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Come (non) scrivere un fumetto di Dark Souls

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati su questi lidi. Oggi ci aspetta un ragionamento dolorosamente faticoso, pieno di acredine e delusione, riguardo un fumetto che in Italia deve ancora arrivare (e visto il risultato, anche se non arriverà mai, poco male). Ma, siccome viviamo nel mondo globalizzato e ormai recuperare pubblicazioni dall’altra parte del globo non è un grosso problema, ho pensato di spenderci comunque due paroline. Oggi tocca parlare dello spin off a fumetti di Dark Souls. Vereor nox.

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Per quelli di voi che vivono di solo fumetto o comunque non hanno mai avuto il piacere di tuffarsi nel mondo videoludico creato da Hidetaka Miyazaki, un breve riassunto. Dark Souls è un videogioco del 2009 made in FromSoftware, casa di produzione che già si era scavata una nicchia di appassionati hardcore con i vari Tenchu e Armored Core.

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Narra di un mondo in cui la Fiamma (“f” maiuscola), che un tempo creò la Disparità (“d” maiuscola) e con essa la vita e la morte, si sta spegnendo. La maledizione della non morte imperversa e il crepuscolo si avvicina. In questa terra morente vestiamo i panni di un non morto prescelto intento in un pellegrinaggio nella terra degli antichi dei per vincolare la Fiamma e, sperabilmente, rimandare l’inevitabile.

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Probabilmente non c’avrete capito niente perché mi sono spiegato a cavolo, ma fortunatamente Youtube è infestato di video che raccontano Dark Souls meglio di quanto potrei mai farlo io quindi vi rimando a cercare là spiegazioni più esaurienti. Provate i canali di EpicNameBro o di VaatiVidya.

Non voglio perder tempo a spiegarvi il mio punto di vista sul gioco, sulle sue meccaniche e sul fenomeno che ha creato dietro di sé: non siamo, d’altro canto, un blog di videogiochi. Quello che (forse) è importante sottolineare in questa sede è che ho amato Dark Souls alla follia: il suo mondo, la sua narrazione, le storie dei suoi personaggi e le sensazioni e le emozioni che è stato capace di smuovere. E, come sempre quando si parla di adattamenti/sequel/spin-off/remake di opere che mi hanno toccato per davvero, all’annuncio di questo fumetto la mia mente attraversò le consuete tre fasi dell’hype: euforia, preoccupazione, cauto (cautissimo) ottimismo. Ottimismo dettato più dalla speranza che tutto vada bene più che dalla fiducia nel futuro.

embers

Poi il fumetto è uscito, edito da Titan Comics, scritto da George Mann e disegnato da Alan Quah (entrambi con una trascurabile carriera di adattamenti fumettosi). Me ne sono tenuto alla larga aspettando l’edizione italiana. “Bisogna saper aspettare”, mi son detto. Ma un giorno in cui avevo del tempo da riempire mi sono chiesto “perché no?”, e ho letto il primo albo in lingua originale.

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Cominciamo bene…

Lasciamo ogni indugio e premettiamo che di questo primo albo non si salva nulla. Giusto la copertina sarebbe anche passabile se non fosse che non ha nulla a che vedere con il contenuto dell’albo e a me il fanservice così becero e gratuito fa salire la bile in bocca. Ma anche volendo salvare la copertina… del resto, dicevo, non si salva nulla. Siamo ben oltre l’insufficienza grave. Chiarito il punto, vorrei dividere il ragionamento in due parti: perché questo titolo è fallimentare in primo luogo come spin off di Dark Souls e in secondo luogo come fumetto di per sé. Andiamo con ordine.

Quando si fa uno spin off, che sia o meno transmediale (il che, va detto, aggiunge difficoltà al lavoro [ma non è una scusa]), bisogna in qualche modo rifarsi all’opera originale. Che sia nell’ambientazione o nei personaggi, che sia nella struttura della narrazione o nei temi trattati, che sia visivamente o emozionalmente, che sia per contrasto o per affinità… un richiamo all’originale ci deve stare. E questo non soltanto per fare contenti i fan (che saranno comunque i primi fruitori e quindi se sono contenti è meglio), ma perché sennò tanto valeva fare un’ip nuova e buonasera.

Ora, per quanto mi riguarda nel caso di Dark Souls questo richiamo non poteva essere banalmente “facciamo un mondo in cui c’è sta Fiamma che si spegne, i draghi, ci buttiamo dentro un paio di personaggi noti ed è andata”. Così non può bastare. Perché il videogioco non funzionava in virtù della sua storia, a dirla tutta niente di eclatante in sé e per sé, ma per via del suo impianto narrativo, dell’idea di un racconto sussurrato, talvolta quasi invisibile. Anche la sola gestione dei personaggi regalava uno straniante senso di genuinità: quest che proseguivano che noi le vedessimo o no, un’interazione enigmatica fatta più di azioni che di parole, motivazioni spesso nascoste che portavano ad atti imprevedibili, e soprattutto il completo rifiuto di prender per mano il giocatore e dargli tutti gli elementi (soprattutto quelli che una persona reale in quella situazione terrebbe per sé).

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In realtà ci sono due campane del risveglio…

E infatti il gioco si apriva con una serie di indizi vaghi (e volutamente contraddittori) lasciati da personaggi indifferenti o guidati da convinzioni personali, giuste o sbagliate, che lasciavano il povero non morto prescelto a cercarsi da solo la strada nel mondo.

Il fumetto inizia invece con uno spiegone che Recchioni spostati, rigurgita sul lettore una quantità di parole e dialoghi mai vista facendo interagire i suoi (discutibili) protagonisti in maniera posticcia e forzata. Al contempo, però, Mann non si degna di spiegare per davvero cosa stia succedendo (o dove stia succedendo) perché “oh, è Dark Souls: il pubblico è abituato a non capirci una minchia”. Così facendo lo scrittore riesce nell’ardua impresa di tradire il meraviglioso impianto narrativo originale stuprandolo con un fiume di parole e, al contempo, di non raccontare veramente nulla scarabocchiando una storia dalla collocazione e dall’identità (a voler esser buoni) confuse.

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Per inserire lo spin off grossomodo nel presente del videogioco, quando il mondo è già avviato sul viale del tramonto, sarebbe stato necessario (e doveroso) rispettare l’atmosfera di quel presente fatto di silenzi, di malinconia, di luoghi magnifici ormai in rovina, di solitudine. E non è che non esistano fumetti con quel respiro, basti pensare a gran parte della produzione di Nihei che, traslato dal cyberpunk estremo al fantasy più classico, sarebbe stato più che perfetto per questo lavoro. Insomma: prendi Blame!, trasportalo a Lordran e in pratica hai un fumetto di Dark Souls bello che fatto.

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Immagine di e-humbert, fate un salto sulla sua pagina di DeviantArt.

Altrimenti, se proprio i dialoghi ci dovevano stare, si poteva guardare al passato andando a coprire zone di narrazione lasciate scoperte (i regni di Astora o Catarina, la Scuola del Drago di Vinheim, l’età dell’oro di Anor Londo…) e raccontando le gesta di eroi del passato e della gente comune alla nascita della maledizione (magari senza scadere nel banale zombie apocalypse).

Oppure si sarebbe potuto giocare forza sui sentimenti raccontando il viaggio del non morto prescelto da un altro punto di vista, spostando il focus sui comprimari della storia originale o approfondendo quei personaggi lasciati maggiormente in secondo piano (Oscar primo tra tutti, ma anche Priscilla, Sieglinde, Shiva dell’Est, Marvellous Chester…). Magari si sarebbe potuto ottenere un risultato qualitativamente ed emotivamente simile al meraviglioso video We are the souls di ThePruld che, nei suoi poco più di cinque minuti senza parole, è una sublime spadata al cuore.

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Il titolo di Titan Press sceglie una strada intermedia confezionando è un albetto sciapo ed insignificante che non ha nulla, tecnicamente e narrativamente, dell’opera cui ruba il titolo e non aggiunge al mito niente che un appassionato sentisse il bisogno di sapere. Unica parziale possibilità di redenzione l’eventuale conferma dell’identità del comprimario e una sua adeguata caratterizzazione psicologica che però, francamente, dubito vedremo mai.

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Sarà lui, o non sarà lui?

Ma, direte voi, queste non sono che le lamentele di un fanboy incazzato perché gli hanno toccato il giocattolo preferito. Forse in parte è così. D’altro canto è inevitabile che quando si va a smanacciare cose che gli stanno a cuore, all’appassionato salga facilmente il sangue al cervello. Non ne sono immune.

Ma anche tolta la delusione “da appassionato” tradito nelle aspettative di “ciò che poteva essere e invece non è stato”, Dark Souls è un fumetto carente al limite del ridicolo. Riesce difficile credere che sia un prodotto professionale e non una fan fiction di serie c. Lo spiegone iniziale di cui sopra non è una porcheria al limite dell’illeggibilità di per sé, annoia senza raccontare e si compone dei soliti beceri giochetti per portare il lettore al passo.

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Dopo un’intro dimenticabile quanto banale la narrazione procede esile e forzata e, a fine volume, ci si trova in mano un pugno di mosche dal senso vago e dall’appeal ancora più vago. I pochi momenti (quasi) riusciti riguardano quelle che potrebbero quasi sembrare le basi per una caratterizzazione, per ora del tutto assente, della protagonista. Momenti che però contengono anche il punto più basso del volume (per contrappeso, sennò troppa decenza tutta insieme): l’entrata in scena di un fintissimo Solaire, semplicemente imbarazzante.

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Dall’altra parte del team creativo, sotto una fuorviante coltre di colorazione smarmellata i disegni di Quah sembrano usciti da una versione alternativa della peggiore Image di inizio anni ’90. Se l’impianto generale è un po’ quello, in certi tratteggi e certe regie, al contempo qui non c’è il minimo gusto per la potenza visiva, la tensione muscolare e il dinamismo estremo (e se all’Image di quegli anni togli dinamismo e potenza, cosa le resta oltre all’imbarazzo?). Le tavole, anche le più architettonicamente astruse, sono anonime, spente, statiche, il character design bieco e stanco, l’azione farraginosa e sgraziata.

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Come dicevo in apertura, che siate fan o meno, non si salva nulla. Se Mann e Quah non avessero completamente cannato atmosfera, tecnica e sostanza (o se avessero affidato il lavoro a Nihei), il fumetto di Dark Souls sarebbe potuto essere una gran cosa, raccontare tormentate storie di pellegrinaggi silenziosi ed eroici sacrifici o esplorare ed espandere il mito di Lordran e dintorni. Invece ci ritroviamo con questa robaccia buona giusto per accendere il fuoco. Che ironia…

vereor nox

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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