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La terra dei figli

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Alcune volte capita che un libro ti entri sottopelle ancora prima di averlo per le mani, addirittura prima che arrivi effettivamente in libreria. Può essere per via di qualche immagine (nel caso di fumetti) trapelata, o per un titolo particolarmente accattivante, o per la fiducia maturata in anni di letture nell’autore in questione. In ogni caso, quando capita, ci si trova in una posizione scomoda: una parte di te spera che sia all’altezza delle aspettative, lo desidera, quasi vuole che sia all’altezza; un’altra parte già sa che sarà un libro fantastico, lo sa e basta.

Poi oh, qualche volta va fatta male e, all’uscita del libro, non si può che rimaner delusi, maledicendo quella parte di sé che pensa di sapere le cose e farebbe in realtà meglio a starsene zitta. Qualche volta, invece, tutto va liscio. E l’attesa, la speranza e il desiderio che alla fine vada tutto bene assumono un altro sapore. È il caso de La terra dei figli, il nuovo fumetto di Gipi.

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Ammetto d’essermi imbattuto in Gipi relativamente tardi. Anzi, senza relativamente: tardi e basta. Nonostante conoscessi l’autore di fama, il primo lavoro che ho letto è stato soltanto unastoria, e mi ha colpito così tanto che di lì a poco sono andato a recuperarmi il resto della sua bibliografia. Parentesi ironica: ricordo che nei mesi prima dell’uscita di unastoria non riuscivo a capire come mai la gente uscisse di testa dall’hype. Ecco, in questi mesi l’ho capito e sperimentato.

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Ma torniamo a La terra dei figli. Già le prime immagini sbucate qua e là suggerivano un cambio di direzione, se non narrativo, certamente grafico rispetto alla produzione del primissimo Gipi e di buona parte dei suoi lavori più recenti, nei quali il colore trovava comunque un posto e un’utilità, narrativa ed emotiva. Qui invece la costruzione è granitica, ostinatamente dura: niente acquerelli, solo tratteggi fittissimi a delineare un mondo differente dai morbidi paesaggi, pur desolati, che hanno contraddistinto parte del passato dell’autore. Da questo primo aspetto si sarebbe potuto intuire come La terra dei figli fosse un progetto sentito, necessario, lontano dalla presumibile (e in caso giustificabile) cavalcata della notorietà finalmente concessa al grande autore dalla nomina al Premio Strega in poi. Quanto sarebbe stato facile appoggiarsi allo stile acquerelloso, cupo ma in qualche modo delicato, del Gipi che tutti, anche i non fumettofili, conoscono e apprezzano? Quanto sarebbe stato facile proporre un nuovo romanzo intimo e intimistico, che lasciasse il lettore nella comfort zone costruitasi anche solo nel recente passato?

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A sinistra una delle molte splash page di unastoria (completamente assenti ne La terra dei figli). A destra un paesaggio da La terra dei figli. Il cambio di stile è drastico, l’impatto più duro.

E invece no. Il cambio di rotta è netto, dallo stile del disegno alla costruzione di testi e tavole, ora organizzate in una gabbia perlopiù bonelliana a tre strisce (aspetto stilistico sul quale già di per sé si potrebbe discutere molto, ma probabilmente non è il luogo né il momento), alla copertina minimale così diversa per approccio dalle precedenti (ma tranquilli che c’è anche una cover variant, perché un fumetto senza copertina variant al giorno d’oggi non è un fumetto).

La terra dei figli mette in scena un mondo post apocalittico (ma no, niente zombie) e, come nei migliori esempi del genere, la causa del disastro non è spiegata. Non è importante. Quello che importa è la vita adesso e, soprattutto, i personaggi che la affrontano barcamenandosi come possono: i loro rapporti ed il modo in cui differiscono dai nostri, le loro esperienze, la loro crescita. La narrazione si stratifica su più livelli, dal più immediato racconto di formazione al piano più allegorico di un padre duro, irrigidito nel tentativo di preparare i figli ad un mondo sempre più ostile. Mondo che, apocalisse a parte, potrebbe tranquillamente essere una metafora del nostro.

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Seguiamo questi figuri post atomici in un viaggio che inizia quasi senza motivo: un cane ammazzato per un misto di necessità e (forse) divertimento in un giorno come altri mille nella terra desolata. E poco a poco vediamo il destino sfuggirgli di mano, tra conseguenze delle proprie azioni e la ricerca di un senso ad eventi incontrollabili. Il livello zero della comprensione è quindi il tipico post-disaster road trip: un viaggio di formazione, ostacolato dall’inospitalità dell’ambiente, che porta infine ad una maggior comprensione del mondo e soprattutto di sé stessi. Poi c’è il livello uno, quello metaforico di cui sopra: raramente la narrativa post apocalittica ha il ruolo di monito profetico per un imminente disastro tangibile, più comunemente la desolazione è un artificio per estremizzare ed esplorare la realtà che ci circonda. In questo piano si possono trovare le belle, a tratti toccanti, riflessioni sul rapporto padre-figlio, sulla costruzione di una moralità nonostante le circostanza, così come la lotta interiore per l’accettazione di sé e la ricerca di una identità propria.

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E poi c’è un livello due, che in un certo senso rafforza l’allegoria del mondo post-disastro, direzionandola in maniera precisa e meno generalizzata. È forse una forzatura affermare che un preciso scambio di battute inserito a circa due terzi del volume fornisca una chiave di lettura netta e deliberata per l’intera opera. Ma nella mia involontaria ricerca di una simbologia non ho potuto che vedere il riferimento, prima linguistico e poi anche pratico, al “mondo” del social network in questo modo: una chiave di lettura, una nuova luce con cui rileggere e reinterpretare l’intera narrazione. Così ad una seconda lettura mi sono trovato ad associare a buonissima parte dei personaggi del racconto un “tipo digitale”, come fossero l’esemplificazione ognuno di una specifica categoria di contatti che infestano le bacheche dei social; alla terra desolata e alla violenza imperante la pochezza intellettuale e l’aggressività personale che affollano la rete; alla degradazione del linguaggio (ci torniamo dopo) la perdita della forma in favore del contenuto nell’estremo tentativo di comunicare il più forte possibile nel minor tempo possibile.

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A volerci vedere questo sottotesto, e ammesso che fosse davvero nelle intenzioni dell’autore trasmettere questo messaggio, il risultato è di una puntualità rara, va a toccare punti critici dei nostri tempi spesso banalizzati e ridotti a mero luogo comune.

In ogni caso, tornando al piano più prettamente narrativo e abbandonando elucubrazioni probabilmente non richieste, il ritmo regge dall’inizio alla fine, dosando le informazioni concesse al lettore e mantenendo alta la tensione drammatica: nonostante la lunghezza (siamo sulle 290 pagine) il volume scorre bene e non lascia il tempo d’annoiarsi. Fino al finale, che è a mio avviso una piccola crepa in un’architettura altrimenti ineccepibile. Nulla che vada a minare la solidità generale di un’opera comunque d’altissimo livello, ma forse si sarebbe potuta prender meglio la mira e centrare un finale più smaccatamente d’impatto, meno buonista nel suo spirito decisamente riconciliatorio nei confronti dei personaggi e del loro piccolo universo. Mi ci è voluto un po’ per capire (forse per convincermi) che l’epilogo a modo suo funziona, che non è solo una pacca sulla spalla per dire che andrà tutto bene ma che, alla fine, bisogna anche avere il coraggio di accettare quello che non si può cambiare.

Dal punto di vista stilistico e strutturale, poi, La terra dei figli è incisivo almeno quanto la sua storia è potente. È il discorso che anticipavo prima sulla gabbia, sul tratto, sul colore. E soprattutto sui testi.

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Non ci sono didascalie e le uniche parole sono quelle pronunciate ad alta voce dai personaggi. Questo ci mette appena sotto al loro livello: non siamo onniscienti, non sappiamo nemmeno tutto quel (poco) che sanno loro, ma soltanto quello che scelgono di condividere con noi. È una direzione interessante non solo sul piano tecnico, dato che denuda il linguaggio fumetto da qualsiasi deriva didascalica, ma anche su quello narrativo, perché contribuisce a isolare il lettore nella piccolissima porzione di mondo vissuta dai protagonisti: siamo persi, senza mezzi di comunicazione, costretti ad andare a tentoni per lande sconosciute, e non abbiamo uno straccio di voce fuori campo a farci da guida. L’anti spiegone elevato a forma d’arte.

Sulla bellezza del tratto, sulla potenza dei disegni, sulla perizia delle interminabili scene di pioggia contrapposte a scorci di un bianco abbacinante, sull’espressività e sul character design, preferisco sorvolare: che gli vuoi dire in più, a Gipi, che le sue tavole non dicano già da sole? Prendete una pagina a caso e guardatela. Con attenzione e rapimento. Non c’è niente da aggiungere.

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Vale invece la pena di soffermarsi sull’intera operazione sul linguaggio che anticipavo qualche riga fa, bravissimo a creare una lingua coerente con l’universo narrativo in cui i personaggi del racconto vivono. È come se la grammatica fosse andata persa assieme al disastro. Tutti parlano un po’ così, in maniera grezza, funzionale, inelegante. D’altro canto con quattro sopravvissuti sparsi e nessuna Accademia della Crusca a controllare aristocraticamente la comunicazione, la parola torna al suo stato e scopo primari: comunicare al netto di ogni formalità, di ogni abbellimento, di qualsivoglia vizio estetico. Questo, da un punto di vista squisitamente tecnico, dà credibilità alla vicenda (quant’è fastidioso quando quest’operazione non viene nemmeno tentata e ci si trova con dei pirati che parlano come dei regaz per bene dei primi anni 2000?), la contestualizza, le conferisce corpo rendendola solida e coerente con sé stessa.

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La terra dei figli è un fumetto dal fascino e dal livello qualitativo brutali. È impossibile sfogliarne le pagine senza una stretta allo stomaco; rimanere rapiti dai disegni e sconvolti dalla triste avventura dei protagonisti non è un’opzione. Ci sarebbero mille altre cose da dire, dettagli da analizzare, concetti da sviscerare e su cui riflettere. Ma non voglio togliervi il piacere della lettura e non voglio annoiarvi oltre. Però è un fumetto talmente denso, talmente pieno di finezze e attento ai dettagli, che meriterebbe d’esser preso, smontato e commentato pagina per pagina per analizzarne forma e simbolismi. Magari un giorno…

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Prima di salutarvi un monito. Gipi si dimostra e si conferma ancora una volta un autore consapevole, potentissimo, affilato nell’immaginazione e brillante nella forma. Non potete perdervi La terra dei figli. Per nessun motivo.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “La terra dei figli

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