto si mantiene cupo e tragico e per una buona metà del volume la narrazione rimane convincente.

C’è tuttavia qualcosa, anche in questa prima metà, che da subito mi ha lasciato perplesso. Nonostante il livello sia come già detto mediamente buono (molto buono per le prime pagine) serpeggia la sensazione che manchi qualcosa. Non c’è quel senso di raffinatezza che pervade altre opere “analoghe” sulla disperazione, penso per esempio al Punpun di Inio Asano ma non solo, e i problemi della protagonista sono descritti in modo sì crudo e diretto, ma senza il retrogusto tragico-poetico (passatemi il termine) necessario a renderli universali e a suscitare un’empatia che si tramuti poi in riflessione. Persino nei riferimenti sessuali più espliciti Furuya non riesce ad essere incisivo quanto vorrebbe/dovrebbe. In questo senso il paragone con La ragazza in riva al mare, anche se scontato e probabilmente non del tutto pertinente, viene da sé. Con ovvie conseguenze.

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Insomma, c’è qualcosa che manca in questo Suicide Club. Qualcosa che gli impedisce di colpire davvero nel segno. E se all’inizio era solo una sensazione, proseguendo nella lettura diventa evidente che in qualche modo da qualche parte si è persa la strada. L’inserimento di elementi vagamente occulti e di finti quanto inutili colpi di scena non fa che sviare l’attenzione dall’argomento principale, che di per sé avrebbe tutta la forza necessaria a reggere la narrazione, e la chiusura circolare fastidiosamente imperfetta è l’emblema di tutto ciò che in Suicide Club non funziona.

suicide club 2

Le “rivelazioni” riguardanti il professore sono un perfetto esempio dei vari colpi di scena inutili che infestano quest’albo. L’introduzione della rete come vettore di diffusione del “virus Mitsuko”, che sarebbe potuto essere un elemento davvero importante della narrazione e della riflessione, è invece poco più che appena accennato.

Mi sarei onestamente aspettato di più. La durezza del tema trattato poteva sfociare in una trama meglio pensata e meno contaminata da espedienti trascurabili, una trama che veicolasse un messaggio in qualche modo più profondo del semplice racconto fine a sé stesso. Invece c’è una confusione d’intenti che porta quest’opera a mancare il bersaglio e a rimanere una mezza via tra il dramma puramente descrittivo, la riflessione e il romanzo pseudo-horror. Rimane un prodotto sufficiente, va detto, ma le premesse per fare di meglio c’erano davvero tutte.

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Problematiche enormi come questa credo meritino di essere trattate con più fermezza. È un argomento delicato, e non è facile parlarne con onestà imbastendo una storia che non suoni pretestuosa. E in questo Furuya riesce solo a metà, non so se per mancanza di determinazione o di capacità, o magari solo perché il suo scopo era solamente raccontare una storia. In ogni caso Suicide Club soffre di una caratterizzazione dei personaggi non eccellente e di alcune scelte narrative  e registiche discutibili che pur non rendendolo un prodotto del tutto insufficiente purtroppo non gli fanno fare quel passo in più per arrivare al traguardo assieme ai grandi. C’è troppo romanzo e troppa poca analisi, anche sugli argomenti centrali: la ritualità; l’aspetto personale di una sofferenza che diventa collettiva; la ricerca di amicizia e comprensione; il diffondersi dell’idea del suicidio come fosse un virus, anche attraverso la rete.

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Questa attenzione e questa sensibilità purtroppo sono mancate. D’altro canto non è che tutti possano essere Asano…

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “Suicide Club, ovvero il Furuya che non vogliamo

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