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E gli Eisner Awards di quest’anno vanno a…

Salve a tutti e ben tornati. È stato un periodo decisamente non facile, e le cose da leggere e di cui poi parlare mi si stanno accumulando sul comodino a velocità preoccupante. Ma prima di azzannare la pila di fumetti interessanti usciti negli ultimi tempi e di buttarsi a capofitto nella relativa serie di recensioni è opportuno, come ogni anno, prendersi un secondo per dare un occhio agli Eisner Awards, consegnati la scorsa settimana al Comicon di San Diego.

Ecco, la mia pila di arretrati da leggere assomiglia a questa. Ma con più roba.

Devo dire che l’edizione di quest’anno del prestigioso premio non mi ha particolarmente esaltato, né sul piano dei nominati né su quello dei vincitori. Boh, sarà stata l’assenza di quel grosso titolone per cui tifare a testa bassa, o l’assenza di quel fumetto sconosciuto ma super bello da difendere a spada tratta contro il mondo, o sarà stato chissacosa. Rimane che non mi aspettavo granché, e infatti anche scoperti i vincitori non mi sono galvanizzato come altre volte mi è capitato (trovate la lista completa dei nominati e tutto il resto qui).

Il primo commento, probabilmente scontato, riguarda ancora una volta il dominio di Saga. La creatura di Brian K. Vaughan e Fiona Staples si porta a casa per la terza volta di fila il riconoscimento come miglior serie e pure, per la seconda volta, quello di miglior disegnatore. Ho già detto più volte e lo ribadisco ora quanto Saga mi sia piaciuto e mi stia ancora piacendo, nonostante gli alti e bassi dovuti in gran parte (almeno per me) ad una pubblicazione italiana intenzionalmente singhiozzante.

saga COLLAGE

Sempre di più Saga, che piaccia o meno, si sta affermando come l’araldo di un modo alternativo di fare fumetti in un mercato che tende tragicamente ad essere monotematico, diventando un po’ il prodotto bandiera di una delle case editrici più promettenti ed artisticamente vivaci del panorama statunitense.

saga vol 5 1

Tra l’altro quest’ultima affermazione si tira dietro un’altra riflessione. Da un lato abbiamo la frizzantezza di una Image che pare inarrestabile, piena di idee nuove e della volontà di vederle realizzate. Dall’altro abbiamo i due colossi del comicdom americano: Marvel e DC. Ora. Entrambe hanno nel loro parco titoli delle serie interessanti, due su tutte Ms. Marvel e Batman di Snyder e Capullo, ma la lista dei premiati parla chiaro. Se escludiamo il titolo di miglior copertinista a Darwyn Cooke e di miglior painter/multimedia artist a J. H. Williams III (premi che sono comunque un riconoscimento personale più che un’approvazione su larga scala delle linee editoriali) nessuna delle due major si porta a casa più di qualche nomination.

overture - collage 1

Certo che i dipinti di J. H. Williams III sono da togliere il fiato…

L’unica informazione che posso estrarre da questo dato di fatto è che, forse, fare il reboot del reboot di personaggi vecchi di sessant’anni facendo loro cambiare etnia o sesso, o lanciarsi a testa bassa con un parco testate volumetricamente stellare ma contenutisticamente meno che scarso… ecco forse fare così non paga. Per lo meno non paga più. E infatti tra i premiati vediamo un sacco di Image, di IDW, di Fantagraphics, di Dark Horse; praticamente niente DC e niente (ma proprio niente) Marvel.

eisner 2015 2

Altro punto. Multiversity.

multiversity 3

Multiversity. La complicatezza è tale che pure la mappa esplicativa è… densa.

Nominato come miglior numero singolo (Pax Americana), miglior miniserie, miglior scrittore e miglior disegnatore (Frank Quitely)… se ne torna a casa a mani vuote. Non è né il momento né il luogo per una recensione dell’ultima fatica di Grant Morrison (che se la vedrete in questo spazio sarà ben dopo la sua conclusione, quando avrò avuto il tempo di pensarci per bene), ma credo sia comunque opportuno sprecare un paio di parole a riguardo.

multiversity 1

Da quando fu annunciato come il progetto titanico definitivo della morte suprema che avrebbe preso e catapultato il concetto di multiverso nel presente, l’hype per questa miniserie non è mai diminuito. Gente che si strappava i capelli, che mandava a Morrison reggiseni per posta non potendoglieli tirare sul palco. Eppure alla sua uscita (e badate bene che questa è nulla più che la mia personalissima opinione basata su una lettura ancora incompleta) quello che mi sono trovato per le mani non arrivava nemmeno lontanamente alle aspettative che mi erano state costruite.

Frank Quitely, signori.

Frank Quitely, signori.

Multiversity non è un’opera concettualmente facile, il che è parte del suo fascino e alla fin fine è la sua anima,  ma si presenta in un modo drammaticamente frammentario, senza nessun tipo di unità stilistica né estetica che ne aiuti la coerenza e che amalgami il tutto. Di certo la disomogeneità è stata una scelta ragionata e consapevole, ma a mio avviso ha in parte contribuito a sminuire il valore della baracca. Quello che voglio dire è che avremmo potuto ritrovarci con una delle graphic novel più importanti di sempre, densa e granitica (come lo può essere a posteriori Terra X), e invece abbiamo una collezione di albetti miserevoli, altalenanti nella qualità estetica e narrativa, autoreferenziali all’inverosimile. Albetti che, in definitiva, lasciano il tempo che trovano.

Ripeto che è la mia personale, e provvisoria, opinione. Se avete amato Multiversity fatemelo pure sapere, ma non portate torce e forconi.

bloodborne 2

Che altro dire? Guardando la premiazione in ottica italiana non posso che complimentarmi (ancora una volta) con Bao Publishing che conferma ancora una volta d’esser al passo coi tempi. D’esser sul pezzo. La casa editrice milanese si vede premiati non solo Saga (che vabbè, ormai è una certezza), ma pure Lumberjanes e E la chiamano estate dimostrando che quando c’è da puntare sul cavallo giusto Bao sa quello che fa.

eisner 2015 3

Dall’altro lato (salvo sviste delle quali mi scuso in anticipo, sono molto stanco…) Panini vede il suo Hip Hop Family Tree, pubblicato nella collana 9L, come best reality-based novel; RW vince come già detto per le copertine di Darwyn Cooke (che in Italia devono ancora uscire e chissà se arriveranno) e per i disegni di Overture. Tutto sommato niente di che sul fronte italiano, ma le cose buone non sono mancate.

hip hop family tree

Direi che ho detto tutto quello che avevo da dire. Non ho nemmeno gongolato per l’ennesima volta in cui Hawkeye non arriva a premio perché ormai non c’è manco più gusto. E poi se continua a questo ritmo l’ultimo numero uscirà fra un paio di centinaia di anni (dovrebbe in realtà essere distribuito a partire da oggi 15 luglio ma non si può mai sapere) e verrà dichiarato miglior fumetto da una giuria di superstiti mutati dalla guerra nucleare.

fallout

Dunque non mi resta che salutarvi, augurarvi una buona giornata e una buona settimana, e darvi appuntamento (probabilmente a inizio settimana prossima) per una nuova recensione.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “E gli Eisner Awards di quest’anno vanno a…

  1. Concordo sulla tua analisi, almeno per quel che riguarda la linea new52. Lo dimostra il fatto che vendono molto bene le edizioni library e limited delle testate poichè c’è meno voglia di spendere 5 euro per leggere 1/3 di fumetto interessante e 2/3 di materiale di scarso interesse. Troppe 52 testate seppur qualcosa di qualità e ben fatto c’è. Per quanto riguarda Captain America capisco il marketing come avevano fatto quasi quindici anni fa gli xmen introducendo gay e orientali, capisco il presidente di colore e il captain america di colore però boh io resto alla ricerca dei vecchi numeri anche se vintage come temi e stile. Se devo leggere qualcosa di nuovo voglio che racconti qualcosa di nuovo, non la solita storia messa insieme alla come viene con magari una virgola cambiata.

    • Non posso che essere d’accordo.
      L’impressione che sto avendo è che, nonostante i grandi numeri e il colossale giro d’affari (e d’incassi) generato da prodotti collaterali quali film e videogiochi, le major del fumetto supereroistico siano un po’ a corto di carburante. E hanno quindi bisogno di consolidare una posizione ormai non più così solida.
      E per farlo devono accaparrarsi il favore di nuovi lettori senza però scontentare i fan di vecchia data. Che già di per sé è un’idea parecchio difficile da realizzare, ma che diventa praticamente impossibile avendo a che fare con personaggi con un passato pluridecennale.
      Il risultato è che non fanno che mostrare i muscoli, sfoggiando un numero di titoli allucinante ma in generale poco interessante e modificando qua e là qualche dettaglio senza (a mio avviso) nessuna idea a lungo termine. Insomma, una specie di trial and error su larga scala (e infatti la stragrande maggioranza di queste serie ha una vita breve drammaticamente corta).
      Cercano di stare al passo, ma il problema di fondo rimane che se fai un Capitan America di colore o un Thor donna, ci sono solamente due possibili esiti. O non cambia nulla, e allora non aveva senso farlo, o cambia tutto, e allora era meglio fare un personaggio nuovo di zecca.
      Oppure, terzo esito, ne esce una storiellina di poco conto che leggeremo per qualche mese in attesa che tutto torni come prima.

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