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Sul significato del termine graphic novel

Quello delle graphic novels è un fenomeno al quale, anche da dentro, si guarda con una certa ambiguità. Da un lato ha avuto il merito (se di merito si può parlare) di sfondare un gran numero di barriere tanto pratiche quanto concettuali e di portare il fumetto in libreria, troppo spesso percepita come unica patria della letteratura “buona”. Questo ha innegabilmente aperto le porte della nona arte ad un gran numero di (potenziali) nuovi lettori.

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Che il mondo del fumetto si sia aperto ad una fetta di pubblico nuova credo non sia una gran sorpresa. E non servirebbe certo scomodare Zerocalcare per ribadirlo, ma in apertura d’articolo fa un certo effetto.

Dall’altro, tuttavia, si percepisce una sorta di timore (a tratti reverenziale e a tratti no) nei confronti di questo “cugino fortunato” che sta lentamente minando l’egemonia di un fumetto inteso nel senso più classico del termine, seriale e tutto il resto, mettendo il luce le sue leggerezze e la sua presunta infantile pochezza artistico/narrativa.

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Il mondo fumetto si fa meno elitario, si espande in lidi quasi inesplorati rispondendo ad esigenze che non sono più soltanto quelle del vecchio appassionato duro e puro. E questo, forse, spaventa. Forse perché ci sembra che ci stiano rubando quell’unica cosa che ancora era solo nostra e che lo stiano facendo “nel modo facile”, con prodotti appositamente confezionati che non necessitano di anni di dedizioni a continuity astruse o di perigliose ricerche di arretrati per essere fruiti. O forse per qualche altro motivo, onestamente non saprei.

In ogni caso, come per tutte le cose che si ammirano o si temono od entrambe, la prima reazione è cercare di comprenderne le ragioni ed i significati. La prima reazione ragionevole, almeno. In questo senso c’è ancora un gran dibattito, lungi dall’esser concluso, che mira a definire con la maggior precisione possibile cosa sia effettivamente una graphic novel e cosa no. E, prima che la Crusca insorga, sì, lo so che dovrebbe essere al maschile ma l’abbiamo sempre chiamata al femminile e, personalmente, continuerò a farlo. Insorgete pure.

Dicevamo, il problema della definizione. Tale è stato l’argomento principale della prima parte di un convegno al quale ho avuto modo di partecipare nei giorni scorsi, intitolato Bande à part – Graphic novel, fumetto e letteratura, del quale vorrei proporvi un (forse troppo) parziale sunto e poi magari dirvi la mia.

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graphic novels 7Nell’interessante intervento di Matteo Stefanelli, il (tra le altre cose) direttore di Fumettologica affermava che ci sono sostanzialmente due modi di definire il termine graphic novel: uno artistico/estetico, che pone la sua attenzione sulla riconoscibilità estetica e su una (presunta) maggior profondità dei contenuti rispetto al fumetto classico (nel contesto del convegno si faceva spesso il paragone con la narrativa supereroistica); contrapposto ad un approccio più editoriale che guarda alla compiutezza dell’opera in sé e per sé e alla sua pubblicazione (imprescindibilmente) in un contenitore che alla fin fine dev’essere il libro.

graphic novels 11A questo approccio dualistico alla questione si contrappone la definizione di Hugo Frey e Jan Baetens, autori del recente The graphic novel – An introduction edito da Cambridge University Press, che in buona sostanza uniscono i due aspetti. Per loro una graphic novel deve essere sia autoriale, “seria” e dalla riconoscibile identità visiva che editorialmente pubblicata in volume unico, completo, autoconclusivo.

A mio avviso entrambi gli approcci descritti da Stefanelli, pur utili e molto condivisi, presentano ciascuno un problema di fondo che poi si riversa, inevitabilmente, nella visione “mista” di Frey e Baetens. Guardare alla graphic novel focalizzandosi sulla sua autorialità può anche funzionare, ma porre l’accento sull’elevazione di contenuti rispetto al fumetto classico trovo sia pericoloso e, spesso, forzato. Voglio dire: di graphic novel insignificanti se ne leggono anche troppe, e non è che siano necessariamente “più serie/elevate” de L’ultima caccia di Kraven giusto perché parlano di autobiografie e problemi esistenziali invece che di supereroi e botte.

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Al contempo l’approccio che riconosce come graphic novel qualcosa di unitario e stampato in volume è fallace, a mio avviso, per almeno un motivo. E cioè che una graphic novel nasce graphic novel, non lo diventa in seguito a seconda delle sue vicende editoriali. Esempi lampanti sono Una Ballata del Mare Salato di Hugo Pratt (peraltro antecedente al Contratto con Dio, spesso riconosciuto come la prima graphic novel propriamente detta) e Maus di Art Spiegelman, entrambi pubblicati originariamente a puntate. Ed entrambi, innegabilmente, graphic novel.

Escondida

Il dubbio che mi sorge, a questo punto della discussione, è dunque il seguente. Ma, soprattutto viste le difficoltà tecniche che sorgono nel cercare di tracciare un confine ben preciso che immancabilmente si può infrangere con un paio di esempi ben piazzati, ha davvero senso chiedersi cosa sia una graphic novel?

Dal punto di vista pratico forse sì, perché avere delle etichette da assegnare agli oggetti per categorizzarli con facilità è utile. È utile quando si parla con gli amici, quando si consiglia una lettura, quando si scrive una recensione. È in definitiva utile per capire immediatamente, pure a grandi linee, di cosa si sta parlando. Ma per questo scopo la vaga definizione di graphic novel che ognuno di noi ha in testa basta e avanza. Con graphic novel ci si riferisce a quel certo tipo di fumetto, fatto un quel certo modo, con quella certa estetica e magari quella certa edizione. Lo sappiamo. Forse a livello inconscio, ma lo sappiamo. Riusciamo immediatamente a riconoscere quali cose sono novels (cioè romanzi) e quali no. Così come riusciamo immediatamente a capire quali cose sono journalism e quali no. E questo a prescindere dalla presenza dell’aggettivo “graphic”.

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Il secondo dubbio che mi sorge, di conseguenza, è: ma perché continuiamo ad interrogarci su nulla più che una definizione? Ovviamente è un’iperbole, si parla anche di molto altro, e pure nel contesto di Bande à part c’è stato più di qualche intervento davvero interessante e, soprattutto, sostanziale che però esula dal nostro discorso. Tuttavia non si riesce mai a scrollarsi di dosso del tutto il problema definitorio. Perché?

E in questo caso temo che la risposta sia che, alla fine, non si sta che cercando di giustificare l’esistenza di una cosa che non dovrebbe esistere. E badate bene che non mi riferisco alle graphic novels intese come prodotti o come “corrente artistica”, ma al termine stesso “graphic novel”. Perché non riesco a togliermi dalla testa l’idea che il cosiddetto avvento delle graphic novels non sia una evoluzione sostanziale quanto più la nascita di un (peraltro efficacissimo) label commerciale.

Il fumetto è da sempre alla ricerca di una legittimazione che tarda ad arrivare da parte di un pubblico assurdamente restio ad ammetterne la validità come medium comunicativo. Parentesi. In questo senso la contrapposizione riconosciuta da Stefanelli nella seconda parte del suo intervento tra le forme di narrazione shortform delle fiction post-seriali e l’affermazione nella letteratura a fumetti del modello longform delle graphic novels non è, a mio avviso, da imputarsi ad una differenza intrinseca tra i due medium quanto piuttosto ad un “ritardo evolutivo”. Un ritardo evolutivo dovuto alla rincorsa di un modello narrativo (percepito come legittimo) che quando viene raggiunto è già superato. In altre parole, il fumetto ha visto cosa funzionava nel cinema e cercato di fare uguale, ma quando c’è arrivato era già tardi. Chiusa parentesi.

graphic novels 9Che tutta la “questione graphic novels” sia semplicemente il recondito desiderio di legittimare una parola vuota, creata solo per ragioni di marketing? D’altro canto lo stesso Eisner ammetteva d’aver usato quel termine perché non avrebbe potuto proporre un “comic” ad un editore generalista. Così ha pensato bene di vendere la sua opera come “graphic novel”, che fa un altro effetto.

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Che il fumetto negli ultimi cinquant’anni sia cresciuto, iniziando a proporre altro rispetto al classico supereroe e all’ancora più classica storia d’avventura, è fuori discussione. Che le forme della narrazione per immagini stiano evolvendosi è altrettanto fuori discussione. Tuttavia l’accanimento lessicale, così assiduo da diventare sostanziale, verso un termine di così difficile definizione forse nasconde qualcosa d’altro.

Forse potremmo ammettere che abbiamo abilmente coniato un neologismo luccicante che ci permettesse di arrivare dove altrimenti, per via di pregiudizi ben radicati e una certa rigidità mentale, non saremmo potuti arrivare. Perché alla fine le graphic novels, quel certo tipo di fumetti fatti in quel certo modo, non sono che fumetti. E sarebbe ora di dirlo al lettore occasionale, di fargli notare che finora quelli che ha letto non erano che fumetti. Normalissimi. Anche se per convincerlo a farlo, a superare la propria (spesso malriposta) ritrosia, abbiamo dovuto fregarlo con una parola altisonante.

E forse potremmo ammetterlo pure a noi stessi. Potremmo decidere di superare una discussione definitoria che pare protrarsi all’infinito e si fa via via più sterile e cominciare a parlare di quello che davvero sta cambiando nel mondo del fumetto per via di quelle opere di un certo tipo fatte in quel certo modo. Magari senza dover cominciare ogni volta il discorso con “per me una graphic novel è…”. Tanto sappiamo quali sono, anche se non sappiamo bene come chiamarle perché la definizione fa acqua da tutte le parti.

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