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Come farsi uno schiavo e vivere felici (o magari no)

Hai mai odiato qualcuno al punto che ancor più che ucciderlo, vorresti tenerlo in vita per farlo soffrire? Io sì.

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Salve a tutti e bentornati: è tempo di una nuova recensione. Oggi parliamo de I miei 23 schiavi, manga di Shinichi Okada e Hiroto Oishi arrivato da poco nelle fumetterie italiane grazie a Panini. Quando venne annunciato su Anteprima, a luglio, entrò alla decima posizione nella classifica delle novità ma già allora manifestai alcune perplessità sul [probabile] cattivo gusto di questa serie. Qualche mese dopo il volume è uscito, l’ho letto, e non è esattamente come me lo aspettavo, sia nel bene che nel male.

Il concept alla base di questa serie è semplice e immediato. Esiste un aggeggio, l’SCM, che permette di schiavizzare altri possessori di tale aggeggio. In pratica ci si trova, ci si lancia una sfida e chi perde diventa totalmente succube del vincitore, che può obbligare lo sconfitto a fare praticamente qualunque cosa.

L'SCM è quella roba lì fatta tipo ad apparecchio per i denti. Il tipo invece è un poser qualunque.

L’SCM è quella roba lì fatta tipo ad apparecchio per i denti. Il tipo invece è un poser qualunque.

Chiaramente da un’idea del genere la storia poteva prendere mille direzioni. Si poteva scrivere un drammone dai risvolti filosofici sulla schiavitù e sul suo significato, si poteva imbastire un thriller sul delirio di onnipotenza, si raccontare le peripezie dell’immancabile adolescente giapponese super intelligente stile Light Yagami, si poteva fare un banalissimo hentai a tinte sadomaso (che era quello che temevo).

I miei 23 schiavi, almeno per ora, non prende nessuna di queste strade e decide di raccontare le vicende di varie persone, una per ogni capitolo, e le loro esperienze con l’SCM. Contro ogni previsione e contrariamente a quanto la copertina stessa suggerisce, la componente sessuale praticamente non c’è mai. Al massimo appare come motivazione che spinge una ragazza stuprata a volersi vendicare del suo violentatore, ma non c’è il cliché del “ora sei mio/mia e farai quello che chiedo [a letto]”. Era quello che temevo ed in parte mi aspettavo, ma magari è solo che ho un’immaginazione monotematica.

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Superato quindi questo potenziale problema, che avrebbe potuto affossare il volume relegandolo nel cassetto delle porcate senza senso, è tutto a posto? Manco a dirlo, no.

Capiamoci. Questi primi capitoli scorrono abbastanza lisci, senza infamia né lode, verso la scritta “continua a novembre” in fondo all’albo. Tuttavia comunque molte cose non funzionano ed è un peccato perché, una volta evitata la trappola facile della pseudo pornografia, da questo lavoro poteva veramente uscire una riflessione interessante che invece manca del tutto.

La struttura stessa della narrazione preclude questa direzione: la trama si presenta (almeno per ora) molto molto molto verticale, e anche se un minimo di intreccio si intravede il lettore si trova davanti poco più che una serie di racconti brevi quasi scollegati. Un po’ come succedeva in Ikigami, che è sempre l’esempio perfetto in questi casi, qualunque tipo di approfondimenti e crescita dei personaggi viene sedato confinandoli nelle poche pagine che li vedono protagonisti e poi lasciandoli a margine.

Vedremo se la sottotrama del boss mafioso darà una piega più orizzontale alla serie...

Vedremo se la sottotrama del boss mafioso darà una piega più orizzontale alla serie…

È una struttura narrativa di certo non nuova che in certe situazioni può pure funzionare, ma qui ha l’unico effetto di tenere il discorso in superficie, senza mai andare davvero a fondo. È un peccato, come già detto, perché I miei 23 schiavi sarebbe potuto essere di più e invece non è che il solito shonen psico-darkettone alla Death Note in cui le battaglie si fanno con la mente e non a cazzotti perché fa più adulto.

Non c’è profondità né di situazioni né di personaggi, che sfoggiano una caratterizzazione sia estetica che psicologica di una banalità sconcertante e che intrecciano relazioni o compiono azioni dalla credibilità discutibile. Voi direte “e grazie al cazzo: è un racconto di fantasia”. Sì, è un racconto di fantasia, ma che per come è pensato e per le tematiche che vuole toccare può funzionare solamente se gli abitanti di quel mondo si comportano in maniera “realistica” (passatemi il termine).

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È un po’ come in Cecità di Saramago, in cui l’idea è prendere il mondo vero e cambiare un dettaglio, e vedere come le persone reagirebbero a quel cambiamento. Se il cambiamento è un aggeggio che schiavizza la gente e la gente reagisce imbastendo un banale gioco a chi è più furbo, senza cause né conseguenze… qualcosa non va.

Il tutto aggravato da una struttura di fondo completamente folle che azzera qualunque credibilità fosse rimasta. Un insieme di regole, sottoregole, funzioni segrete, giochetti mentali di livello infimo e raggiri di vario tipo fa da contorno all’utilizzo dell’SCM. E quindi scopriamo che se io me lo tolgo ma poi lo rimetto subito ti frego e vinco la sfida perché… oppure che se io perdo ma non penso d’aver perso allora…

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Per la miseria, sembra di stare in Hunter X Hunter. Solo che in quello, che è e vuole essere un shonen di combattimento duro e puro, le assurde regole che reggono il mondo sono la base su cui costruire la narrazione, sono il fulcro di quel tipo world building. Qui sono solo dei trucchi, degli escamotage da quattro soldi per dar corpo a una vicenda senza dover ragionare sulla sua complessità reale.

Perché, ripeto, una storia del genere può funzionare solo se il mondo in cui è ambientata assomiglia ragionevolmente al nostro. E in quel mondo bastava dire “se vinco la sfida sei mio schiavo”, senza se e senza ma, e guardare alle conseguenze. Invece così l’attenzione si sposta da sentimenti e reazioni umane a dettagli irrilevanti e a tratti fastidiosi come “ma con quale trucco riusciranno i nostri eroi a vincere la sfida con Freeze… ehm, con il prossimo avversario?”. E, #faccicaso, è un problema che affligge tutti, e dico tutti, i manga che vogliono fare i grandi ma vendere ai ragazzini. Death Note in primis.

Ultima nota prima della conclusione: i disegni. Niente di che. Regia a posto, espressività esagerata, character design banalotto, troppi retini. Insomma, il solito. Fine nota.

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In conclusione. I miei 23 schiavi mi ha stupito due volte. Prima in positivo evitando tette e leccate facili, poi in negativo palesandosi con la sua trama verticalissima e i suoi costrutti da shonen-che-vuole-fare-il-seinen. Mi aspetto che, nei prossimi volumi, cominci un intreccio più orizzontale che sostituirà poco alla volta l’attuale struttura a episodi, ma non mi aspetto assolutamente un cambio sostanziale nel tono. Peccato, perché qualcosa di buono nell’idea di fondo c’era. Solo che se poi si perde più tempo a inventarsi regolette, postille ed eccezioni che i nostri eroi potranno sfruttare a loro vantaggio contro Majin… ehm, contro il loro prossimo avversario quel buono viene soffocato e tramutato nel solito shonen psico-darkettone alla Death Note in cui le battaglie si fanno con la mente e non a cazzotti perché fa più adulto.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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