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Leggere Tex, oggi

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Oggi parliamo di un fumetto (o meglio, di un personaggio) che in tutta onestà non avrei mai pensato di vedere su questo spazio. Oggi si prendono stivali, cappello e revolver. Si parla di Tex.

tex - deodato

E giusto per scaldare un po’ gli animi e rivangare nel passato, in apertura una bella pin up made in Deodato Jr, presa direttamente da un Tex che non sarà mai.

Partiamo con un piccolo ma necessario preambolo. Mi aveste chiesto anche solo qualche settimana fa se, al giorno d’oggi, avesse ancora senso scrivere storie di Tex avrei probabilmente risposto con un imbarazzato ma fermo “forse no”. Capiamoci: Tex (mi dicono) è il fumetto più venduto del mondo, con una schiera di appassionati collezionisti che manco i supereroi Corno. Va detto quindi che, di certo, cavalcare una vendita stabile e cospicua e al contempo compiacere un pubblico granitico coltivato negli eoni sono due ragioni più che sufficienti per continuare la pubblicazione di qualsiasi testata.

Tuttavia non sono mai riuscito a farmi trascinare dal fascino di questo ranger in camicia gialla e cappello. Quindi una risposta migliore alla domanda di prima (“ha senso, nel 2016, scrivere ancora Tex?”) sarebbe potuta/dovuta essere “certo che ha senso scriverlo, dal punto di vista commerciale, ma non vedo il senso nel leggerlo”. Il me ventiseienne, intrappolato nello stereotipo del Tex come “lettura per vecchi”, non riesce a vedere cosa possa offrire un personaggio percepito così vecchio (passatemi il termine) a un lettore giovane, cresciuto a cartoni animati giapponesi più che con John Wayne, praticamente impermeabile alle emozioni che solo la Frontiera (dicono) sa regalare.

western.jpg

Bè, manco a dirlo, la faccenda è più complicata di così. Qualche giorno fa (ok, forse più di qualche, ma fa lo stesso) scopro per sbaglio che sta per uscire il nuovo Tex – Speciale, per gli amici Texone. Testi di Tito Faraci e disegni di Enrique Breccia. Titolo: Capitan Jack. Sapendo che già altre volte i Texoni hanno fatto storia, la cosa mi prende subito abbastanza bene.

Tito Faraci è un (grande) autore che conosco poco e perlopiù per motivi collaterali: ha sempre lavorato a fumetti che non incontrano il mio gusto (da Diabolik a Tex a PKNA) per cui non ho mai letto nulla di suo; tuttavia ho avuto modo di conoscerlo, pur parzialmente, grazie alle introduzioni ad alcuni volumi della collana Tutto Pratt e, soprattutto, grazie ai podcast dell’interessante programma radio dalla sigla sobria Tizzoni d’inferno. Insomma, è uno che sa il fatto suo, abbastanza da smuovere in me un minimo di interesse per questo Texone.

Ma il vero gamechanger è stato senza ombra di dubbio Enrique Breccia alle matite. Non credo che il disegnatore argentino abbia bisogno di presentazioni: figlio d’arte dell’immenso Alberto Breccia, le sue immagini parlano per lui.

breccia batman

Intrigato quindi dal team creativo dietro questo albone decido di fare una prova e andare in edicola: già in altre occasioni sono rimasto colpito da opere che non pensavo potessero piacermi e, comunque, tanto devo scendere a comprare le paglie. Non sono (o almeno non ritengo d’essere) il target di riferimento di Tex: ho meno di mille anni e soprattutto non sono un grande fan della letteratura e della cinematografia western. Ma tentar non nuoce e, mi dico, alla peggio torno a casa con un volume disegnato da Breccia (e con le paglie).

tex over

Il giorno dopo, a lettura ultimata, mi ritrovo a rimuginare su un volume davvero interessante che mi fa salire una certa soddisfazione se penso che (per fortuna) mi sono lasciato convincere a leggerlo.

Capiamoci. Il soggetto in quanto tale non è nulla di eclatante. Gruppo di indiani diventa un problema, guarnigione cerca di stanarli e ucciderli. Tex si trova in mezzo con una missione di vendetta/giustizia (trovo che i confini siano in questo caso molto labili) da portare a termine.

tex 4

Dove l’albo funziona, narrativamente parlando, è nella costruzione dei personaggi. Pur muovendosi all’interno di una serie di stereotipi di genere, i protagonisti della vicenda funzionano parecchio bene: Capitan Jack, il capo della tribù indiana in questione, è un condottiero onorevole e fondamentalmente giusto, ma impigliato in una spirale di giochi di potere dalla quale non riesce ad uscire; Tex è il ranger integerrimo, spara e uccide se costretto ma è retto e privo di pregiudizi; un ufficiale delle giubbe blu mette la sua vita prima di quella dei suoi sottoposti mostrando un non scontato rispetto per la divisa; gli indiani non sono né tutti cattivi (banale) né tutti buoni (revisionismo di genere, altrettanto banale) ma ognuno ha le sue motivazioni, alcune nobili altre bieche.

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Insomma, Faraci confeziona una storia western dalla Frontiera in tutto e per tutto capace, pur rimanendo ampiamente entro i tòpoi del genere, di non scadere in cliché troppo scontati. Il ritmo è buono (anche se soprattutto alla fine sono più che altro le pistolettate a parlare) e la tensione è sempre alta, anche nei campi lunghi più descrittivi. Niente di innovativo, per carità, ma il tutto è gestito con molta classe e un buon rispetto per i personaggi e la loro caratterizzazione/evoluzione psicologica.

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Tuttavia, anche a lettura ultimata, a far sognare sono soprattutto i disegni di Breccia. L’impatto visivo del volume è straordinario (difficile aspettarsi il contrario), lo stile dell’argentino inconfondibile. I personaggi sono dannatamente veri ed altrettanto espressivi, accurati sia nelle caratteristiche fisiche che nel vestiario. I paesaggi appaiono bellissimi ed evocativi con una natura che, splendida e ricchissima o arida e inospitale, la fa da padrona in un tripudio squisito di tratteggi e dettagli. Le scene d’azione sono tese e dinamiche, nonostante si tenda talvolta a perdere il filo nei momenti più concitati, mentre i dialoghi si presentano con un retrogusto alle volte quasi prattiano.

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Quando lessi Tito Faraci affermare che quest’albo poteva rappresentare un ottimo entry point alla serie, anche per lettori inusuali (come me), pensavo non potesse essere vero. E invece ora mi trovo a pensare che magari una storia qua e là di Tex la vorrei pure leggere. Che dire, sono colpito.

Capitan Jack è un ottimo volume: stiamo parlando di una storia di genere apprezzabile anche dai non amanti (cosa non da poco) con un impatto visivo d’eccezione e disegni che tolgono il fiato. 240 pagine, di grande formato, alla bellezza di sei euro e cinquanta. Merita d’esser letto anche da chi, come me, non mangia western a colazione e non conosce il personaggio. Perché di volumi di questo livello (a questo prezzo) non se ne vedono tutti i giorni.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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