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Un nuovo mondo per gli orfani di Roberto Recchioni

Siccome finora non ho avuto il tempo di leggere praticamente nulla delle millemila cose riportate da Lucca, rimandiamo quella carrellata di recensioni e commenti ancora per un po’, e facciamo finta che siamo davvero tornati alla normalità. E siccome è iniziata la terza stagione di Orfani, e della seconda non abbiamo ancora mai detto nulla, parliamo di questo.

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Vi avviso già che ci saranno spoiler sul finale della seconda stagione. Se avete visto la copertina del primo numero di Nuovo Mondo (questa qui sopra), un’idea ve la sarete fatta, ma in ogni caso siete avvisati: se non volete anticipazioni e siete indietro con la lettura (magari perché seguite l’edizione Bao, che si fa più bella a ogni albo, mi tocca ammettere) questo è il momento migliore per smettere di leggere.

Partirei dicendo che la seconda stagione di Orfani, Ringo, mi è piaciuta. Molto più della prima, a dire il vero. È vero che per una buona metà della corsa non si sa perché si sta correndo, ma alla fine l’ho trovato un problema trascurabile.

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Ringo accompagna il lettore lungo un viaggio attraverso un’Italia post apocalittica in un pellegrinaggio che, scopriremo dopo un bel po’, porterà i protagonisti a lasciare il pianeta. Un cambio di setting e di tono notevolissimo rispetto allo sci-fi più classico della prima stagione che, pur mantenendosi ampiamente entro i limiti della narrativa di genere, mi ha abbastanza convinto (nonostante qualche sbavatura innecessaria, come tutta la storia della lotteria).

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Nonostante il racconto sia sempre strutturato abbastanza verticalmente, con un episodio/avventura/città per albo, c’è questo sottofondo orizzontale ben visibile e molto piacevole: la nascita di una famiglia. Il Ringo riluttante delle prime pagine costretto a prendersi cura di tre ragazzini, dei quali uno è il suo figlio biologico, sarà il personaggio segnato dalla maggior crescita fino alla conclusione che non è il sangue a fare una famiglia.

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Non aspettatevi un drammone sul senso dei legami affettivi, l’avventura è ben presente con i suoi colpi di scena (talvolta un po’ forzati) e le sue botte in faccia e la sua leggerezza, ma una certa attenzione alla psicologia dei personaggi e ai loro rapporti (spesso non banali come ci si sarebbe potuti aspettare) rende l’insieme molto godibile e coinvolgente.

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Fino al finale. Finale che, per quanto magari uno l’aveva già capito subito, per quanto lo si possa definire scontato o perfino banalotto, colpisce. Colpisce perché funziona in primo luogo visivamente, con una regia che affianca i momenti opposti della vita dei due protagonisti rimasti: il condannato a morte che cammina tetro verso il patibolo e l’inizio del viaggio verso una nuova esistenza. Lo stesso gesto assume così, nei due casi, significati ben diversi, e sfruttare le potenzialità del linguaggio fumetto per giustapporre le due cose… non posso pensare a un modo migliore per raccontare altrettanto efficacemente quella scena.

Bello bello, ribadisco, funzionale alla narrazione e tecnicamente ben realizzato. Di certo il punto più alto (dal punto di vista tecnico ma anche emotivo) dell’intera serie.

Bye Ringo. I dodici numero col tuo nome sopra hanno funzionato a dovere. Ci rivediamo in una prossima vita.

So long, Ringo. I dodici numero col tuo nome sopra hanno funzionato a dovere. Ci rivediamo in una prossima vita.

E così siamo arrivati alla fine di Ringo e all’inizio di Nuovo Mondo. Per ora è uscito solo il primo numero, sceneggiato da Roberto Recchioni e Luca Vanzella e disegnato (coadiuvato dai colori di Annalisa Leoni) da Gigi Cavenago.

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Pianeta nuovo, protagonista (semi) nuova, avventure nuove. Siamo giusto all’inizio, quindi di certo è ancora presto per lanciarsi in giudizi definitivi. Quello che meglio funziona di questo volume è “l’effetto Avatar”, quel senso di meraviglia che si prova a guardare un mondo alieno con la sua flora stramba e la sua fauna stramba. Certo, per immersività non siamo ai livelli del film di James Cameron (che non ho paura d’ammetterlo, manco ad anni di distanza, ho apprezzato molto), ma il cambio d’ambientazione funziona e promette bene.

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Ora passiamo alle cose che non funzionano. In primo luogo: lo spiegone. Due pagine per descrivere a parole i cani (che sono le versioni senz’anima [e dal design meno figo] dei corvi che comparivano in Ringo). Due pagine per dire a parole cose che si sarebbero dovute dire per immagini, poco alla volta, quando serviva. Sta cosa dello spiegone che deve per forza star lì ad esplicitare cose, a creare un background al lettore perché non si sa come costruirglielo nel racconto, deve sparire dalla faccia della Terra. Per sempre. Non lo voglio più vedere.

Il mecha design (per quanto a mio avviso meno d'impatto di quello dei corvi [anche se in quel caso non era proprio "mecha" design]) funziona. Un po' meno le due pagine di spiegone che ne accompagnano la presentazione.

Il mecha design (per quanto a mio avviso meno d’impatto di quello dei corvi [anche se in quel caso non era proprio “mecha” design]) funziona. Un po’ meno le due pagine di spiegone che ne accompagnano la presentazione.

Seconda cosa che non funziona, il maledetto robottino/spalla (involontariamente) comica della protagonista. Altro recente cliché di un certo tipo di narrazione, praticamente un mix tra l’aiutante bambino, R2D2 e una macchina per spiegoni. Altra cosa che deve sparire, soprattutto perché poi compaiono dialoghi inverosimili quando si infila nella scena l’amico immaginario (morto) della protagonista.

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Quel robottino lì, quello giallo.

L’ultima cosa, che non è che non funzioni ma che comincia a farmi storcere un po’ il naso, è la compartimentazione delle stagioni. Mi spiego. Capisco l’esigenza di creare un prodotto che chiunque arrivi lo può fruire liberamente. Non hai letto niente di Orfani ma vuoi comprare il numero 7 della miliardesima stagione? Lo puoi fare. Bisogna guardarsi bene dal creare una continuity Marvel-style che peserà per sempre sulle spalle di ogni nuovo lettore come un mostro inaffrontabile.

Tuttavia bisogna anche cercare il modo di gratificare il lettore affezionate, quello che legge la serie dal suo primo numero e che vorrebbe vedere uno sviluppo più orizzontale, una struttura nella quale eventi passati possono (quando devono) avere ripercussioni sul presente.

Ecco questa cosa manca, anche per via del continuo cambio di setting e di cast che favorisce di certo il nuovo lettore ma che tende a confezionare prodotti isolati, scatole chiuse più che il proseguire di un’unica grande storia.

Per dire come sia effettivamente questo Nuovo Mondo è ancora presto. Le premesse (nonostante gli scivoloni sopra citati) per una buona avventura ci sono, vedremo come procederà la narrazione e ne riparleremo. Quello che è certo è che Orfani si è insediato stabilmente nella lista di quelle letture che magari non saranno dei capolavori, magari potresti pure fare a meno di leggerle, ma che mese dopo mese accompagnano lo scorrere delle stagioni.

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L’opera di Recchioni forse non è del tutto riuscita nel suo intento d’essere un punto di svolta radicale nel processo di svecchiamento del bonellide, ma sicuramente fa del buon intrattenimento e si è ritagliata uno spazio in quelle piacevoli (forse addirittura futili, chissà) abitudini che ci si porta avanti per tanto tempo. Ed è abbastanza così.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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