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Black Science, un rocambolesco viaggio nell’Ogniverso

Eccolo, lo strumento che utilizzeremo per acquisire… bè, tutto. Tutto quello che si può concepire che esista su qualche strato della cipolla.

Cipolla?

L’elemento costituivo dell’infiniologia. La teoria secondo cui tutto quello che puoi immaginare esiste in qualche strato dell’Ogniverso. Chiamiamo questo costrutto “la cipolla”. Strati su strati di dimensioni parallele. Il pilastro è uno strumento che attraversa questi strati, permettendoci di viaggiare tra i mondi.

Se è così, strati su strati… qual è il centro?

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Salve a tutti e bentornati. Ritorniamo a recensire fumetti dopo la sugosissima classifica delle anteprime stilata qualche giorno fa. E lo facciamo ritornando ad azzannare la pila spropositata di acquisti Bao generata dal super sconto (appena terminato) che la casa editrice aveva deciso di concedere per il mese di settembre. Nello specifico oggi parliamo di Black Science, penultima serie Image della scorsa infornata composta da Sex Criminals, Pretty Deadly e Rocket Girl (sul quale torneremo credo la prossima settimana).

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Quindi partiamo. Black Science. Autori Rick Remender ai testi e Matteo Scalera alle matite. E soprattutto quell’aurora di brillante meraviglia che, come continuo a ripetere (ma se lo faccio è perché è vero), ormai circonda ogni titolo Image.

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Una premessa su quello che, da Black Science, mi aspettavo. Mi aspettavo viaggi dimensionali e l’esplosione di fantasia che questi possono generare lasciando completamente libera l’immaginazione degli autori, a creare mondi fantastici e mai visti. Mi aspettavo pure un racconto in qualche modo profondo, riflessivo, incentrato magari sulle implicazioni morali che l’esistenza di realtà multiple si porta dietro. Di viaggi dimensionali e di mondi alieni bizzarri ce ne sono in abbondanza, di introspezione un po’ meno.

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Il primo volume inizia in mezzo all’azione, in medias res ci avrebbero detto alle superiori. Grant McKay è uno scienziato anarchico, restio ad accettare i limiti imposti dal potere costituito e dall’autorità accademica. Decide così di mettersi a fare ricerca applicata per conto suo, con un suo team di scienziati altrettanto (no, forse un po’ meno) anarchici, e con loro riesce infine a creare il “pilastro”: un congegno che permette di viaggiare nelle varie realizzazioni dell’Ogniverso come saltando da uno strato di una gigantesca cipolla multidimensionale ad un altro.

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Perché, in Black Science, il mondo funziona esattamente così. Ogni bivio, ogni scelta, ogni avvenimento casuale crea un suo universo leggermente differente da ogni altro. Stamattina non ho fatto colazione, ma esiste certamente (almeno) un piano dimensionale dove invece la colazione l’ho fatta, così come ne esistono svariati altri in cui manco esisto.

È chiara fin da subito la risorsa (ed il potenziale pericolo) che una macchina in grado di viaggiare tra queste diverse realizzazioni di mondo può rappresentare per il genere umano. Ma che succede se, al lancio inaugurale, qualcosa va storto e il pilastro non ti porta dove vuoi ma comincia a sballottarti a caso in ogni angolo dell’Ogniverso?

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Succede Black Science. Con Grant McKay in cerca di riparare la sua macchina difettosa mentre prova anche a non farsi ammazzare da alieni bellicosi e pianeti ostili. Il volume inizia esattamente così, e tiene questo tono per buona parte della sua lunghezza, quando con un mezzo colpo di scena si scoprono altri fattori in gioco e altri attori sulla scena.

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Potremmo dire che la storia imbastita da Remender sia una sorta di Abenobashi (se non sapete di cosa parlo lanciatevi immediatamente a vedere quest’anime spettacolare) in salsa action. C’è molto spazio lasciato a scazzottate e rincorse per raggiungere il pilastro prima che salti in un’altra realtà senza qualcuno, con tanto di timer che segna i pochi secondi a disposizione dei protagonisti.

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Quello che un po’ manca è una più attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi e la conseguente introspezione, pur presente ma lasciata da parte in favore di un’impronta decisamente più da film hollywoodiano. È un po’ un peccato, perché una psicologia (anche spicciola) del “sono perso nel multiverso, questo cosa comporta?” avrebbe a mio parere dato una marcia in più ad una narrazione più che altro attenta all’intreccio e al ritmo.

L’introspezione c’è, capiamoci, e passa attraverso le voci narranti dei vari protagonisti che ne svelano pensieri e motivazioni. Protagonisti che peraltro risultano molto credibili e riescono talvolta a sorprendere per la loro complessità. Ma mi sarei aspettato qualcosa di diverso, di più forse. Per esempio una riflessione sull’importanza delle proprie azioni, sulla responsabilità e magari sul libero arbitrio, visto che qualsiasi scelta facciamo tanto da qualche parte in una delle infinite realizzazioni dell’Ogniverso le cose sono andate diversamente…

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La cosa incredibile è che, nonostante questa aspettativa sia stata in parte tradita, il volume si legge che è un piacere. Ti trascina nel suo viaggio disperato attraverso mondi straordinari, credibili e vivi anche se visibili talvolta solo per poche pagine. E i mondi alieni sono di certo ciò che in Black Science funziona meglio. Sono fantasiosi, non cadono nel facile cliché dell’umanità alternativa distopica (in stile Fringe) o del mondo in cui i nazisti hanno vinto, catturano l’attenzione e l’immaginazione del lettore spingendolo a chiedersi dove il prossimo salto lo porterà.

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“Indiani?” “Indiani. Lo pensavamo anche noi… ma non vengono dall’India… Vengono da un continente sconosciuto”… Questo finora è il mio mondo preferito: un universo in cui l’America non è stata scoperta nel ’42, e i cosiddetti indiani hanno avuto il tempo di evolvere la loro tecnologia, scoprire l’Europa ed invaderla.

A far la parte del leone sono i disegni di Matteo Scalera che, rinforzati dalla colorazione digitale azzeccatissima di Dean White, restituiscono sempre la giusta atmosfera ed il giusto ritmo. Non ci si annoia mai: le tavole sono piene di dettagli e soluzioni registiche che funzionano benissimo, le scene d’azione cariche frenetiche e i personaggi ben caratterizzati e dannatamente espressivi.

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Matteo Scalera mostra uno stile molto personale, riconoscibile, che si adatta perfettamente al tono della storia imbastita da Rick Remender restituendo sia la frenesia delle sezioni da action-movie sia lo stupore e la meraviglia dell’esplorazione dimensionale squisitamente da space opera.

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In conclusione, Black Science è promosso a pieni voti. Riesce nella difficile impresa di tradire le aspettative del lettore (almeno le mie) ma di rimediare immediatamente proponendo un’alternativa validissima. In questo primo volume (il secondo è stato annunciato nell’Anteprima di questo mese) non troverete pipponi cervellotici né troppe seghe mentali, ma una storia ben costruita che pur sfruttando troppo spesso il cliché dell’ultimo secondo prima che esploda la bomba riesce a tenere il lettore col fiato sospeso.

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Un volume dunque consigliatissimo ad ogni amante della fantascienza “meno filosofica”, in cui sense of wonder, dimensioni multiple e narrazione al cardiopalma (espressione che mi piace pochissimo ma vabbè) la fanno da padroni.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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9 thoughts on “Black Science, un rocambolesco viaggio nell’Ogniverso

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