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13 anni dopo… 28 giorni dopo

Grazie a una fonte autorevole, so che una forza Nato guidata dagli Stati Uniti inizierà a rimpatriare Londra. Se voglio risposte, è lì che le troverò. Quindi… voglio superare la zona di quarantena e andare al cuore del territorio contaminato prima di loro. Andrò a Londra. Ma per farlo mi servirà una guida.

Fanculo! Vuoi andare a Londra? Non ti serve una guida, ti serve un prete!

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Salve a tutti e bentornati per la tanto attesa (speriamo) infornata di recensioni dopo la mezza pausa della scorsa settimana. Come vi dicevo negli ultimi giorni ho avuto modo di collezionare parecchie letture interessanti di cui parlarvi e, lasciando per ora da parte Il Bruco (ma prometto che ci torneremo a breve), partirei da 28 giorni dopo.

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Questa recensione arriva un po’ in ritardo, con il secondo albo già sugli scaffali delle edicole, in particolar modo visto che il formato bonellide con il quale Editoriale Cosmo ha deciso di proporre questo spin off dell’omonimo film del 2002 è perfetto per l’ozio in spiaggia. Ma poco male: anche se le vacanze sono finite vale comunque la pena spendere due parole su questa zombesca miniserie (credo che qui verrà pubblicata in sei albi da 96 pagine l’uno) scritta da Michael Alan Nelson e illustrata da Declan Shavley.

Premetto che, per scrivere questo articolo, non sono andato a rivedermi il film di Danny Boyle ma tutto sommato credo di ricordarmelo abbastanza bene. Un giovane in coma si sveglia in ospedale e il mondo attorno a lui è andato a rotoli, con zombi assetati di sangue che si aggirano di notte per le strade.

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Questo incipit vi ricorda qualcosa? Già: è pari pari l’inizio di The Walking Dead, solo che 28 giorni dopo anticipa di quasi un anno il fumetto di Robert Kirkman.

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Ma lo spunto narrativo non è l’unica cosa in cui 28 giorni dopo precorre l’ormai ben più famoso The Walking Dead, dando peraltro la prima versione “moderna” della tematica zombie. A parte i non morti che corrono, che se li vedesse Romero gli piglierebbe un colpo, all’epoca trovai parecchio interessante come (soprattutto nella seconda metà del lungometraggio) l’attenzione si spostasse dai morti viventi ad una minaccia ben più consistente: i sopravvissuti e il loro modo di affrontare e reagire al crollo della società. Punto che sarebbe poi diventato il nucleo centrale della narrazione di Kirkman differenziando di fatto il suo prodotto da praticamente tutto il resto. Eccetto 28 giorni dopo.

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Trovo che sia interessante sottolineare quanto e come il film di Danny Boyle anticipasse The Walking Dead perché a leggere questo spin off cartaceo, arrivato in Italia solo ora ma pubblicato originariamente nel 2009 (6 anni dopo l’avvento di Kirkman), si prova una sensazione di “già visto” analoga ma ribaltata. Impossibile non paragonare scene e impianto generale delle due opere e poi Selene, la protagonista, è in buona sostanza un clone di Michonne col machete invece che la katana (e no, non solo per i colore della pelle).

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Quel senso di sorpresa nel veder trattato il topos dell’apocalisse zombie in quel film del 2002 ha lasciato il posto ad una lettura che non stupisce più e, in definitiva, manca di freschezza: a molte cose, dopo anni di Kirkman, abbiamo fatto il callo.

È un peccato, perché onestamente mi porto dietro un buonissimo ricordo del 28 giorni dopo film, e mi dispiace vederlo così sottotono. Ma capiamoci bene. Se si riesce a superare questa sensazione che, di primo acchito, farebbe rimettere il primo albo al suo posto e tornare al comodo The Walking Dead cui siamo abituati, quello che resta è una lettura comunque molto piacevole.

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In un campo profughi in Norvegia un giornalista d’assalto chiede a Selena, sopravvissuta alla Londra assediata dagli zombie, di accompagnarlo nella capitale inglese per un reportage “dal fronte”. La scusa è filmare la situazione prima dell’imminente ripopolazione della città (ripopolazione che avremmo visto, qualche anno dopo il 2002, in un seguito talmente inaccettabile che fa male anche solo pronunciarne il titolo [quindi non lo farò]).

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Facciamo così la conoscenza dello sparuto gruppo di personaggi che accompagneranno Selena in questo viaggio. Nessuna caratterizzazione particolarmente profonda né particolarmente superficiale e, a parte un paio di morti davvero idiote del tipo “quante volte te lo devo dire di non si scendere nelle cantine buie se in giro ci stanno gli zombie?”, la storia scorre liscia e coerente al proprio universo narrativo. Fin dall’inizio il focus è puntato sulle relazioni tra i vari personaggi, sul loro passato e sul modo di ognuno di affrontare le situazioni estreme in cui si sono trovati.

Il cliché della cantina non manca mai, e fa sempre un po' sorridere...

Il cliché della cantina non manca mai, e fa sempre un po’ sorridere…

Abbiamo a che fare, insomma, con un The Walking Dead molto più frenetico (dato che qui tra il morso e la trasformazione passa appena una manciata di secondi) e molto più affollato: qui infatti la pandemia non è ancora completamente “pan”, ed esistono ancora governi e organizzazioni militari pronti a fermare con ogni mezzo i giornalisti furbetti a caccia del Pulitzer facile.

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Il primo albo di 28 giorni dopo, intitolato London calling, si lascia leggere con scorrevolezza, senza troppi giri di parole a narrare un’avventura piena d’azione e di situazioni di crisi ma non priva di momenti più calmi di intima riflessione personale. È tutto sommato un buon prodotto di genere, che non riesce a raggiungere il livello del più consolidato The Walking Dead, ma che sta comunque ben sopra la sufficienza.

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Peccato solo per la decisione di proporre questa serie (com’è d’uso fin troppo comunemente di questi tempi) in bianco e nero: i disegni non sono nulla di trascendentale, pur rimanendo dinamici ed espressivi, ma vedere le tavole così decolorate, soprattutto paragonate alle originali, fa sempre brutto.

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Se siete appassionati di zombie e l’attesa tra un volume e l’altro di The Walking Dead si fa insostenibile, l’acquisto e la lettura di questo 28 giorni dopo sono più che consigliati, soprattutto visto il prezzo di copertina esiguo (tre euro e venti per 96 pagine non è male, e consegna ogni mese una buona mole di materiale da leggere). In tutti gli altri casi lettura consigliata con riserva: se proprio dovete scegliere e dovete ancora iniziarlo, buttatevi prima su Kirkman che non sbagliate.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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