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Di paperi e di tristezza, di malvagità, di rimpianto

Ragazzuoli, salve a tutti bentornati. Ho finalmente avuto il tempo e lo stato d’animo adatto per leggere One$, ultimo volume della trilogia dei Paperi dei Rincione Bros. Direi che è quindi giunto il momento di dire due paroline riguardo questa serie di spillati piccola piccola ma dura durissima. Buona lettura!

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Dunque. Paperi si compone di tre volumi, ognuno con il suo titolo: PaperUgo, PaperPaolo e, appunto, One$. Questo conferisce ad ogni parte (o almeno dovrebbe conferire, ma su questo torniamo poi) una propria identità. E così abbiamo PaperUgo, solcato da una profonda depressione; PaperPaolo, colpevole di mali indicibili e, infine, One$: l’estremo tentativo di una redenzione che, nel mondo dipinto dai fratelli Rincione, non può esistere.

Non starò qui a raccontarvi di come l’universo narrativo di quest’opera sia una versione distorta e intrinsecamente malata del puccettoso e zuccherato mondo Disney. Questo lo sapete già. Quello che non sapete, a meno che non siate dentro la mia testa (ma in quel caso uscite non ho riordinato), è che l’uscita di PaperUgo è stata per me un fulmine a ciel sereno. Un colpo durissimo alla bocca dello stomaco che mai mi sarei aspettato.

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Certo le prime immagini che si vedevano online lo lasciavano intendere, ma il volume letterato e tutto il resto rimane per quanto mi riguarda una delle robe più inaspettatamente intense che mi siano capitate nel recente passato.

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Marco, ai testi, racconta la profonda depressione di Ugo, intensificata dal suo ruolo pubblico di attorucolo tutto buoni sentimenti. Il baratro incolmabile che si apre tra l’immagine pubblica di Ugo, tutto sorrisi e frasi fatte sull’amicizia, e l’ineluttabile solitudine (sia interiore che esteriore) scarnifica la già provata psiche del papero, inerme alla vita in un mondo perlopiù indifferente.

Non mancano scene crudeli, capaci di mettere il protagonista ma soprattutto il lettore a disagio con sé stesso. Ma lo sceneggiatore si dimostra capacissimo e non si lascia mai prendere la mano. Il risultato è un volumetto di 30 pagine in cui non c’è nulla di fuori posto, nulla è superfluo e tutto è essenziale, un prodotto limato al millimetro, un misurato e boccone amarissimo senza l’inutile smania (sempre più comune) di trascinare il lettore in un ottovolante di tristezza da 3000 pagine dal quale l’emozione scende inevitabilmente diluita. Qui di diluito non c’è nulla. E il colpo arriva forte e chiaro, appena sotto lo sterno.

In parallelo e in contrasto ai testi, minimali e misurati, gli strabordanti disegni di Giulio. In parallelo perché riescono perfettamente a tradurre in immagini la condizione di Ugo, con vignette epocali di cui ci ricorderemo nei tempi a venire, in contrasto perché visivamente strabordanti, con tratti, dettagli, colori… Il risultato è di un impatto notevole, che va ad aggiungersi alla prima botta data dal soggetto.

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Credo che négli autori né quelli di Shockdom avessero previsto il risultato di questo “innocuo” (ma solo dal di fuori) albetto: il primo volume brucia la tiratura iniziale, va esaurito ad ogni fiera in cui viene presentato, tutti lo vogliono. E a ragione.

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Poi arriva PaperPaolo, che sarebbe Paperino nel Rincione-verso (si può dire?). Anche qui immagini d’anteprima che spostati.

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Devo ancora riprendermi dalla botta datami dal primo volume, che sporadicamente riprendo in mano, attratto dal malessere che so mi metterà addosso come una falena dalla luce blu elettrificata. E mi aspetto un’altra storia di depressione, di mal di vivere. Magari un altro punto di vista.

Invece no. L’argomento è stato trattato, conciso, diretto, concentrato come il dado. Bisogna andare avanti. E quindi si va avanti, allontanando il lettore dalla comodità di “vabbé, tanto so di cosa si parlerà”. Paolo è un padre di famiglia. Ed è il Male.

Non saprei come altro descriverlo se non così. Lui non è cattivo. È la personificazione del Male, quello con la emme maiuscola. Attraverso le parole della compagna assistiamo a soprusi e violenze domestiche, esplicite o peggio [vi giuro che ho la pelle d’oca anche ora che sto scrivendo e l’albo è a 140 chilometro da qui] suggerite.

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La struttura, sia visiva che narrativa, è la stessa di prima: testi al minimo indispensabile per massimizzare la pressione sull’autore, disegni sempre esuberanti, impatto di uguale intensità. Forse maggiore, se si è più sensibili a questi temi (violenza domestica, malvagità).

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Altre trenta pagine e, dopo quel PaperUgo che tanto aveva lasciato il segno, anche PaperPaolo è andato. Due strike consecutivi, gola secca, male alle articolazioni, stomaco contratto. Ora non resta che aspettare il terzo volume. Con ansia e trepidazione, sempre di più, ogni giorno che passa. Sempre per via della questione della falena e della maledetta luce azzurrina.

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Ormai abbiamo capito l’antifona e ci aspettiamo un altro personaggio, un altro tema. E così è. One$ parla di redenzione. O meglio, della brama per una redenzione impossibile che, infatti, viene negata. Gli elementi ci sono tutti: la morte imminente, i rimorsi, l’estrema epifania d’aver sbagliato tutto, sempre. Ma il dio del mondo di Paperi è un dio beffardo, indifferente di quella indifferenza che sembra malvagità ma che, in realtà non lo è. E l’assoluzione non può che rimanere un miraggio inarrivabile.

Tutto funziona, ad esser analitici, ma comunque One$ rimane il volume più debole del terzetto. Colpisce meno duro e forse meno convinto, con il mancato perdono di fronte alla morte imminente che risulta di minor impatto rispetto alla lunga agonia di Ugo o alla malvagità di Paolo.

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Ma non finisce qui, perché con il terzo volume i Rincione fanno una cosa che, io almeno, ho trovato del tutto innecessaria: collegare le vicende raccontate nelle parti precedenti (che quindi non sono più mini-racconti di trenta pagine a sé stanti) con una specie di plot twist che… Che ci sta, è una scelta che rispetto perché questo è quello che gli autori volevano raccontare, ma che per mio gusto avrei preferito non vedere. Quello che poteva essere un “trittico sull’inadeguatezza”, a mo’ della trilogia della vendetta di Park Chan-Wook, diviene un racconto vero e proprio, in cui pezzi che potevano stare da soli vanno invece a posto incastrandosi tra loro.

Insomma, nell’ultimo terzo (forse anche a causa dell’hype, che rovina sempre tutto) si abbassa un po’ il tiro, sia emotivamente che strutturalmente, ma l’inizio folgorante e la comunque degna conclusione fanno di Paperi una lettura obbligata. I testi di Marco funzionano e non indugiano ridondanti su cose già dette, aggiungendo compattezza e incisività, senza diluire niente. I disegni di Giulio straripano, densi e bellissimi (peccato per il formato piccolo, piccolissimo: esigo una riedizione in formato A3). Se non avete paura delle mattonate non potete farvi scappare questa serie.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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