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The Cannibal Family, il gusto della carne umana

Ma… che mi venga un colpo… tu… Tu sei Alfredo Petronio… sono passati quasi sessant’anni ma i tuoi occhi di ghiaccio non sono cambiati… E anche tu non sei cambiato, tutto sommato…

Merito di una vita regolare e di una dieta sana…

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Salve a tutti e bentornati. Oggi vorrei spendere due parole su un titolo recuperato nell’ormai lontana edizione di quest’anno della fiera di Lucca. Lo so, sono passati mesi, ma purtroppo i miei ritmi di scrittura e soprattutto di lettura non sono quelli che vorrei e quindi sto cominciando a smaltire gli acquisti lucchesi solamente ora. Oggi parliamo di carne umana, cotta in ogni modo su The Cannibal Family.

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Devo ammettere di non essermi buttato a capofitto su questa serie indipendente firmata Stefano Fantella e Rossano Piccioni, edita da Edizioni Inkiostro. Fin dall’uscita del numero zero, ormai parecchio tempo fa, questo titolo non mi aveva convinto del tutto. Poi a Lucca mi son deciso, complice la presenza degli autori allo stand della casa editrice, e ora qualche mese dopo posso dirmi sorpreso: The Cannibal Family è nettamente migliore di quanto mi sarei mai aspettato.

Nei sei albi usciti finora, il settimo credo sia in distribuzione proprio in questi giorni, leggiamo le gesta della famiglia Petronio che è, per l’appunto una famiglia di cannibali. Questi si mangiano la gente, detta come va detta. E questo è esattamente il tono con cui gli spillati si presentano al pubblico. Le copertine sono una fiera di tavoli con persone macellate e neonati che si sbafano un cervello direttamente dal cranio aperto di un cadavere. The Cannibal Family è puramente questo, dunque? Una schiera di brutali omicidi che culminano in sontuosi banchetti? No. Anche, ma non solo.

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La narrazione procede su due binari paralleli che meritano considerazioni separate. Da un lato c’è il presente, in cui assistiamo alle gesta della famiglia Petronio in quello che, non fosse per il cannibalismo e i suoi derivati, sarebbe un normale thriller: il figlio pazzo (più o meno) della famiglia fugge di casa e inizia a disseminare (forse) cadaveri rosicchiati per la città. Polizia e malavita lo cercano, così come il capofamiglia Alfreddo che tenta disperatamente di riportarlo al sicuro nella sua gabbia (!). In questo piano temporale facciamo la conoscenza di molti personaggi interessanti, primi tra tutti Sara e il suo toy boy, man mano che un intreccio narrativo non sempre chiarissimo si dipana e si ingarbuglia di fronte ai nostri occhi.

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Purtroppo talvolta si ha la sensazione che la trama evolva in maniera un po’ macchinosa, con un paio di colpi di scena che sembrano messi lì soltanto per evitare un improvviso vicolo cieco narrativo. Comunque la lettura rimane più che godibile e si ha voglia, finito un albo, di cominciarne subito un altro per vedere gli sviluppi successivi. Ai disegni, puliti e particolareggiati, si alternano Dario Viotti e Paolo Antiga, ed entrambi fanno bene il proprio lavoro con uno stile diretto e attento ai dettagli, ed una regia magari non sempre sopraffina ma di certo funzionale.

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Sull’altro piano temporale veniamo catapultati nel passato dove ci vengono narrate le “avventure” di un giovane Alfredo Petronio. Le brutture della Seconda Guerra Mondiale e dei campi di concentramento, la nascita in lui della pulsione per il cannibalismo prima per fame e poi per vendetta, le indagini su sette segrete ed infine la Cagna Nazista.

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Personalmente ho trovato questa linea narrativa molto più graffiante, avventurosa ed ispirata della precedente, complici anche e soprattutto i disegni di Fantelli e Piccioni. Qui lo stile è deliberatamente sporco, le fisionomie contorte e mostruose, i personaggi pervasi da un perverso carisma. E la regia, decisamente più regolare, funziona egregiamente restituendo sempre la giusta sensazione al lettore.

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Messa così The Cannibal Family sembrerebbe la lettura dell’anno ma, per quanto rimanga un prodotto straordinariamente godibile, presenta anche qualche tasto dolente. Ed il primo, mi spiace dirlo, è proprio il suo essere godibile.

Sia chiaro, non è che volessi o che mi aspettassi le depravazioni del peggio Garth Ennis, quello di Crossed per capirci. Ma mi aspettavo di certo qualcosa di meno “politically correct”, per così dire. Capisco che il cannibalismo nel fumetto italiano, e probabilmente nel fumetto in generale, sia sempre stato un tabù e sia quindi un tema cui approcciarsi con un certo tatto. Ma qui di tratto ce n’è forse fin troppo.

Mi spiego meglio. I Petronio, quelli di oggi come l’Alfredo del passato, non è che mangino le persone indiscriminatamente. Scelgono con cura le proprie prede tra criminali e gente dai peccati inconfessabili e, ovviamente, tra i migliori antagonisti che la Storia abbia mai creato: i nazisti. I nazisti sono incredibili, sono i cattivi perfetti, gli puoi fare quello che vuoi ché nessuno si lamenta. Tanto erano degli sporchi nazisti. Questa scelta di cibarsi solo dei rifiuti della società rende i Petronio più che dei pazzi assetati di sangue delle specie di giustizieri, dei purificatori, e li fa apparire in qualche modo giustificabili agli occhi del lettore. Le loro abitudini alimentari non sono più un atto disgustoso e gratuito, magari da condannare con aria schifata, ma diventano il corollario di una crociata condivisibile e in un certo senso giusta. E questo “buonismo” sminuisce l’impatto creato già dalla copertina.

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L’altra critica che vorrei muovere alla serie di Piccioni e Fantelli è un appunto stilistico. Perché ha ragione Tito Faraci, nella prefazione al secondo albo, a dire che quanto c’è da aspettarsi da un prodotto indipendente è che questo riesca a stupire. Ma l’approccio alla questione cannibalismo, in The Cannibal Family, stupisce poco. Rendere i Petronio una famiglia di giustizieri, dipingendoli come “i buoni” della situazione, nonché rimandare continuamente a perversioni di natura sessuale non è un approccio “stupefacente” alla questione. Almeno non per me.

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Del primo punto abbiamo già parlato. Sul secondo c’è poco da dire, mi limito ad un paio di esempi. La villa di famiglia è popolata da una schiera infinita di servette in corpetto e calze a rete, orecchie da coniglietta di Playboy e palla di plastica in bocca. La primogenita Sara trasforma l’omicidio in una necessità carnale e si eccita bagnandosi con il sangue delle sue vittime.

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Il parallelismo tra deformità, mutilazioni e uccisioni e la sfera sessuale non è, da Cronenberg in poi, nulla di nuovo e a conti fatti non riesce mai a turbare quanto dovrebbe. Almeno fino all’avvento della Cagna Nazista, una sorta di schiava alla quale vengono amputati gli arti ed è costretta ad una vita praticamente animale. Per quanto non originalissima è la soluzione più incisiva di tutta la vicenda.

In ogni caso tutto ciò non è abbastanza per rovinare una lettura che rimane più che positiva, ma ne rappresenta il limite più evidente. Forse l’unico vero limite. Perché la narrazione funziona e tiene il lettore incollato alle pagine, dalla prima all’ultima, spingendolo a chiedersi come entrambe le linee temporali evolveranno. In conclusione, dunque, se non siete eccessivamente deboli di stomaco e se siete anche solo un po’ curiosi vi invito a dare una possibilità a The Cannibal Family. Non lasciatevi impressionare dalla copertina: sarà un’esperienza positiva. Non mi resta che augurarvi una buona lettura e, come mi disse Rossano Piccioni a Lucca, “benvenuti in famiglia”.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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