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Paper girls e la corsa disperata. Ma verso cosa?

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Oggi Image, oggi si parla di Paper Girls.

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Qualcuno cantava “cosa resterà di questi anni ’80?”. Non so chi fosse, io quegli anni mica li ho vissuti, ma ‘sta frase l’ho comunque scoperta grazie al caro Elio. Comunque, senza divagare sulle mie competenze di musica leggera italiana, il punto di quella strofa credo sarebbe dovuto essere una cosa del tipo “di questi anni ’80, una volta che saranno finiti, non fregherà un accidente a nessuno”.

Invece basta farsi un giro online, nei palinsesti di Netflix, tra gli scaffali delle fumetterie, per capire quanto gli anni ’80 siano tornati prepotentemente tra noi. In particolar modo al cinema, tra i reboot/remake/seguiti di Jurassic Park, Mad Max, Ghostbusters… Ma anche gli ormai imminenti Twin Peaks (c’era veramente bisogno?) e X-FIles. E su tutti domina Stranger Things, pregno di quell’atmosfera là, che è praticamente dappertutto e già dal logo afferma che sì, ‘sti cazzo di anni ’80 sono tra noi. Ormai se non fai una gif con le lucine di Natale che fanno le scritte non sei nessuno.

In quest’aria da pantaloni a zampissima e spavalde capigliature afro si colloca, o quantomeno si dovrebbe collocare, Paper Girls, recente fumetto Image scritto da Brian K. Vaughan (quello di Saga, per capirci) e disegnato da tale Cliff Chang. Pescate a caso una recensione di Paper Girls e, in qualche salsa, ci troverete qualcosa che vi rassicura: anche il fumetto in questione si colloca in quel filone ottantofilo di cui sopra.

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Ecco. Io tutta sta ottantofilia in Paper Girls, ambientazione a parte, non ce l’ho tanto vista. Capiamoci, non è che sia un male, è che mi aspettavo altro. Perché ok le tipe che consegnano i giornali in bicicletta a orari improbabili della mattina. Ok le feste di Halloween retrò. Ok i walky-talky. Ma per il resto tutta l’avventura sbruffona e spensierata alla Goonies, tutta la fantascienza un po’ naif alla E.T…. dove stanno? C’è però molto Dr. Who. Quello moderno con gli alieni strambotti, assurdità varie e viaggi nel tempo che non ti devi troppo stare a chiedere come funziona il paradosso. Mica quello tutto sbarellato con gli sciarponi.

Detto questo, che comunque è uno sproloquio che si può velocemente liquidare dicendo “te negli anni ’80 non c’eri quindi che cazzo ne sai?”, Paper Girls mi ha lasciato un po’ spiazzato. In primo luogo, come dicevo sopra, perché ha un’atmosfera un po’ diversa da quella che mi aspettavo: molto cupa, tesa, drammatica, molto poco Bee Gees.

E soprattutto mi ha spiazzato perché è un volume con una densità che ti lascia disorientato. In pratica c’è questa specie di invasione aliena, ma poi gli alieni sono di due tipi, e poi non sono nemmeno alieni, non proprio alieni in realtà, e poi i viaggi temporali e gli pterodattili, e poi tutti spariscono, e poi le ragazze trovano una specie di iPod. Un casino pazzesco. Non c’è respiro, per tutta la durata del volume il lettore si trova invischiato in una corsa a perdifiato tra ribaltoni, plot twist, rivelazioni e segreti.

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Un po’ troppo da masticare, tutto assieme. E allo stesso tempo anche troppo poco. Nel senso che dopo il centinaio abbondante di pagine raccolte nel volume sono successe mille cose, ma al contempo sembra che non sia successo nulla. O per lo meno quello che è successo è ben lontano dall’avere un senso nel quadro generale. Questo volume raccoglie albi pubblicati in originale nel giro di cinque mesi, mi immagino lo scazzo di star dietro a un fumetto per 150 giorni e non aver ancora idea di cosa stia succedendo. Non è più il 2004, Lost ha fatto il suo corso, la narrativa di questo tipo si è (dovrebbe essersi?) evoluta almeno un pochino.

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Non è che Paper Girls non mi abbia intrattenuto e tenuto col fiato sospeso a dovere, capiamoci, ma da Brian K. Vaughan francamente mi aspettavo una struttura narrativa più solida. Più attenta al ritmo, meno rarefatta anche sotto la coltre d’apparente crowding. Voglio dire, si tratta pur sempre del tizio che ha fatto Saga e Y the last man.

saga COLLAGEy the last man - collage

I disegni di Cliff Chang invece reggono. Meglio di quanto mi aspettassi, in realtà. C’è quella patina retrò, va detto, soprattutto nella colorazione. Ma per il resto l’approccio alla regia è parecchio moderno e va di pari passo con la storia, con le giuste enfasi, pochi momenti tranquilli e tanta frenesia. Graficamente non è proprio il mio genere (anche se gli pterodattili giganti sanno il fatto loro) ma va riconosciuta a Chang una grande capacità di rendere tutto chiaro, sempre. Quattro ragazzine che potevano essere uguali sono invece riconoscibilissime, situazioni superincasinatissime che invece si seguono bene. Non male come risultato.

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Tutto sommato Paper Girls, nonostante mi aspettassi una cosa completamente diversa, non mi è dispiaciuto. Devo ancora decidere se mi è piaciuto abbastanza, se i misteri in sospeso mi premono a sufficienza, da trascurare il vortice di cose che mi ha buttato in faccia e concedergli la lettura del secondo volume.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “Paper girls e la corsa disperata. Ma verso cosa?

  1. Nonostante mi piaccia tanto l’autore non mi ha particolarmente ispirato e l’ho lasciato sugli scaffali, mi dai un ulteriore conferma. (Però Jurassic Park è degli anni ’90, il film almeno :P)

  2. Pingback: Lo spiegone: ottobre 2016 | dailybaloon

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