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Rocket Girl: glitter, viaggi nel tempo, multinazionali cattive

Mi chiamo Dayoung Johansson. Ho quindici anni e sono una poliziotta che viene dal futuro. Sto tornando indietro nel tempo per salvare il mondo… spero solo che non sia troppo tardi.

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Salve a tutti e bentornati, spero stiate reagendo bene alle prime piogge e ai primi freddi quasi invernali. D’altro canto, è di dominio pubblico, non ci sono più le mezze stagioni di una volta. Ma bando ai convenevoli. Ho tergiversato abbastanza negli ultimi mesi, rimandando questa recensione di volta in volta alla settimana successiva, ma è arrivato il momento, non si può più posticipare. Oggi vorrei parlarvi dell’ultima serie del famoso quartetto Image tradotto da Bao Publishing nell’ultimo anno; le recensioni delle prime tre (Sex Criminals, Pretty Deadly e Black Science) le trovate cliccando sui rispettivi titoli. Ora tocca a Rocket Girl.

Partiamo dall’inizio. In parte per i disegni di Amy Reeder, che amo alla follia, e in parte per una narrazione che (da quanto ho leggiucchiato in lingua originale) avevo trovato fresca e frizzante, avevo davvero delle aspettative molto alte per questa serie. Forse troppo alte. Così quando poi il volume è uscito avevo paura a prenderlo in mano: temevo di rimaner deluso, fregato dal mio stesso hype.

Ma non si può rimandare per sempre l’inevitabile e quindi alla fine mi sono fatto coraggio. E non sono rimasto deluso. Quasi per niente (ma sul quasi ci torniamo dopo).

Partiamo dai disegni, che come dicevo sono il principale motivo che mi ha spinto ad interessarmi a questa serie. Amy Reeder fa, come sempre, la sua sporca figura confezionando delle tavole dall’impatto notevole. Non siamo ai livelli di astrattismo o di “arte”, se così volete chiamarla, di gente tipo Dave McKean o o Bill Sienkiewicz o Alex Maleev o John Williams III. Non è quel tipo di impatto.

Amy Redder l'avevo conosciuta qualche anno fa sulla serie Vertigo dedicata a Madame Xanadu. Fu amore a prima vista (sia per la disegnatrice che per il personaggio)

Amy Redder l’avevo conosciuta qualche anno fa sulla serie Vertigo dedicata a Madame Xanadu. Fu amore a prima vista (sia per la disegnatrice che per il personaggio)

Pur rimanendo su uno stile piuttosto classico per quanto riguarda la rappresentazione e la caratterizzazione di personaggi, la Reeder riesce però a imbastire una regia impressionante con pagine dalla griglia mutevolissima e dinamica e, complici un montaggio e un impianto generale (anche narrativo) sempre al cardiopalma, il volume scorre velocissimo sotto gli occhi del lettore.

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Mirabolanti doppi splash page si alternano a vignette segmentate in obliquo e tutto crea un ritmo di lettura pazzesco. E poi c’è il dinamismo delle scene d’azione e un’espressività dei volti molto riuscita che rende i dialoghi tesi e comunicativi… Insomma, promozione a pieni voti per Amy Reeder che non tradisce nemmeno le più folli aspettative e illustra un volume qualitativamente ineccepibile.

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I volti e l’espressività della Reeder sono sempre qualcosa d’incredibile…

Per quanto riguarda la narrazione, invece, anche qui il ritmo è tutto. In questo primo albo che raccogli i primi cinque spillati originali non c’è mai un momento di respiro, si corre da una scena all’altra senza fermarsi a pensare e, arrivati all’ultima pagina quasi senza accorgersene, ci si chiede “ma quanta roba è successa in questo centinaio di pagine?”.

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E la risposta è: tanta, tantissima roba. Tutto ha inizio in un 2013 alternativo in cui il mondo è controllato dalla Quintum Mechanics (che maledizione si sarebbe dovuta chiamare “Quantum Mechanics” perché così ogni volta sbaglio a leggerla). Per quell’anno la polizia è composta interamente da adolescenti, perché non ci si può mai fidare degli adulti, e così facciamo la conoscenza della nostra protagonista: Dayoung Johansson, agente del New York Teen Police Department.

Dayoung decide di tornare indietro nel tempo, fino agli anni ’80, per indagare sui crimini della Quintum Mechanics e per impedirle di inventare il motore-q, un aggeggio che sconvolgerà l’equilibrio dell’esistenza. Ma il passato è, manco a dirlo, un luogo strambo e ostile, soprattutto agli occhi di una poliziotta adolescente che se ne va in giro in jet pack a mettere i bastoni tra le ruote della più influente multinazionale del mondo.

A tutto questo aggiungete che la Quintum ha i suoi piani, e non si capisce mai bene quanto di quello che accade è una scelta dei personaggi e quanto non sia in realtà un complotto occulto, e spolverate il tutto con i soliti cliché/problemi/luoghi-comuni sui viaggi nel tempo e otterrete… Bé, otterrete proprio Rocket Girl.

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Brandon Montclare ai testi se la cava bene quasi quanto Amy Reeder ai disegni, scrivendo dialoghi magari non brillanti ma sempre puntuali e, soprattutto, mantenendo sempre alto il ritmo di una narrazione che scorre fluida e rapidissima. Detto in parole povere, con Rocket Girl non ci si annoia mai e ce sempre qualcosa dietro l’angolo pronta a colpire.

E questo è, se vogliamo, ciò che mi fa preoccupare (per tornare a quel “quasi” iniziale). Fatico a immaginare un modo in cui la storia possa mantenere questo ritmo fino alla fine. D’altro canto anche i migliori film d’azione hanno i loro momenti in cui tirare il fiato tra un’esplosione e l’altra (sì, Mad Max compreso). Solo che, vista la struttura di questo primo volume, ormai un po’ mi aspetto che si acceleri sempre di più e, ammetto, ci rimarrei un po’ male se a un certo punto ci si dovesse fermare a far benzina.

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In conclusione. Rocket Girl ha fugato ogni mio possibile dubbio confermandosi all’altezza delle aspettative sia narrativamente che esteticamente. È un fumetto pieno d’azione rocambolesca (ma che poggia su una trama consistente = non è “botte e basta”), una lettura densa e senza tempi morti salvo quelli tra l’uscita di un volume e il successivo. Ve la consiglio caldamente perché non potrete che divertirvi ed apprezzarla. Detto questo vi saluto. Alla prossima!

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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