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Due chiacchiere sulla generazione del millennio. Un’intervista a Lorenzo Ghetti e Claudia Nùke Razzoli

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Dopo tanto, troppo tempo, torniamo a chiacchierare di fumetto con chi i fumetti li fa. L’intervista che vi propongo oggi è stata registrata nella bellissima area autoproduzione del Treviso Comic Book Festival, il mese scorso. Ci siamo seduti sull’erba io, Lorenzo Ghetti e Claudia Nùke Razzoli, e abbiamo chiacchierato di Millennials, di autoproduzione, di supereroi…

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Se non sapete cosa sia Millennials recuperatevi subito la recensione del primo volume, la trovate qui. E poi recuperatevi subito anche l’albo che è fantastico. Lo potete ordinare qui. Detto questo non ci resta che tuffarci nella mischia. Buona lettura!

Dunque, i lettori di Dailybaloon conoscono già Lorenzo perché abbiamo avuto qualche tempo fa una lunga chiacchierata su TO BE Continued e dintorni. Quindi comincerei chiedendo a te, Nùke, di presentarti un po’: com’è stata la tua vita, come sei arrivata a fare fumetti e infine a scrivere Millennials?

[Lorenzo] Mi ha fatto la stessa domanda, non ti preoccupare.

[Nùke] Praticamente i fumetti li ho sempre fatti. Nel senso che fin da molto piccola volevo fare la scrittrice. Però volevo anche continuare a disegnare. E dopo una crisi di “com’è possibile conciliare queste due cose?” ho scoperto che esistono i fumetti! Fine. Poi ho fatto la scuola internazionale di comics di Firenze… Al di là di questo progetto ora sto lavorando anche con Mammaiuto, di cui si possono vedere un sacco di cose sia online che cartacee.

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Invece tu e Lorenzo come vi siete incontrati?

[Lorenzo] Il primo vero contatto è stato al festival Chiamata alle arti, in Piemonte e più precisamente a Bra. È un festival sia di scrittura che di fumetto e musica… Per quanto riguarda il fumetto quell’anno c’erano i Mammaiuto con Lorenzo Palloni, Francesco Guarnaccia e Claudia. Poi c’era Martoz, e io che dovevo fare un incontro su TO BE Continued. Questa era la combriccola. In realtà c’era anche Emanuele Tenderini ma lui non stava mai con noi…
E così abbiamo passato il fine settimana in questo posto, a fare gli incontri ma anche a far serata e passare le giornate assieme. Fare fumetti con le foto, cosa alla quale mi opponevo, e alla fine sbronzarci di San Simone e ballare.

Sembra un posto divertente!

[Lorenzo] Sì, sì! Ci siamo divertiti un sacco. E siamo entrati in confidenza per cui poi a Lucca, che era un paio di mesi dopo, le ho buttato lì questa idea. Perché era una cosa su cui ero al lavoro da tanto, sapevo che volevo lavorare con qualcuno per farlo, e se dovevo dire un nome a bruciapelo per me era il suo.

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E tu come l’hai presa?

[Nùke] Eh! Io l’ho presa in modo un po’ “vivi il sogno Nùke!”. Perché io leggevo TO BE Continued, e tu immaginati leggere un fumetto, essere una grande fan, e l’autore ti viene a chiedere se vuoi fare uno spin off. Ti trovi a pensare “cosa cazzo sta succedendo?!”.

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Bene! Perché poi la cosa ha funzionato, e si vede che non è stata una forzatura, una collaborazione fatta perché bisognava farla.

[Lorenzo] Per me era fondamentale che fosse un progetto che lei avesse voglia di fare. Non doveva essere un compitino per nessuno.

Però questa cosa è anche un po’ strana, se vogliamo, perché Millennials, sia come temi che come respiro, è un fumetto molto diverso da quelli che fai di solito che sono invece più intimisti, più personali in qualche modo. Questa cosa non ti ha spaventato?

[Nùke] Ma no, invece tutto il contrario. Perché alla fine ritengo di fare un po’ sempre le stesse cose. Per esempio a livello di atmosfera, con quell’aria intimista ma con la battuta, con il quotidiano che un po’ tutti hanno vissuto, i sentimenti, i discorsi… Però di azione vera e propria non ce n’è: sono persone che parlano tra di loro e con loro stesse, ma alla fine non succede mai niente. Però mi piacciono anche cose più tamarre, solo che finora non sono mai riuscita ad elaborarle. E quindi Lorenzo con Millennials è capitato a fagiolo.

E com’è stato lavorare a quattro mani? Perché leggevo l’intervista uscita su Lo Spazio Bianco qualche tempo fa in cui dicevi che lavorare a Millennials è stato un incubo… Lorenzo è così esigente?

[Nùke] No, no: faccio tutto da sola.

[Lorenzo] Questa cosa non la vedrà mai nessuno, però lei delle prime tavole ha fatto tipo 7 versioni. 7 tipi di colorazione e inchiostrazione completamente diversi. Ha fatto la prima e io ho detto “fichissimo!” e lei “no, è nammerda. La rifaccio”. Fa la seconda e io “ma è fichissimo!”, “no è nammerda, la rifaccio.” Così per sei volte.

[Nùke] Fino a quando ho fatto sei tavole consegnate e pronte per essere impaginate. Lui pensava che finalmente stavamo in pace, potevo fare la settima tavola e andare avanti. E io invece gli dico che ho buttato via tutte le tavole e le sto inchiostrando da capo.

[Lorenzo] Poi è arrivata alla dodicesima tavola e mi ha detto: “ho cambiato, ora continuo con lo stile nuovo ma poi le prime dodici poi le rifaccio”. Nonostante tutto, però, questo albo è stato fatto in un mese di lavoro.
Poi è ovvio che all’inizio può essere difficile: tutti e due fino ad adesso siamo sempre stati abituati a lavorare con noi stessi. Quindi sai cosa sei in grado di fare, sai quali sono le tue tempistiche. Per esempio io so che se sono in ritardo, un episodio di TO BE Continued in 24 ore lo faccio. Invece quando sei in due… All’inizio io ci mettevo tantissimo a mandarle i testi, e quindi lei ha aspettato tanto perché non ero sicuro su determinate cose…

[Nùke] Io mi sentivo anche responsabile. A livello grafico, finora, se facevo una cosa un po’ riuscita peggio, un po’ più bruttina, alla fine erano fatti miei. La figuraccia ce la facevo soltanto io. Mentre se io faccio un fumetto con lui e c’è una cosa che sono consapevole che mi è uscita un po’ frettolosa, la figuraccia la fa anche lui. E io ho vissuto un po’ questa responsabilità.

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[Lorenzo] Per me invece è il contrario. Se sono da solo ho soltanto me stesso come giudice, mentre se siamo in due e siamo convinti in due… allora mi sento molto più forte. Abbiamo fatto un voto di sincerità e onestà, per cui se una cosa non va o non ci convince ce lo diciamo subito. Ma mi piace anche fidarmi, perché alla fine va tutto bene. Ogni tanto lei prepara uno storyboard e io penso che non sono convinto di qualcosa. Poi lei mi dice “fidati”. E io mi fido. E alla fine va tutto benissimo.
E da questa fiducia e comunicazione è nata una cosa diversa sia dai fumetti che faccio io che dai fumetti che fa lei. È una terza cosa.

E questa identità di Millennials, che è solo sua pur facendo parte dell’universo di TO BE Continued, si nota. Sarebbe stato molto facile appiopparlo addosso alla serie ammiraglia come una storiellina di serie b. Chessò, il Robin di TO BE Continued. Questa identità è invece chiara sia visivamente che narrativamente. Visivamente poi è anche diverso dagli altri lavori di Claudia, più vicino a TO BE Continued se vogliamo. Com’è stato creare questa identità?

[Nùke] Visivamente l’intento non era usare questa tecnica per avvicinarmi a TO BE Continued. All’inizio non avevo idea di come avrei voluto lavorare. Avevo iniziato dicendo che non avrei mai lavorato in digitale, e invece alla fine è stato fatto tutto in digitale. Però volevo fare una cosa super pop. Quindi a un certo punto, poco alla volta, ho aggiustato il tiro sullo stile. Perché mi son detta che se volevo fare una storia così tamarra anche il disegno doveva essere bello zarro. Quindi: colorazione digitale, colori sparatissimi, cose molto coreografiche. E poi ho studiato tantissimo sull’anatomia. Perché i miei personaggi, per esempio in Ross o in Casimir, non è molto importante che abbiano uno scheletro sotto ai loro adorabili maglioncini a pattern. Invece qui volevo che le figure fossero più solide.

Insomma, volevo che fosse d’impatto.

[Lorenzo] Dal punto di vista narrativo, invece… in questo volume c’è sicuramente la volontà di tornare alla prima stagione di TO BE Continued. Perché la prima stagione aveva certe tematiche che mi piacevano molto ma poi, nella seconda, mi è venuta questa idea di questo casino spaziotemporale… E la sto portando avanti, però fondamentalmente ho cambiato genere.

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A me piacciono molto le storie in cui c’è un elemento fantastico ma è quasi superfluo. Penso a Black Mirror, penso a un certo tipo di fantascienza in cui c’è un elemento in più che caratterizza la storia ma alla fine parli d’altro. E Millennials è così: alla fine avremmo potuto scriverlo come se fosse stato un talent normale con gente che balla e canta. E infatti le protagoniste non si vedono mai usare i poteri, nel primo albo…

Ma quindi, e faccio una domanda volutamente provocatoria visto che so già come la pensi sulla narrativa supereroistica, perché metterci comunque i supereroi?

[Lorenzo] Bè, sono supereroi in primo luogo perché questo progetto è nato da tutta una serie di personaggi che avevo creato e lasciato indietro nel corso di TO BE Continued. A parte Elise, che abbiamo creato insieme, erano personaggi che avevo già e sui quali volevo lavorare, metterli tutti assieme e farci un fumetto a parte. E voglio lavorarci singolarmente. In TO BE Continued c’è un gruppo di personaggi che si muovono tutti assieme, come se fosse un personaggio solo con più voci. Alle volte mi avvicino ma non li esploro uno per uno. Qui invece volevo lavorare di più anche sui singoli: quali sono i loro problemi, cosa vogliono, cosa non vogliono, cosa devono risolvere di loro stessi… E come gli altri possono aiutarli a superare quello che devono superare. Per cui è un lavoro sul gruppo, ma focalizzato anche sui singoli.

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Poi il caso vuole che siano tutti personaggi femminili. Si toccherà l’argomento, ma io non volevo che fosse quello il tema. E una cosa bellissima che mi hanno detto è che non ci si fa caso, che sono tutte donne.

[Nùke] A me pare una cosa assurda questa! Secondo me si vedrà di più nel secondo volume perché tocchiamo proprio quel punto lì. Lo diciamo: “ehi, siamo tutte donne!”.

[Lorenzo] Però è bellissimo: siamo riusciti a fare una cosa in cui sono tutti personaggi femminili, ma forse è finalmente neutro.
Quindi, dicevo, sono supereroi perché erano stati creati in quell’ambito lì, ma poi il superpotere diventa anche un modo per enfatizzare alcune cose. Per esempio la questione generazionale, da cui il titolo (ci arriviamo).
All’inizio questo progetto doveva essere su un bando di concorso, ma poi Mauro, il nostro ferocissimo editor che è anche l’editor di TO BE Continued, mi ha detto che non funzionava, era noiosissimo e una brutta copia della prima stagione di TO BE Continued. Però mi ha anche detto “ora vanno molto i talent, dovresti fare una cosa su un talent”. Che se vuoi è l’idea più banale del mondo, un talent show sui supereroi, ma non è mai stata fatta. Esiste un fumetto bruttissimo, America’s got powers [di Jonathan Ross e Bryan Hitch, Image Comics], che è ignobile. E basta.

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Il tutto viene quindi unito dal titolo. Qualche mese fa iniziavano a uscire gli articoli sulla Generazione del Millennio. È un termine che è stato coniato da poco, prima c’era la Generazione Y. I sociologi hanno iniziato solo ora a inquadrare la nostra generazione, che va dai primi anni ‘80 a fine anni ‘90. E le cose base sono che: siamo una generazione ossessionata dal successo e dal riconoscimento; siamo una generazione ottimista ma in maniera naif; e siamo una generazione narcisista.

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Il titolo Millennials si riferisce direttamente a questo. Ma a parte il titolo… Born to be heroes è provocatorio. Siamo noi che ci diciamo che siamo i più fighi del mondo, che siamo il centro di tutto, che faremo una rivoluzione culturale. Quindi l’essere supereroi è enfatizzare questo senso di potere che prova la nostra generazione. Noi siamo la generazione del “puoi fare tutto”. E secondo me il superpotere è un modo per accentuare e portare all’estremo questo concetto.

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[Nùke] A parte TO BE Continued io non ho mai letto un fumetto di supereroi…

[Lorenzo] E anche questo… mi piaceva l’idea di vedere come lei avrebbe gestito questo tipo di cose. Volevo anche il suo “occhio vergine”, perché così ero sicuro di non scadere in dei cliché. Per esempio, c’è questa vignetta che a me piace tantissimo… Io le ho detto “lei farà un’esibizione molto tecnica, molto precisa, ma fai tu”. E qualcuno più avvezzo al genere supereroistico a una tizia con quattro braccia avrebbe fatto fare una cosa completamente diversa. Invece così è un movimento ginnico, perfetto in un modo che ci sta da dio. Proprio perché viene da un occhio diverso.

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E infatti secondo me è molto interessante che un fumetto di supereroi come Millennials, di questo livello qualitativo, venga da persone che con i supereroi ha avuto pochissimo a che fare. Secondo voi è il vostro essere outsider del genere che ha fatto funzionare così bene Millennials? Un autore che ha vissuto tutta la vita scrivendo di supereroi avrebbe potuto raggiungere lo stesso risultato?

[Lorenzo] Per il 90% le storie di supereroi sono storie che stanno dentro a una scatola che esiste da 50 se non 80 anni. Ora iniziano ad esserci tantissimi progetti di genere che sono al di fuori di quella scatola, ma che sono fatti da persone che sono cresciute con quella scatola. Né io né lei ci siamo cresciuti, e questo fa tantissimo la differenza secondo me. Dipende un po’ da quello che ti interessa. Per me il fumetto di supereroi non è solo un fumetto d’azione con un tizio che c’ha i superpoteri. È il tizio che ha un superpotere… e quindi? Mi fa un click diverso e sono altre le cose che mi interessa raccontare.

[Nùke] Secondo me è anche molto una questione di gusti. Quando a me parli di una persona in un’opera di narrativa, a me interessa di più sapere cosa fa ogni giorno, le vicende più normali che lo riguardano…

[Lorenzo] E, nel caso dei supereroi, il modo in cui il potere influenza queste cose.

[Nùke] Esatto. Mentre magari alle persone che scrivono narrativa supereroistica semplicemente di questo aspetto non gliene frega un cazzo. Magari vogliono vedere come usano in maniera straordinaria il loro dono.
Per esempio, guardo moltissimi film di qualsiasi genere, però i film sui supereroi proprio non riesco a guardarli. L’unico che mi piace veramente è Super, con Ellen Page e Rainn Wilson…

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[Lorenzo] Che è una roba super indie su un tizio molto fuori di testa che decide di fare il supereroe, si mette una tuta e va a picchiare la gente con una chiave inglese. È una versione di Kick-Ass però nel disagio.

[Nùke] E lì lui non ha superpoteri, ha 40 anni, è un uomo sposato che fa il cuoco in un fast food. È proprio disagiato, triste… Il film ha quest’atmosfera molto indie da cineforum di periferia o da Sundance Film Festival. Però allo stesso tempo se le danno davvero, ed è molto divertente quella parte. Però non è il centro dell’attenzione. Il centro sono tutti gli altri sviluppi della trama…
E io mi sono detta che così dovrebbero essere i film e i fumetti di supereroi. Anche quando ci sono veri superpoteri, stiamo parlando comunque di persone, con sottotrame, sentimenti, disagio…

[Lorenzo] Per esempio quando ho iniziato a scrivere TO BE Continued mi divertiva il fatto che Rouge, che ha poteri elettrici, si dovesse lavare con lo sciampo a secco perché con l’acqua corrente fa un corto circuito che… Un po’ mi divertono queste cose qua. Parlando di Millennials, mi interessa rendere più palese il rapporto che abbiamo con noi stessi, con le nostre speranze, col sentirsi più potenti. E come un eventuale superpotere entra nel discorso.

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Cosa sta succedendo in questa foto? Non ne ho idea, ma è fantastica quindi la metto lo stesso.

Quindi la prima cosa che viene fuori è che Millennials offre un punto di vista sui supereroi al di fuori di quella scatola che dicevamo prima. L’altra cosa su cui vorrei soffermarmi è che è un fumetto autoprodotto, quindi è anche al di fuori degli schemi dell’editoria tradizionale, quella che la maggior parte di noi conosce.
Quello dell’autoproduzione è un mondo che mi affascina molto e volevo quindi parlarne un po’. Perché se nel mondo della narrativa “classica”, quella senza disegni, l’autoproduzione è vista come un trucco per evitare il controllo qualità effettuato dagli editori, nel mondo del fumetto è evidente che non è così.
Come mai un autore sceglie di fare un’autoproduzione piuttosto che affidarsi a un editore?

[Nùke] Dunque. Il mio obbiettivo quando ho cominciato seriamente a fare fumetti era pubblicare con una casa editrice. Mi sembrava un obbiettivo abbastanza scontato: non ti dico il punto di arrivo, ma di sicuro una tappa fondamentale e obbligata per poter dire “sono un’autrice di fumetti”.
In realtà poi ho pubblicato due libri con altrettanti editori, uno era una commission per Kleiner Flug e l’altro era Effetto Casimir per Rizzoli Lizard. La cosa mi ha caricata e mi rendeva felice, è stata una bella esperienza.
Però secondo me l’autoproduzione ha qualcosa in più. Innanzitutto non hai vincoli, puoi esprimerti al 100% ed è una cosa fondamentale. In più le autoproduzioni, sia qualitativamente che economicamente, stanno andando molto bene. Non so questo da cosa dipenda, ma è così. Una volta a Lucca l’autoproduzione erano i banchettini sfigati delle fanzine spillate male. Adesso sono libri di qualità.

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[Lorenzo] Bè, c’è chi critica questa cosa dicendo che così non stai facendo l’autoproduzione, stai imitando in piccolo gli editori. Stai facendo un editore piccolo per conto tuo.

[Nùke] Eh ma fare l’editore, in senso positivo o negativo, non sta nella qualità di stampa. Sta in ben altro. La qualità è semplicemente avere investito energie e risorse in un prodotto per ottenerla. E non ci vedo niente di male.
Secondo me l’unica cosa che concretamente l’editore ti dà di più è la distribuzione. Ovviamente con un’autoproduzione non ti conviene portare il tuo albo nella grande distribuzione. Stare con un editore invece ti dà accesso a un certo tipo di distribuzione, a un ufficio stampa che ti faccia la promozione… Ma questa è l’unica cosa, e solo se sei interessato a quel tipo di visibilità.
Invece non vedo tutta questa differenza nel lato economico. Io nell’editoria tradizionale sono un’esordiente, quindi anche il ritorno che ho è proporzionato, ma comunque non c’è tutta questa differenza con il ritorno che ho con l’autoproduzione. Per questo ti dicevo prima che l’autoproduzione sta andando bene. Perché arriviamo ad avere dei ritorni paragonabili a quelli da esordiente nell’editoria.
Per adesso addirittura non me la sento di pubblicare un libro con un editore. Perché è come se il gioco non valesse la candela. È troppo più bello fare l’autoproduzione: fai quello che ti pare e lo fai senza perdere in qualità. Perché comunque ci affidiamo a dei colleghi molto competenti, molto capaci, che ci fanno da editor e ci dicono quello che pensano con occhio critico e professionale.

[Lorenzo] Un’altra cosa che separerebbe l’editoria dall’autoproduzione, che purtroppo però non è scontata, è l’editing. Oltre a promuoverti e distribuirti, l’editoria dovrebbe seguirti e farti crescere. Coltivarti. Ma non è facile: gli editor in Italia, quelli veri, sono pochi e trovarli è una fortuna. Quindi anche io, per pubblicare con un editore, la prima cosa che vorrei sarebbe avere un editor di cui mi fido, con cui ho voglia di lavorare.
Poi il rapporto tra autoproduzione ed editoria ci può essere in tanti modi. Per tante persone l’obbiettivo dell’autoproduzione può essere quello di farsi conoscere dall’editoria. Per altri può funzionare il percorso inverso. Poi ci sono quelli che tengono il piede un po’ qua e un po’ là. Per esempio io apprezzo molto il fatto che Aqualung sia pubblicato con un editore, con cui stamperanno i volumi, però gli autori stanno lì e dicono “ok, ma prima la serie esce gratis su internet”. Non è così banale una volta che sei approdato. Quella è una scelta.

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[Nùke] Al momento, per esempio, i miei rapporti con gli editori sono di acquisizione diritti. Per esempio con Mammaiuto siamo affiliati con Shockdom che sta comprando i diritti di pubblicazione direttamente dall’autore. Nel mio caso si trattava dei Diari. E loro hanno ripubblicato il libro lasciandomi totale libertà sulla carta, sul formato, sull’aggiunta di extra…

E questa cosa la vedi come un buon compromesso?

[Nùke] Io questa formula la adoro. Vorrei usarla per sempre. Spero che vada così anche con Millennials.

[Lorenzo] Su questo invece io sono un po’ fascista. Per me ogni cosa ha una sua forma. Io posso avere tanti progetti in mente e ognuno ha la sua forma editoriale. Per Millennials io volevo una serie ad albi, tra le 26 e le 28 pagine, chiusa. Con magari più stagioni, questo si vedrà, però io la volevo così. E sapevo che questo formato sarebbe stato impossibile per editoria tradizionale. Avrei potuto farci un libro da leggere tutto assieme… Però il ritmo sarebbe stato diverso.
Poi è ovvio che nel momento in cui uscirà una raccolta di questo progetto con una casa editrice, sarà un libro unico di 260 pagine a colori e non potrà costare più di 25 euro. Invece se ti compri tutti gli spillati spendi il doppio. Ma questa è la sua forma, per me è così che va letto. Ti sto chiedendo di spendere più? Sì, ma è l’unico modo che avevo per farlo. La casa editrice mi permetterà di mantenerli sempre disponibili, mi permetterà la distribuzione… Ma saranno due cose diverse, due formati diversi.

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