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Outcast, possessioni in salsa Kirkman

Siamo nati per essere credenti. Siamo fatti così. Prendete un bambino, uno qualsiasi. Passerà cinque minuti a spiegarvi cosa rappresentano tutti quegli scarabocchi illeggibili che ha disegnato. E poi vi crederà quando gli direte quanto è bravo a disegnare.

Voglia credere. Vogliamo avere fede… in qualunque cosa. È questo che siamo.

outcast cover

Salve a tutti e bentornati in questo venerdì pre-pasquale. In realtà questa recensione sarebbe dovuta uscire martedì, come al solito, ma poi… poi era stata posticipata a mercoledì primo aprile, giornata nazionale contro i risvoltini e san Ugo Vescovo patrono delle pescherie, ma poi di nuovo… Quindi vabé, eccoci qua oggi.

Oggi vorrei parlarvi di un fumetto che onestamente non credevo avrei comprato. E invece poi l’ho preso e l’ho letto, colpa/merito anche e soprattutto di un prezzo lancio da caffetteria di quelli che non passano inosservati. Mi riferisco ovviamente al primo numero di Outcast, ultima fatica di un Robert Kirkman ormai sempre più solido e confidente, stampato da Saldapress in formato bonellide e distribuito come il pane a 1 euro a copia (fino al 14 maggio, poi quasi 3 euro).

Partiamo da una premessa facile facile. 1 euro è poco per un albo di 66 pagine. Molto poco. Quasi nulla. Quindi a prescindere da quanto hype abbiate maturato per questa serie e, soprattutto, a prescindere da quanto amiate/odiate Robert Kirkman vi consiglierei di dargli una possibilità. A prescindere. Alla fine si tratta del costo di un caffè. O di una mezza birra economica.

Inversion

Detto questo, se ancora non siete convinti e avete bisogno di un giudizio più articolato, partiamo con la recensione vera e propria.

A me il primo numero di Outcast, onestamente, è piaciuto. Contro ogni previsione, aggiungerei, perché come detto in apertura ero talmente poco interessato che pensavo di non leggerlo. Poi ho fatto il ragionamento dell’euro descritto sopra e… bè, potete intuire com’è finita.

Outcast si presenta come una storia di possessioni demoniache e di esorcismi dall’estetica e dal gusto molto classici. Il tutto, in perfetto stile Kirkman, calato in un mondo in cui le relazioni tra i personaggi e soprattutto il loro passato sembrano il contorno ma in realtà sono il piatto principale. Se leggete The Walking Dead sapete di cosa parlo: pensavamo tutti fosse una zombie saga (ed in effetti lo è) ma il focus è completamente direzionato altrove e degli zombie, alla fine, non frega quasi nulla a nessuno.

outcast 1

Il protagonista, Kyle Barnes, è il fulcro attorno a cui ruota tutta la vicenda: per motivi che per ora possiamo solo immaginare gli inferi hanno deciso di divertirsi con lui (di certo avremo delle risposte più avanti) facendo piovere addosso ai suoi cari possessioni e maledizioni e, in sostanza, costringendolo a vivere come un reietto. Questo almeno fino a quando lui non decide di contrattaccare e di scoprire perché queste cose capitano proprio a lui. Oltre alle vicende presenti, quindi, c’è un fitto sottobosco di avvenimenti e tragedie passate che non solo gettano le basi per le avventure odierne (per così dire) ma che vanno a definire meglio psicologia e relazioni dei personaggi.

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In questo Kirkman si è dimostrato e continua a dimostrarsi molto bravo, molto più bravo di quanto non sia a gestire mirabolanti trame a lungo termine. Ed infatti in The Walking Dead i personaggi sono infinitamente più solidi delle avventure che sono costretti a vivere, ma questo è un altro discorso.

Ma paragonare ad oltranza Outcast alla citata saga zombesca potrebbe rivelarsi, alla lunga, un errore: già da ora l’impianto narrativo, nonostante le somiglianze nell’approccio attento e ragionato al character design, pare essere meno (ma comunque molto) character based e più story driven, molto meno “american-shonen” e molto più “limited series”. Non mi sembra, onestamente, che ci siano le basi per una pubblicazione endless in cui gli eventi evolvono “da soli” fino a che le vendite lo permettono. L’impressione che ho avuto da questa prima manciata di pagine, anzi, è che stavolta si possa sperare di vedere una trama pensata in anticipo con un inizio, uno svolgimento ed una fine; che il bandolo della matassa, anche se ancora non lo vediamo, sia là da qualche parte. E questo per me non può che essere positivo.

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Insomma, se avevate ancora dei dubbi, Outcast vale di certo l’euro che costa. Le possessioni demoniache sono un argomento spinoso, difficile da trattare senza scivolare nei cliché di un moralismo pseudo-religioso che narrativamente parlando ha fatto il suo corso o nelle nefandezze del peggio gore fatto di vomito verde e teste che esplodono. E Kirkman è un autore (forse uno dei pochi) sufficientemente consapevole da riuscire ad imbastire una storia molto classica ma comunque posata e (almeno per ora) di buon gusto, tenendosi a debita distanza sia dalla follia autoreferenziale ed elitaria di Alan Moore che dagli eccessi del più schizzato e sanguinolento Garth Ennis.

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Un ultima postilla, con questo vi saluto e vi riamando alla prossima settimana. Per adesso Outcast esce unicamente in questo formato: bianco e nero bonellide da 70 pagine, bimestrale. Tralascio i dubbi che nutro verso una periodicità così dilatata perché mi rendo conto della difficoltà di fare altrimenti. E non voglio nemmeno ribadire la solita questione di principio del colore. Vorrei tuttavia farvi notare che abbiamo fatto il salto della barricata. Non è più: l’edizione a colori costa ma se vuoi c’è quella economica. Ora siamo dall’altra parte. Ora è: l’edizione a colori arriverà, intanto leggiti questa. Che è ben diverso.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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