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Due chiacchiere sul webcomic. Un’intervista a Lorenzo Ghetti

Salve a tutti e bentornati. È tempo di una nuova intervista, ché dall’ultima sono passati fin troppi mesi, quindi per oggi (e per questa settimana) niente recensioni. Ma non temete; la normale programmazione riprenderà a brevissimo.

Per la chiacchierata che vi propongo oggi sono andato a scomodare Lorenzo Ghetti, che fin d’ora ringrazio per la disponibilità e la pazienza con le quali mi è stato dietro nel (lunghissimo) periodo che ha visto la lavorazione di questo articolo.

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Lorenzo Ghetti è l’autore, con il supporto tecnico di Carlo Trimarchi, di Tobecontinued che un webcomic davvero singolare e peraltro vincitore quest’anno dei premi Micheluzzi e Boscarato come miglior fumetto digitale. A suo tempo ne avevamo parlato qui, e non posso che invitarvi a leggere quest’opera che, sono sicuro, saprà stupirvi. La trovate a questo indirizzo, in italiano o in inglese, completamente aggratis. Con Lorenzo abbiamo chiacchierato a lungo, del suo lavoro e dei suoi interessi, di Tobecontinued, dei supereroi e di cosa voglia dire fare webcomic oggi. Questo è ciò che scaturito da quella conversazione. Buona lettura!

Comincerei con la domanda con cui comincio sempre e ti chiedo chi sei e cosa fai, e come sei giunto a fare quello che fai.

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Allora… ho fatto studi scientifici al liceo e sono uscito che non avevo la minima idea di cosa avrei fatto dopo. Però disegnavo molto. Quando ho scoperto il corso di fumetto all’accademia delle belle arti ho provato, anche se non pensavo di entrare: ho provato così, per sport.

Però sono entrato e mi sono buttato, e secondo me l’accademia delle belle arti è stata fondamentale non tanto per il corso in sé quanto per la possibilità di stare nello stesso posto con un sacco di altre persone che vogliono fare quello che vuoi fare tu. Io vedo molti studenti dell’accademia che non si rendono conto di quanto possa essere importante questa cosa, forse perché hanno ancora l’idea del fumettista che sta sul tavolo da disegno e disegna e disegna e disegna… quando invece ormai è il rapporto tra le persone che ti può aiutare molto.

E a me ha aiutato tantissimo: devo ringraziare tante di quelle persone per essere arrivato qui ora: so che senza tutta una serie di persone che ho incontrato adesso farei tutt’altro e sarei da tutt’altra parte. Partendo da quelle che ho conosciuto all’accademia, col progetto Delebile, Hamelin e quello che poi è diventato il mio gruppo di amici.

È nata qui la tua collaborazione con Hamelin? Di cosa ti occupi nell’associazione?

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Emilio Varrà, presidente di Hamelin, è stato uno dei fondatori ed è il coordinatore del corso di fumetto all’accademia. È stato mio professore e mio relatore di tesi, che all’accademia consiste sia in un lavoro pratico che in un lavoro teorico: bisogna scrivere un saggio e un’opera a fumetti, e i due lavori devono essere collegati. Io ho fatto una tesi sulla fantascienza nella letteratura per ragazzi e ho cercato di studiare perché questo genere potrebbe essere adatto e funzionale per quest’età, diciamo tra i 16 e i 18 anni.

Negli ultimi anni, da Hunger Games in poi, c’è stata una grossa moda nella letteratura per ragazzi per la fantascienza distopica, e mi son fatto trascinare da questa tendenza. Inoltre mi ero dato l’intento di scrivere fumetti per quella fascia d’età, che in Italia è un po’ scoperta.

Qui praticamente l’unica cosa che c’è sono i manga, ma poi passare dal manga al fumetto “per adulti” non è affatto scontato. Quindi mi ero posto quest’obbiettivo, di scrivere fumetti per ragazzi, e ho cominciato a lavorare come volontario per Hamelin, che è un’associazione culturale che promuove la lettura nelle scuole.

Ho iniziato a seguire il progetto Xanadu – Comunità di lettori ostinati, con il quale si portano nelle classi delle bibliografie scelte di testi, non solo narrativa ma anche fumetto e cinema, per avvicinare i ragazzi alla lettura.

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I ragazzi poi leggono questi testi durante l’anno e ne scrivono delle schede valutative. Mi interessava avere un contatto diretto con quello che mi sarebbe piaciuto diventasse il mio pubblico. Ora invece per Hamelin lavoro sul festival BilBolBul per il quale sono il responsabile della parte ragazzi: ogni anno si organizzano degli incontri tra classi dei licei e autori ospiti al festival. Gli studenti leggono il libro dell’autore in questione e poi lo incontrano e hanno un dialogo. È sempre fantastico: i ragazzi hanno sempre un sacco di domande e gli autori si divertono un mondo…

Passando ora al Lorenzo fumettista, adesso stai lavorando a Tobecontinued che è un webcomic davvero bello. Ha vinto il Micheluzzi a Napoli ed il Boscarato a Treviso… ed è un progetto molto interessante perché è un webcomic per davvero. Quindi ti chiederei: che cosa è o che cosa dovrebbe essere, secondo te, un webcomic con la W maiuscola? Un webcomic che non sia un semplice ripiego dal mondo difficile della carta stampata e dell’editoria tradizionale? E perché se ne vedono così pochi?

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Bè, pochi dipende dai punti di vista. Tobecontinued è iscritto a due siti, Topwebcomics e Webcomiclist, che hanno una lista di circa 24 mila webcomic. Servono per raccogliere e indicizzare i fumetti digitali perché in realtà sono tantissimi: magari in Italia sono un pochino meno ma in America mi pare di vedere che, per un giovane autore, mettere su un fumetto online sia la prassi. Cosa sia un webcomic è invece un’ottima domanda. Per quello che è la mia esperienza, è un fumetto pubblicato in pagine a cadenza regolare, quelli più comuni sono formati da pagine o vignette o strisce che compongono un’unica storia: è come se tu prendessi un libro, staccassi tutte le pagine e ne pubblicassi una alla settimana.

Quindi la componente seriale è la componente più importante?

Sicuramente sì: la componente seriale è quella che contraddistingue maggiormente il webcomic. Per esempio moltissime autoproduzioni hanno un blog nel quale, dopo un tot di tempo che è uscita un’antologia, caricano in blocco online un racconto che ne faceva parte. Forse quello non rientra nella categoria “webcomic” per quanto sia effettivamente un “fumetto che si legge online”. Sarebbe più “la versione digitale di un libro”, che non è la stessa cosa.

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Quindi un webcomic è un prodotto strutturalmente diverso da un fumetto chiamiamolo tradizionale. Ma non hai l’impressione che spesso i fumetti online vorrebbero essere cartacei, e che quindi la versione digitale sia una specie di ripiego?

Sì, penso che la maggior parte degli autori che fanno webcomics vorrebbe e punterebbe ad una possibilità editoriale successiva. Però non è tanto quello… Secondo me la maggior parte dei webcomics viene fuori da giovani emergenti che partono così per farsi conoscere e che, consciamente o inconsciamente, seguono un consiglio che una volta ho sentito dire a Sam Alden, un autore americano giovanissimo e molto bravo.

Gli era stato chiesto che consiglio avrebbe dato a un giovane autore, e lui ha risposto “prendete tutto quello fate e mettetelo in internet gratis, perché è così che la gente vedrà il vostro lavoro e potrà interessarsi a voi, fino a proporvi qualcosa da cui potrete trarre un interesse economico”.

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Secondo me il webcomic ha quella potenzialità: di permettere ad autori esordienti di farsi conoscere, di farsi notare. Prendi ad esempio Noelle Stevenson, anche lei una giovanissima autrice americana. Ha scritto per un paio d’anni un webcomic intitolato Nimona, un fantasy abbastanza scanzonato che le ha permesso di accumulare un certo pubblico.

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Questo fumetto è stato poi scelto da un editore per farne un’edizione cartacea, che ha vinto un premio, e così Noelle è passata a lavorare come sceneggiatrice per Boom! Studios per la quale ha scritto Lumberjanes [pubblicato in Italia da Bao Publishing, NdD]. E ora è sceneggiatrice per la Marvel. Ha 23 anni.

E lei ha cominciato disegnando un webcomic gratuito in pagine, quindi niente di interattivo o altro, che ha funzionato bene e adesso è sulla cresta dell’onda…

Poi non tutti la pensano così. Qualche tempo fa uscì una lettera aperta di Matthew Thurber che criticava sostanzialmente il webcomic gratuito perché svaluta il prodotto professionale. Però è anche vero che funziona, e magari è pure giusto che sia così. Secondo me non puoi pretendere di essere pagato finché non hai dimostrato che cosa sai fare, e con il fumetto online devi dimostrarlo per forza: fai due pagine a settimana per due anni…

Anche questo aspetto mi affascinava molto, perché è molto facile farsi prendere dal perfezionismo. Invece la butti lì e vedi come va, settimana dopo settimana. E Tobecontinued è così: io ogni mercoledì devo uscire. Punto. È ovvio che se avessi avuto per ogni episodio una settimana in più sarebbe andata diversamente, con i dialoghi scritti meglio e senza errori di battitura, senza la posa copiata quattro volte perché non ho avuto il tempo di disegnarla in tutte le vignette… però intanto è lì, e son contento di com’è venuto.

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E quindi così è nato Tobecontinued come lo conosciamo che è un fumetto molto interessante, oltre che tecnicamente, anche per contenuti. Perché se all’inizio è “solo” una storia su un accademia di supereroi come ne abbiamo viste sia al cinema che a fumetti, poi si trasforma in una specie di “versione buona” di quel tipo di distiopia supereroistica che andava tanto qualche tempo fa. Questa idea da dove è partita?

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Sicuramente sono partito dall’idea di normalizzare la persona con i superpoteri. Non sono un lettore di fumetti di supereroi perché tendono a non piacermi, anche se a leggerli ci provo spessissimo. Finisco comunque sempre a leggere fumetti più meta-supereroistici perché mi pare mantengano più un rapporto con la realtà. Il fumetto supereroistico classico secondo me manca di un contatto con la realtà, anche quelli che provano a crearlo. Con meta-supereroistico intendo per esempio Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller, o Kingdom Come e Marvels… Ecco, Marvels è probabilmente il primo fumetto che mi ha suggerito qualcosa che poi ho ripreso in Tobecontinued.

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Tobecontinued è nato dall’idea di un gruppo di ragazzini che hanno dei superpoteri e si chiedono “che cosa ci faccio con questi superpoteri?”, e questo interrogativo è collegato ad un contesto generazionale in cui i superumani sono sempre un po’ più deboli e ce ne sono troppi… E fondamentalmente non ci sono i cattivi.

Per esempio il supercattivo è un elemento narrativo difficile da giustificare. Quindi volevo lavorare a partire da quello: se hai dei poteri ma non ci sono i cattivi, che fai?

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In questo senso il fumetto a cui si avvicina di più Tobecontinued, per temi, secondo me è Powers di Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming: ruota molto attorno alla normalizzazione del supereroe che magari sì, ha combattuto i cattivi, ma ormai è più che altro una superstar dal grande impatto politico.

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Che i fumetti di supereroi classici non siano proprio nelle tue corde in effetti si intravede. A tal proposito mi ero segnato una frase che compare nell’episodio 22, e dice “lo showbusiness dei supertour sta perdendo il controllo travolgendo ormai gli spettatori in un turbinio di crossover, finti viaggi dimensionali e attraverso il tempo; obbligando spesso gli appassionati a seguire numerosi supergruppi per riuscire a capirci qualcosa e impedendo ai neofiti di raccapezzarcisi.”

[ride] So dove vuoi arrivare…

È impossibile non vedere in questa frase una critica a un certo modo, diciamo così, di fare fumetti. In particolare fumetti di supereroi. È stata una critica voluta o è uscita per caso?

Allora… scrivere quell’episodio lì, che è quello del blog, è stato molto divertente. La parte audio l’ha scritta un mio amico giornalista col quale mi ero messo d’accordo: “fai finta di essere un giornalista del mondo di Tobecontinued, sai quello che è successo e hai dieci minuti per dire quello che vuoi, per fare una polemica su quello che vuoi”.

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A quest’intervento io e il mio coinquilino, che pure lui scrive, abbiamo inventato la risposta e quella frase l’ho scritta di getto. Me ne sono reso conto dopo che chiaramente stavo parlando di quello. Perché alla fine probabilmente la penso proprio così. Come dicevo prima, non è che non abbia provato a leggere fumetti di supereroi classici. Però se mi chiedo “cosa sta succedendo ora negli X-Men?”, e la risposta è che adesso gli X-Men di oggi hanno portato nel presente gli X-Men di trent’anni fa e si picchiano perché…

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E a me cadono le braccia, quel tipo di cose non mi interessa.

Mi sembra che i fumetti di supereroi debbano sparare sempre più in alto e probabilmente è quello che non mi piace perché non è necessario. Mi fa impazzire che da poco sia Marvel che DC hanno fatto un reboot totale. Del tipo che la DC chiude tutto e ricomincia da zero. Ah perfetto! Dai vediamo… 52 testate. No! Perché?!

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Però ovviamente devono tirar su dei numeri che ormai… Sto leggendo Marvel Comics  – The Untold Story che è un libro bellissimo e ti fa veramente capire cosa vuol dire tirare avanti una serie di personaggi per 50 anni. Viene fuori il primo crossover, e poi viene fuori un nuovo gruppo di supereroi, e poi questo e poi quello… 50 anni così è ovvio che poi sia un incubo dal quale non c’è uscita. Forse…

Ingenuamente mi vien da dire “buttate tutto nel cestino e ricominciate daccapo”. Ma non daccapo tipo “fai un nuovo Spiderman”, tipo “fai qualcosa che prima non c’era proprio”.

Ma quindi, io che compro e leggo i fumetti di supereroi e sono invischiato in questi meccanismi senza fine, nel mondo di Tobecontinued sarei quello che compra il biglietto del supertour e si esalta davanti a quel tipo di finzione?

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Però lo sai che è tutto finto. Probabilmente è come il wrestling: sai che è tutto finto però, oh!, è comunque gente che spara fulmini dalle mani! Come pure secondo me una parte del pubblico del fumetto supereroistico lo vede come una cosa effettivamente sopra le righe, però gli piace proprio quell’aspetto.

A me il concetto di supereroe piace tantissimo, il superuomo è un argomento sul quale si potrebbero scrivere tantissime storie bellissime. Un po’ mi frustra che per la maggior parte i fumetti di supereroi che ho letto non parlano di quello, alla fin fine.

A tal proposito mi viene sempre in mente un episodio della serie animata Justice League Unlimited, nel quale Superman sta combattendo contro un tizio fortissimo. A un certo punto si spostano dalla Terra e vanno su un pianeta abbandonato per picchiarsi, e Superman a quel punto gli dice “tu non ti rendi conto che io vivo in un mondo di carta, adesso qui posso usare tutto quello che ho”.

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È una frase bellissima che dice sul superuomo tanto più di moltissimi fumetti che sono usciti. O anche ne Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora, in cui Superman parla con sua figlia e lei gli dice “Ti devo fare una domanda. Il sesso…?” e Superman risponde “Mai con gli umani: troppo fragili”. Anche quello dice sul superuomo tante cose.

Io vorrei quello. Dai fumetti di supereroi vorrei quella cosa lì, non crossover e viaggi dimensionali.

Passando invece al mondo di Tobecontinued… è un mondo straordinariamente complesso, si capisce che è più grande di quello che si vede nelle vignette. Ed è una cosa bellissima che dà al lettore l’impressione che se la telecamera fosse puntata altrove, starebbe comunque succedendo qualcosa.

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Com’è nato questo universo narrativo? Ti sei seduto una sera e hai cominciato a scrivere una mappa geopolitica o si è costruito poco alla volta in base a quello di cui avevi bisogno?

Poco alla volta. All’inizio mi sono solo messo dei paletti di storiografia: questo fatto delle diverse generazioni di supereroi, il fatto che non ci sono più supercattivi, ho creato questo Last Monday che è stato l’ultimo momento in cui c’è stato un supercattivo… e poco più in realtà.

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Poi nel fumetto nomino tantissimi supereroi che non si vedono mai, li invento nel momento in cui li nomino, nel momento in cui mi servono. Anche se poi mi dispiace: li vorrei tutti, li vorrei disegnare tutti!

Un personaggio che ad esempio mi piace tantissimo è il padre di Rouge. Spero di aver dato l’idea che anche lui abbia avuto tutta la sua vita piena d’avvenimenti, anche se non la si è vista.

Bè, secondo me questa idea traspare, e contribuisce a rendere quel mondo vivo e credibile.

Questo mi fa contento. Ora sono concentrato sulla prossima stagione dove voglio riprendere dei fili messi lì e lasciati in sospeso. Sperò andrà bene…

Te lo auguro e me lo auguro, perché sto seguendo Tobecontinued con molto interesse. E da un lato mi dispiace non poter andare in libreria a comprare il volume da mettere su uno scaffale: sono un po’ un feticista del possesso… A te questa cosa di non avere un prodotto fisico in mano non turba?

L’esperienza con la produzione su carta l’ho avuta lavorando con Delebile, ed è bellissimo lavorare per dei mesi su un progetto che hai visto solo virtualmente, per poi vederlo materializzarsi in un oggetto.

Il piacere di metterlo su internet è un piacere diverso, forse anche più narcisistico: su internet puoi vedere esattamente quante persone hanno letto il tuo episodio, puoi vedere come rispondono sui social e che commenti scrivono. E quello è un piacere colpevole, secondo me, perché crea poi delle brutte dinamiche interiori. Anche perché spesso i social tirano fuori il peggio delle persone…

Un ultima domanda tecnica e poi ti lascio andare… Tobecontinued è scritto sia in italiano che in inglese. Come sta andando nei due casi?

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Ho un riscontro principalmente italiano. Ho riscontri molto positivi anche in inglese, però se ho un bacino di mille lettori la settimana quelli anglofoni saranno circa 150. E secondo me questo è legato a come la cosa viene condivisa.

L’accesso a Tobecontinued si basa principalmente su Facebook, che al momento è il mio canale principale. E Facebook è molto territoriale: i propri contatti sono tipicamente della propria nazionalità, e se poi scrivi nella tua lingua è difficile che una persona estera condivida e ti faccia quindi accedere al suo bacino di utenza. Quindi questa differenza di numeri penso sia più un problema di comunicazione che di contenuto, ma magari è ancora presto per dirlo.

In più il webcomic è una maratona e io ho iniziato da molto poco, il bacino di lettori lo si ottiene a lungo termine. Progetti che vanno molto sono su magari da quattro cinque anni e si sono creati poco alla volta il loro pubblico.

Comunque di certo alla base c’è un problema di comunicazione. Fare webcomic e sapersi muovere sui social non sono due cose separate: se tu crei un contenuto gratuito devi anche riuscire a farlo conoscere. Perché sì, l’internet è bello perché è gratis. Ma è anche infinito.

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11 thoughts on “Due chiacchiere sul webcomic. Un’intervista a Lorenzo Ghetti

  1. Grazie per l’intervista sia a Lorenzo Ghetti che al blog, offre degli spunti molto interessanti e mi permetto di scrivere di seguito anche la mia esperienza (cacchio, mi avete ispirata, grazie!!) 🙂

    Io non sono una giovane fumettista, anzi, per meglio dire sono una medio-vecchia fumettista di 37 anni e per me cominciare a scrivere e pubblicare il mio fumetto in rete è stato un dramma. Il termine può sembrare eccessivo, lo ammetto, forse un po’ fantozziano, ma ho faticato mentalmente ad usare la rete perché -ancora adesso- non trovo giusto “regalare” del mio materiale ed ho sempre dato la precedenza al lavoro retribuito, ma così facendo non ho mai potuto dare sfogo a quelle che sono le mie idee, non ho mai potuto scrivere, usare personaggi inventati da me, disegnare fumetti mettendoci del mio.
    Ho sempre rincorso le esigenze degli editor e delle case editrici, sotterrando completamente la mia parte artistica. Col carattere che mi ritrovo, questo ha prodotto un effetto che non avevo considerato: non sentivo più un motivo per continuare a disegnare fumetti.
    Inoltre, creare un fumetto per la rete, mi sembra quasi come buttare un messaggio nella bottiglia in mare… come fare quando non si hanno riscontri immediati?

    Ho avuto la fortuna di ribeccare un amico che mi ha introdotto al mondo delle webcomics e del fumetto indipendente. Ho così potuto conoscere nuove autrici e nuovi autori, fare scorta di energia creativa, capire come pubblicare e togliermi dalla testa il tarlo della “precisione a tutti i costi”, che è importante, non dico di no, ma l’importante è continuare a creare e disegnare!

    Insomma, ho ancora molti dubbi in merito alle pubblicazioni online, ma di sicuro trovo siano più libere, e per questo più fantasiose, più divertenti… più genuine!
    Il problema per me non è più “meglio la carta” o “meglio il web”, il problema è trovare il tempo di leggere tutto ciò che mi interessa in rete (da lettrice) e trovare altrettanto tempo per continuare la mia storia che spesso lascio da parte per il lavoro retribuito ^^

    Mi piacerebbe sapere da Lorenzo come riesce a bilanciare le due cose (la sua webcomics e il lavoro retribuito) e come fa a non diventare vittima dei “like” di Fb ma a tenere la testa ben piantata sulle spalle!! 😀

    Un saluto e buona giornata 🙂

    • Grazie dell’intervento!
      Come da chiusura intervista internet è bello ma è pure infinito e farsi conoscere, da un lato, e trovare il tempo per star dietro alle mille opportunità di lettura che offre, dall’altro, non è cosa banale.
      Sulla questione retribuito/non retribuito, e sulle sue mille implicazioni… Anche io non so bene che pensare. Ha ragione Lorenzo a dire che il webcomic gratuito è un buon modo per farsi conoscere, ma è anche vero (pur tralasciando questioni “morali”) che bisogna pur mangiare…
      In attesa che Lorenzo dica ti risponda ti ringrazio ancora per il commento e ti invito, se ti va, a lasciare l’indirizzo del tuo progetto: siamo una comunità piccola e non sarà una grandissima spinta di visibilità, ma si fa quel che si può! (E soprattutto ora sono curioso!)

      • Sarò ripetitiva, ma grazie a te dello spazio e della possibilità che ci dai di leggere simili interviste, le riviste cartacee approfondimenti di questo genere se li sognano! XD

        Io credo sia importante far capire a terze persone quanto costi farsi conoscere in rete in termini di entusiasmo e di tempo. Essere presenti sui social, mantenere vivo l’interesse, commentare ogni giorno, tradurre il proprio lavoro in una lingua straniera… sono tutte attività che prendono tempo e che non si dovrebbero dare per scontate. Ecco, nulla in rete si deve dare per scontato perché è frutto della passione e del lavoro di chi accetta la condivisione.

        Grazie dell’offerta che mi fai, ti scriverò in privato il nome del mio progetto, altrimenti mi sembra di commentare per far pubblicità a me stessa più che discutere in merito all’intervista di Lorenzo ^^

  2. Ciao Laura, grazie mille per il commento!

    Rispondo subito: dunque To Be Continued l’ho cominciato quando ancora studiavo all’Accademia (è infatto il mio lavoro di Tesi), quindi quando è iniziato non avevo ancora cominciato a lavorare. E’ partito per la voglia di mettermi in gioco mentre ancora davo esami.

    Ora che mi sono diplomato (a marzo) inizia la vera prova. Sto entrando nel mondo del lavoro e scoprirò pian piano come e se riesco a gestire tutto.

    Al momento sono contento perchè il lato lavorativo e quello “passionale” sono molto distanti (i fumetti a cui sto lavorando sono tutti miei progetti personali senza alcuna committenza o editore, mentre i lavori sono più di grafica, illustrazione), per cui posso concentrare tutto l’impegno “creativo” sulle cose che mi interessano di più.

    So che To Be Continued è nato come gratuito e voglio che rimanga tale. Spero di riuscire a lasciargli il tempo e l’impegno che merita (e che vorrei dargli) anche a discapito di lavori pagati che avranno la precedenza, ma è proprio in questi mesi che sto prendendo le misure.

    Per quanto riguarda i social, sono una brutta bestia. Non sono vittima dei like perchè non mi so muovere molto bene sui social network, so che potrei ottimizzare i post che faccio per To Be Continued e che da essi dipende molto la visibilità del progetto, ma non sempre ci riesco. Credo di riuscire a tenere la testa piantata sulle spalle perchè alla fine i like e la risposta dai lettori arrivanomi viene soprattutto quando faccio un buon lavoro sulla storia e sugli episodi, quindi so che concentrandomi su quello piuttosto che sui social non posso sbagliare.

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  4. “alla fine i like e la risposta dai lettori arrivanomi viene soprattutto quando faccio un buon lavoro sulla storia e sugli episodi, quindi so che concentrandomi su quello piuttosto che sui social non posso sbagliare.”

    Verissimo, e le storie buone arrivano dalla creatività spontanea, più che dalla storia studiata a tavolino. Potrei quasi-quasi “lanciarmi” e dire che il segreto del creare sta proprio nella sua accezione più pura, ovvero: creo perché per me è un’esigenza, creo perché se no mi scoppia la testa, non lo faccio per i like… internet è un mezzo comodo per accedere a contenuti che diversamente si dovrebbero vedere stampati, fa da cassa di risonanza in un mondo ormai affollato dalle immagini!

    Non ho idea di quanti lettori ci siano, però mi fa piacere leggere in rete sempre nuove disegnatrici e disegnatori e poter curiosare tra le centinaia di pagine caricare. C’è gente davvero brava in giro!! 😀

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