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Vite velenose

Salve a tutti e bentornati. Spero ve la passiate bene in questo lento inizio di primavera. Ma parliamo di cose serie.

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Qualche tempo fa, sarà ormai un paio di settimane, mi sveglio con la voglia di andare in fumetteria e lasciarmi sorprendere. Un po’ per attitudine mia e un po’ per “andare sul sicuro”, qualunque cosa voglia dire, troppo spesso uso la fumetteria solamente come punto di ritiro del materiale che mi sono previdentemente premurato di prenotare. Funziona grossomodo sempre allo stesso modo: entrata, “salve!”, “vorrei ritirare le mie prenotazioni”, “fanno millemila euro, grazie”,“grazie a lei, arrivederci”, uscita.

Tutto il ben di dio ammucchiato nei vari scaffali si becca a malapena un’occhiata di sghimbescio perché non ho mai abbastanza soldi né abbastanza tempo per rischiare di farmi tentare eccessivamente da quel titolo che “guarda che figo lo devo avere”. Ma un paio di settimane fa decido che voglio qualcosa di differente, qualcosa di non ordinato mesi fa e poi spasmodicamente atteso. Così entro in fumetteria e mi guardo attorno.

La mia attenzione viene catturata da un particolare volume che già mi aveva solleticato più volte quando lo guardavo di sghimbescio. Quindi perché no? Preso, portato a casa e letto al volo. Se seguite la pagina Facebook di Dailybaloon (cosa che dovreste voler fare perché ci pubblico un sacco di roba bellissima [che poi non è manco così vero quindi, se preferite fare gli avventori occasionali, tranquilli che non se la prende nessuno]) saprete già che il volume in questione è Velenose, scritto da Thomas Gilbert ed edito in Italia da BD nella favolosa collana Psycho Pop.

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Partiamo con una premessa. Velenose, per quanto in maniera non del tutto inaspettata, colpisce durissimo. Niente mezze misure, niente mezzetinte. Le tavole impressionanti fatte di tratti sgraziati e accesi colori dissonanti non lasciano scampo fin dalle prime pagine. Quello di Velenose è un mondo d’eccessi, in un qualche modo intrinsecamente sporco, dal quale non c’è via di fuga.

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Nelle 160 pagine con le quali Thomas Gilbert porta a conclusione il volume assistiamo alla meteora che è la vita di due adolescenti, Nour e Domitille. Due ragazze diverse eppure indissolubilmente legate. Domitille sembra ad una prima indagine “quella a posto con la testa” delle due: apparentemente (almeno all’inizio) rilassata, non sembra il tipo di ragazza capace di combinare grossi casini. È tuttavia, in una maniera sottile e a tratti quasi sottintesa (di nuovo, almeno all’inizio), completamente succube di Nour, amica d’infanzia e compagna di mille avventure.

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Nel loro comune immaginario Nour e Domitille si vedono, rispettivamente, come Medusa e Atena. Dettaglio parecchio interessante…

Nour è quella “veramente fuori di testa”. Pessimo rapporto con il proprio corpo, un’aggressività che probabilmente maschera una profonda fragilità, in perenne ribellione all’ordine costituito, sempre pronta ad ogni forma d’eccesso e trasgressione ma al contempo tesa verso “il grande amore”. Lei è, in maniera meno banale di come la sto per mettere, la tipica “cattiva influenza”, quella che ti porta fuori strada trascinandoti con sé in un baratro possibilmente senza ritorno.

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Ed è esattamente quello che succede a Domitille. Trascinata e sballottata nel turbinio di emozioni e desideri contrastanti provati e provocati dalla “grande amica” Nour, fino ad un punto di rottura definitivo e, in un certo senso, esemplare.

Sullo sfondo si snoda una sorta di sempiterno e violentissimo disagio (e scontro) generazionale amplificato dal benessere economico e da una libertà generata dall’assenza rumorosa di figure genitoriali degne di questo nome. Il padre di Nour non si vede una sola volta dall’inizio del volume. La madre di Domitille appare come una donna patetica dall’esistenza lacrimosa venata d’autocommiserazione, mentre il padre è un essere squallido, praticamente un ragazzino troppo cresciuto che non ha ancora capito come ci si comporta.

Come dicevo in apertura, anche visivamente Velenose si presenta bene, più che bene, sfoggiando un tratto che perfettamente si adatta alle situazioni descritte amplificandone l’impatto e creando una sorta di disagio nel lettore. La palette cromatica si compone di colori accesi, a tratti acidi, contrastanti l’uno con l’altro. Il tutto unito ad una sapiente regia che regge il ritmo incalzando verso il finale. Il risultato è aggressivo e funzionale, disorienta e stordisce per la sua crudezza ma anche per la sua irresistibile bellezza.

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Crudezza/bellezza che è un po’ la dicotomia su cui poggia tutto il volume, dai disegni alla trama al rapporto tra le due protagoniste e tra loro e il resto del mondo. Un mondo percepito come aspro e inospitale fatto di feste languide e unticce, a tratti repellenti, ma al contempo (forse morbosamente) affascinanti. Un mondo in cui i rapporti non sono limpidi, basati sulla fiducia e sul rispetto, ma fondati sul bisogno e sul desiderio, sull’attaccamento, forse sull’invidia.

Velenose è un volume parecchio denso che arriva, si fa leggere d’un fiato e se ne va lasciando un po’ storditi. Ho apprezzato il suo non voler essere universale. Non c’è quel sottotesto alla “tutti i giovani sono…” o “tutti gli adulti fanno…” o “il mondo è…”. È semplicemente il punto di vista di una ragazzina instabile, definitivamente vittima degli eventi ma al contempo pure burattinaia senza controllo. E proprio questo rende il volume una lettura credibile e piacevole, che non ti fa mai dire “vabbè ma questa è un’esagerazione, il nostro mondo non è così”.

Consigliato? Certamente sì.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

PS: se vi capita, fate un giro sulla pagina Facebook di Psychopop e magari iscrivetevici. Loro sì che pubblicano sempre un sacco di bella roba.

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