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Killing and Dying, o dell’inadeguatezza alla vita

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Partiamo con una (colpevole) ammissione di responsabilità: prima di qualche giorno fa non avevo mai letto nulla di Adrian Tomine. Certo, ne ho molto sentito parlare, però nulla. Che volete farci, nessuno è perfetto.

Così quando Rizzoli annunciò l’edizione italiana di Killing and Dying (fastidiosamente rinominata Morire in piedi) pensai “perché non cominciare ora?”. Così comprai il volume e lo misi nella pila delle cose da leggere dove ha trascorso il giusto tempo (ormai penso alla mia pila di cose da leggere come a una sorta di purgatorio che i fumetti devono attraversare prima di finire finalmente tra le mie mani), fino alla scorsa settimana quando mi sono finalmente deciso.

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Non sapevo bene cosa avrei trovato dentro a questa raccolta di racconti brevi ma ad essere onesto mi aspettavo un fumetto po’ hipster dal fascino adulto tutto sopracciglia e sapori acri. Uno di quei fumetti che l’immancabile amico col risvoltino ai pantaloni, maglia collo a v, occhiali da sole anche se piove, caffè di Starbucks in mano, Internazionale sottobraccio e MacBook Air nel tascapane di canapa vi consiglierebbe con quel pizzico di supponenza che lo contraddistingue.

Non so perché avevo quest’immagine in testa.

Mi sbagliavo? Bè, sì e no. Da un lato c’avevo visto giusto, perché di certo se dovessi consigliare un fumetto al sopracitato amico non esiterei un secondo e gli consiglierei proprio Killing and Dying di Tomine. Perché, a partire dalla sua estetica di copertina, il volume ha quel fascino da hipsterata capace guadagnarsi un posto in libreria che sia ben visibile per far colpo sulle signore sofisticate. E l’amico di cui sopra ha letto tre fumetti in vita sua (Una ballata del mare salato, La mia vita disegnata male e Buddha di Tezuka), tutti per far colpo sulle signore. Di suo gusto preferisce Bertrand Arthur William Russel, David Foster Wallace, Jonathan Safran Foer e (ovviamente) l’oroscopo di Internazionale. I primi tre sempre per far colpo sulle signore e l’ultimo per capire se la tattica sta funzionando.

D’altra parte però il libro in questione è davvero davvero bello, nei contenuti oltre che nell’estetica (che per quanto mi possa lagnare funziona alla grande), e questo lo rende la cosa forse più lontana dall’hipsterata che si possa immaginare. Quindi sì, mi sbagliavo.

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Killing and Dying (continuerò a chiamarlo col titolo originale, fatevene una ragione) si compone di sei racconti, narrativamente scollegati e, almeno di primo acchito, eterogenei esteticamente, uniti da un sottile ma tangibile filo conduttore. I personaggi su cui Tomine sceglie di posare l’attenzione sono tutti persone normali che vivono le loro patetiche, rovinate vite normali. L’autore, non senza una vena di cinismo, analizza i sogni, le delusioni ed in particolar modo l’inadeguatezza di questi regular everyday normal guys, ed è proprio la loro inadeguatezza a guidare il lettore e a dare compattezza all’antologia.

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Non importa che tale inadeguatezza derivi dal profondo della propria psiche, che venga percepita per proiezione sugli altri o a seguito di casualità generate da un mondo indifferente e beffardo al limite della crudeltà. Leggendo Killing and Dying si respira un’aria di irrimediabile compromesso, di tensione verso una necessaria quanto apparentemente inarrivabile accettazione di sé, della propria condizione e dei propri limiti.

Ma anche quando tale accettazione pare infine essere raggiunta il lettore non può che rimanere con un lontano ma persistente amaro in bocca. Perché la scelta di Tomine di concentrarsi su persone ordinarie, su scenari quanto più normali possibile, su drammi (per quanto gravi) quotidiani, non esonera il fruitore dell’opera dal circolo inadeguatezza/accettazione/compromesso sperimentato dagli stessi protagonisti dei racconti.

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Siamo ben lontani dai drammoni esistenziali, dagli intrecci incredibili che non possono che esser frutto della penna di demiurgo (non certo della realtà), o dalle catastrofi psicologiche di altri narratori di una “normalità pessimista”, penso ad esempio a Inio Asano. Qui i punti di rottura sono piccoli, o comunque credibili, avvenimenti quotidiani nei quali il lettore può in certa misura identificarsi. Pertanto, anche grazie a qualche giochetto narrativo ben piazzato (come i per una volta efficaci sfondamenti della quarta parete), lettore e personaggi sono costretti a porsi sullo stesso piano, a interrogarsi sugli stessi punti, a riflettere ognuno sulla propria inadeguatezza per fare i conti con propria realtà.

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Il quadro suggerito in Killing and Dying non è il classico percorso dell’eroe che si rialza da sfide inenarrabili per giungere al tesoro e alla salvezza finale quanto piuttosto un continuo tentativo di adattamento che può essere efficace, se può esserlo, solo dopo un lungo e combattuto percorso interiore. Non c’è epicità, non ci sono grandi imprese né idilliache ricompense, solo la necessità di andare avanti per quanto possibile senza perdere troppi pezzi di sé.

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E se nei contenuti l’autore decide di parlare della normalità, visivamente lo fa con una collezione di stili eterogenea ma sempre posata e priva di effetti speciali. La semplicità del tratto (in quasi tutti i racconti) è strabiliante ed accompagna il lettore lungo storie sofferte raccontate con tranquilla puntualità. Anche la gabbia, quasi sempre fissa, suggerisce l’incessante ma mai precipitoso incedere del tempo. Perfino nel racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui si hanno 20 vignette per tavola dall’inizio alla fine, non c’è frenesia, non c’è ansia. Solo la crescente consapevolezza che, in un modo o nell’altro, bisogna accettare e accettarsi.

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Concludendo. Ammetto che, nonostante quanto mi aspettassi, Killing and Dying mi ha stupito. Adrian Tomine si conferma il cosciente e capacissimo narratore che tutti (e intendo proprio tutti, non solo l’amico coi risvoltini di cui parlavamo in apertura) dicono che è. Per quanto non sia un grande estimatore delle “storie normali di uomini normali”, perlomeno non in questa salsa e non in questo periodo della mia esistenza (i gusti cambiano), devo dire d’esser soddisfatto dell’acquisto e della lettura. Ora sono pronto a mettere il volume in bella mostra in libreria per far colpo sulle signore. Quantomeno sulle signore sofisticate.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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2 thoughts on “Killing and Dying, o dell’inadeguatezza alla vita

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