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Snowpiercer: di treni che corrono sul ghiaccio e della salvezza del genere umano

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Ormai settembre è bello che avviato e ci stiamo muovendo verso l’autunno. La voglia di fresco si fa sentire ma, manco a dirlo, c’è ancora un’afa che ve la raccomando (almeno c’era afa quando ho scritto il pezzo, mannaggia alla mutevolezza del clima…). Così mi sono ritrovato a desiderare qualche lettura refrigerante e ho pensato che fosse il momento buono per tuffarmi su Snowpiercer, rimasto troppo a lungo nella pila delle “cose da leggere in futuro”.

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Per cui eccoci qua, senza formalizzarci troppo sul fatto che l’ultimo albetto sia uscito ormai nove mesi fa che tanto non abbiamo mica fretta e i fumetti non hanno (grazie al cielo) una data di scadenza. Tutti a bordo. Si parte.

Non voglio parlare del film “liberamente ispirato” alla prima parte del fumetto, per quanto forse è bene chiarire subito due cose. La prima è che fu proprio la visione del film a spingermi a comprare il fumetto che, altrimenti, avrei probabilmente lasciato a prender la polvere sullo scaffale della fumetteria. E la seconda è che, per quanto mi riguarda, il film centra il bersaglio molto meglio del racconto originale di Lob e Rochette.

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Cercherò di evitare paragoni tra la pellicola e l’originale cartaceo, ma non posso negare d’aver approcciato la lettura con una certa aspettativa creata dalla versione cinematografica (nonostante il film l’abbia visto ormai anni fa) e che tale aspettativa sia in qualche modo rimasta tradita (mi riferisco in particolar modo alla prima parte dell’opera, per la quale [per ovvie ragioni] il paragone diretto è più efficace).

Ma andiamo con ordine. Ambientati nel mondo congelato immaginato da Jacques Lob ormai quasi trent’anni fa, troviamo diversi racconti più o meno scollegati. L’ambientazione è quella, e a dir la verità i capitoli secondo e terzo sono uno il seguito diretto dell’altro. Ma, forse a causa dei quindici anni passati dalla pubblicazione di un pezzo all’ideazione del successivo, ognuno ha una sua identità e può esser letto da solo con una certa tranquillità.

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Unico sottile filo conduttore, ambientazione a parte, il disegnatore. Jean-Marc Rochette rimane alle matite dal primo episodio (del 1984) fino alla fine (del 2015, trent’anni più tardi), ma il suo stile subisce un’evoluzione talmente drastica ed evidente che anche da questo punto di vista possiamo trattare gli episodi come quasi-separati. Quindi facciamolo.


PARTE PRIMA: La morte bianca

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Al mondo è successo qualcosa di parecchio brutto. Come da miglior tradizione post-apocalittica non se ne spiegano esplicitamente le cause né si raccontano gli “ultimi giorni della civiltà”. Quello che si sa è che un perenne e rigidissimo inverno ammanta il globo di un impietoso strato di ghiaccio, la morte bianca attende chiunque rimanga allo scoperto. È il nuovo status quo del pianeta. L’unica salvezza del poco di umanità rimasta è lo Snowpiercer, un treno in moto perpetuo attorno al globo il cui viaggiare alimenta un piccolo ecosistema formato da mille e una carrozze.

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Proloff riesce a fuggire dai vagoni di coda, che ospitano gli indesiderabili, l’ultima classe sociale, e inizia così il suo viaggio verso la testa del treno, sede della ricchezza, della prima classe, di eccessi e perversioni. E soprattutto della Santa Locomotiva e dei suoi segreti.

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Lo sceneggiatore Jacques Lob parte da un soggetto buono e da qualche spunto davvero azzeccato e confeziona un racconto distopico/post-apocalittico buono ma che, a mio avviso, manca almeno in parte il bersaglio. Il worldbuilding, in primis l’idea del treno e la sua realizzazione, sia grafica che narrativa, è interessante ma non abbastanza dettagliato [certo, fosse dipeso da me ne sarebbe uscito più un manuale d’ambientazione stile gdr che un fumetto, quindi magari meglio così].

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Quello che arriva al lettore è quindi più la (dis)avventura personale del protagonista che una disamina sociale. Lo sfondo della lotta di classe, di tensione eversiva al limite del rivoluzionario, è qui un tema quasi sopito, sottinteso attraverso mille cliché, e il focus è centrato sul singolo personaggio (che è pure uno stronzo egoista). Il che può anche andar bene, ma non è quello che cerco da una narrazione di questo tipo. Almeno da questo punto di vista il film funzionava parecchio meglio, calcando la mano più sul nuovo mondo e la sua società e dando quindi tutto un altro perso alla rivelazione finale e al viaggio necessario per arrivare a tale rivelazione.

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PARTE SECONDA: Il geoesploratore e La terra promessa

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Salto in avanti di quindici anni. Siamo a cavallo di fine millennio e, stavolta con i testi di Benjamin Legrand, Snowpiercer torna sugli scaffali con un dittico di capitoli intitolati rispettivamente Il geoesploratore (1999) e La terra promessa (2000). Stavolta siamo su un altro treno, ma ambientazione e idea di fondo sono sempre le stesse.

Solo che, saranno i quindici anni passati, sarà il cambio di sceneggiatore, tutto funziona molto meglio. Il worldbuilding è ben più definito e convincente, con la giusta dose di dettagli distribuiti qua e là a render più credibile (e intrigante) la situazione dei sopravvissuti sul treno, e anche la vicenda narrata (pur con qualche lacuna) è decisamente più organica per quanto più intricata.

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L’attenzione narrativa, pur passante sempre per le vicende del protagonista (il geoesploratore Puig Vallès [i geoesploratori sono tipo dei palombari della neve, inviati fuori dal treno per oscuri motivi]), è tesa più che altro alla descrizione sociale: il potere con i suoi secondi fini, i segreti, il controllo delle masse attraverso religione e intrattenimento, la nascita di movimenti eversivi che accusano il governo di complotto.

Impossibile non notare come questa seconda parte fili decisamente più liscia della prima e convinca ben di più, nonostante possa risultare talvolta confusionaria, anche a causa di qualche scelta di lettering poco convincente. In particolare La terra promessa, pur muovendosi attentamente dentro svariati stereotipi di genere senza allontanarsi mai dai binari sicuri, è un racconto che funziona più che bene.

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Da notare inoltre la stupefacente evoluzione grafica di Rochette che, dal tratto piuttosto classico del primo capitolo, dipinge qui con segni pastosissimi e campiture estese e meno nette. Il risultato è eccezionale per immersività ed impatto/coinvolgimento visivo.


PARTE TERZA: Teminus

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Passano altri quindici anni quando Snowpiercer torna a far capolino sugli scaffali, stavolta con testi di Olivier Bocquet. Terminus è il seguito diretto de La terra promessa e racconta la nuova vita dei superstiti del secondo treno, accolti in una comunità di gente mascherata da topo (perché sì) che sembra tanto buona e invece è, manco a dirlo, tanto cattiva (o almeno molto pazza).

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Tutto funziona bene, stavolta c’è addirittura un finale profetico che pare chiudere davvero la vicenda; bella la descrizione della vita in quest’oasi post nucleare, delle sue regole e della sua struttura, del rapporto tra i vecchi e i nuovi arrivati (che fa un po’ Lost ma non ci formalizziamo). Solo che…

Dov’è il treno? Certo, i personaggi son quelli e la storia è, entro certi limiti, il proseguo e la conclusione naturale della saga. Ma se a Snowpiercer togli il treno, cosa rimane?

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No, la giostrina non conta come treno.

Capiamoci. Terminus è dal punto di vista strutturale e narrativo, a mio avviso, il migliore dei capitoli della saga. Intriga il lettore, lo cattura spingendolo pagina dopo pagina come le sezioni precedenti non riuscivano a fare (non così efficacemente, quantomeno). Rochette diventa ancora più convincente aggiungendo un pizzico di nervosismo alla Sean Murphy al suo tratto sempre più materico. L’intelligente uso del colore amplifica l’impatto visivo. I testi di Bocquet, saranno i trent’anni passati dal primo capitolo, risultano più freschi e appetibili. La narrazione si prende il suo tempo e scorre fluida senza lesinare in spettacolari vedute del mondo ghiacciato. Non mancano scene davvero ben pensate, anche visivamente, e qualche idea interessante (ad esempio l’ascensore).

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Ma non c’è il treno. E se a Snowpiercer togli il treno quello che rimane è un racconto distopico/post-apocalittico come tanti altri. Ben scritto e ben disegnato, godibile e con qualche spunto interessante, ma anonimo, privo di quella cosa che ti faceva pensare “toh, guarda te che bella trovata”.

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Mettendo tutto assieme, Snowpiercer risulta una buona lettura, non priva di limiti e con qualcosina che si sarebbe potuta direzionare meglio. L’idea di base è davvero intrigante, più nelle intenzioni e nell’ambientazione che nella storia in sé, e riesce a catturare l’immaginazione e far volare la fantasia. In più se consideriamo che l’intera saga vi viene a costare 16 euro, una letta non gliela toglie nessuno. Magari vi può fare da spunto per l’ambientazione della vostra nuova campagna di Cyberpunk (lo so, con i giochi di ruolo sono fermo agli anni ’90…).

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “Snowpiercer: di treni che corrono sul ghiaccio e della salvezza del genere umano

  1. Pingback: Lo spiegone: settembre 2016 | dailybaloon

  2. Ho visto solo il film, nemmeno tanto tempo fa, e mi è piaciuto tanto da farci più di un pensiero sul fumetto senza mai arrivare a prenderlo. Dopo aver letto il tuo articolo mi sa che passo oltre e mi tengo il ricordo del film.

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