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Dragon Head, la fine di un viaggio che non c’è stato

L’immaginazione distruttiva che si cela nella mente umana… i mostri immaginari… gli spettri interiori… il mondo di paura creato nel subconscio. L’intensificazione della coscienza di questi elementi e proprio la paura estrema!

La mente umana possiede una forza terrificante, ed è più spaventosa di tutto ciò che di pauroso ci offre questo mondo… la mente umana è essa stessa una cosa terrificante.

dragon head - la fine 1

Salve a tutti e bentornati. È estate e, nonostante gli impegni universitari non si siano del tutto levati dai piedi (per quello dovrò aspettare ancora qualche settimana) sto approfittando del caldo imperante e della maggiore quantità di tempo libero per rimettermi in pari con letture che avevo lasciato in sospeso. A guardare le pile di fumetti arretrati che ho sparse per casa ci sarebbe da prender paura: si va da Prophet a Yuki e Tsubasa, da Sprite a Ooku a Shamo, passando per un’infinità di spillati di supereroi e graphic novel varie che non sto nemmeno ad elencare.

E tra tutti questi titoli ne spicca uno in particolare: Dragon Head. Era veramente ora che mi decidessi a finirlo, leggendo quei fatidici ultimi tre volumi che continuavo a rimandare. L’ho fatto, e direi che è giunto il momento di dire due paroline a riguardo.

A settembre dello scorso anno recensii il primo volume di questa serie post apocalittica scritta da Minetaro Mochizuki. L’articolo completo lo trovate qui, ma eccone un breve sunto: carina l’idea di fondo, un fumetto sostanzialmente ben scritto, ma riuscirà una serializzazione così lunga a reggersi su un incipit così esile?

dragon head

Ecco, la risposta è no. Dieci numeri dopo, tra i quali mi sono mosso con una fatica che non si dovrebbe fare, mi è chiaro come il sole che non ne è valsa la pena. Ma ripartiamo dal principio.

Una catastrofe ignota fa deragliare un treno pieno di studenti e li blocca dentro ad un tunnel. Un calore innaturale e soprattutto un’oscurità apparentemente infinita cominciano a far breccia nel cuore e nella mente dei tre superstiti che, poco alla volta, si chiedono cosa sia successo e come sia opportuno agire. Il loro treno è semplicemente deragliato o c’è qualcosa di più? Le loro famiglie staranno bene? I soccorsi arriveranno mai?

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Il centro narrativo dei primi capitoli è proprio l’oscurità e la paura dell’ignoto che si porta dietro. Non senza qualche volo pindarico narrativamente precario la storia prendeva, in quelle prime pagine, una piega decisamente promettente andando a definire le psicologie dei protagonisti e tratteggiando un mondo di tenebra, sia fisica che metaforica, di indubbio fascino.

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Il problema è che, di lì a poco, Teru e Ako (i due protagonisti) riescono a uscire dal tunnel. E lì focus e struttura narrativa cambiano. Il nemico non è più l’oscurità ma una paura in senso più generale, da combattere solamente con la propria forza di volontà. Morte e devastazione sono ovunque ed ora sono queste le cose che mettono alla prova i nervi dei protagonisti in viaggio verso casa.

dragon head - la fine 3

Per quanto mi piacesse molto l’attenzione sull’oscurità, nemico simbolico e metafora dei recessi più ignoti dell’animo umano, concettualmente fin qui tutto funziona ancora. Abbiamo soltanto spostato l’attenzione su un’ambientazione post apocalittica più classica. Poco male, anche se la perdita d’originalità si fa sentire.

Il problema da qui, tuttavia, in poi è la struttura narrativa. Il viaggio dei due giovani verso casa non riesce mai ad assumere i connotati del viaggio di formazione. La loro psicologia è cristallizzata ai momenti immediatamente successivi all’incidente del treno e da lì non si smuoverà di un passo fino alla inevitabile fine.

Ecco un perfetto esempio di personaggio inutile e cristallizzato, che gli potrebbe accadere qualunque cosa che tanto non cambia nulla.

Ecco un perfetto esempio di personaggio inutile e cristallizzato, che gli potrebbe accadere qualunque cosa che tanto non cambia nulla.

Nel corso del lungo viaggio verso Tokyo i ragazzi incontreranno sporadici gruppi di persone (molto sporadici. Diamine, sembra quasi che la popolazione del Giappone si sia ridotta a un centinaio di individui) e vivranno varie disavventure. Ma provate a prendere uno qualunque di questi eventi e a rimuoverlo dall’equazione e… non cambia nulla. Più che un racconto di viaggio, che ribadisco in questo contesto sarebbe dovuto essere un viaggio di formazione, Dragon Head è un’inutile collezione di aneddoti vagamente legati da uno stesso filo conduttore (il rapporto con la paura e la morte) ma sostanzialmente trascurabili.

A un certo punto spunta perfino una faccenda tipo nucleare. Come poteva mancare? Ovviamente non serve a nulla ed è solo buttata lì a caso.

A un certo punto spunta perfino una faccenda tipo nucleare. Come poteva mancare? Ovviamente non serve a nulla ed è solo buttata lì a caso.

Perfino negli ultimi capitoli, quando fa capolino una parvenza di riflessione sociale e quando finalmente capiamo il senso del titolo Dragon Head, nessuna pagina ha il peso che dovrebbe avere e tutto si riduce ad un gran niente di fatto. Anche il ruolo dei tizi con la testa cucita, simbolo della serie, è parecchio marginale e non aggiunge praticamente nulla ad una vicenda che avrebbe davvero avuto bisogno di qualcosa in più.

dragon head - la fine 4

I tizi dalla testa cucita. Per quanto concettualmente affascinanti, alla fine, a cosa sono serviti? A stimolare una qualche riflessione sul significato e l’importanza della paura? Magari gestendo meglio le cose anche sì, ma così…

La mia impressione è che nel momento in cui tutta la storia sarebbe dovuta decollare, con l’uscita dal tunnel buio verso un mondo diversamente oscuro, ci sia stata una stagnazione di proporzioni drammatiche con personaggi statici ed eventi completamente insignificanti. Le poche riflessioni degne di nota sono lasciate in secondo piano e relegate ad una manciata di pagine, e giunti alla fine si ha la sensazione di aver letto qualcosa che se non lo si leggeva era lo stesso.

dragon head - la fine 7

Il primo termine paragone per ribadire il concetto, forse il più scontato, che mi viene in mente è il 51 modi per salvarla di Usamaru Furuya. Anche lì i protagonisti dovevano convivere con un cataclisma. E anche lì spesso e volentieri si ricadeva nei cliché della narrazione post apocalittica, con un’umanità allo sbando dimentica di morale e valori. Ma lì quantomeno, per quanto non sia un grande fan di Furuya (come ho detto ormai troppe volte), la storia seguiva una direzione precisa ed ogni evento aveva un preciso impatto sulla psiche dei personaggi coinvolti: ad ogni passo i protagonisti venivano toccati, scossi, a volte traumatizzati dalle varie disgrazie che capitavano loro; e la volontà di reagire non era banalmente un espediente narrativo per far proseguire la storia ma un simbolo di crescita personale.

Ecco. Nonostante tutto, questo era un manga sui disastri naturali e su come reagirvi ben riuscito.

Ecco. Nonostante tutto, questo era un manga sui disastri naturali e su come reagirvi ben riuscito.

In conclusione, quindi, Dragon Head va letto? Mah, magari anche sì, ma è una lettura che purtroppo non aggiunge nulla, che dice poco o niente di rilevante e quel poco o nulla lo dice davvero male. Peccato perché era una serie cominciata davvero bene che avrebbe potuto, con un paio di accortezze e un po’ di senso narrativo, dare molto. Se vi interessa un altro punto di vista un po’ differente (ma alla fine neanche troppo) da questo vi lascio alla bella videorecensione dell’AmicoRayleigh (e già che ci siete iscrivetevi al suo canale che merita davvero). Magari fatemi poi sapere cosa ne pensate.

Detto questo vi saluto, grazie per aver letto fin qui, alla prossima.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “Dragon Head, la fine di un viaggio che non c’è stato

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