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Pensieri a voce alta da Lucca 2016

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Come sapete lo scorso fine settimana c’è stata la fiera di Lucca, quel baraccone infernale capace di mangiarsi centinaia di migliaia di sedicenti appassionati, fagocitando l’intero sistema-fumetto italiano in quello che sta diventando una sorta di gigantesco temporary store (su sta cosa ci torniamo poi).

lucca 2016.jpg

Comunque. Ho avuto la fortuna di recarmi in quell’amena cittadina della Toscana schivando i giorni peggiori e trovandomi in una situazione affollata ma comunque gestibile. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di andarci da espositore, avere un banchetto dove poggiare le cose e tutto il resto. E questo mi ha dato la spinta per qualche riflessione. Quindi ecco una sorta di report dell’edizione 2016 di Lucca Cosplay & Graphic Novels. Buona lettura!

Dunque, non sto ad ammorbarvi con una lista di acquisti che tanto della roba figa avremo modo di parlare e di quella brutta chissene. Però vi segnalo qualche annuncio che mi ha messo in agitazione. In primo luogo due nuovi fumetti di Hiroaki Samura: Genso Gynecocracy per J-pop e Nami Yo Kiitekure per Star Comics. Sapete come la penso sull’autore de L’Immortale: anche se ultimamente mi convince poco non posso che sperarci (e cascarci) ogni volta. Restiamo a vedere e, nel frattempo, vi prometto che appena ho il tempo di dare un occhio a Die Wergelder (sempre Star) vi dico qualcosa.

Passando a Bonelli. Gipi copertinista della stagione 5 di Orfani, intitolata Terra. Provo emozioni contrastanti. La nuova serie di Dylan Dog sceneggiata da Tiziano Sclavi si intitolerà I racconti del domani e sarà, stando a quello che si legge in giro, una roba in stile Black Mirror. Della serie: carpe diem no matter what. Poi una notizia che in realtà si sapeva già: Dragonero triplica, con due nuove serie: una young oriented con protagonisti i giovani Ian e Gmor e una più adulta intitolata Le cronache dell’Erondar. In più pare che dall’anno prossimo i cartonati da libreria non saranno solo ristampe ma anche storie inedite. Dragonero mi continua a piacere un bel po’, ed è uno dei pochi periodici che leggo davvero volentieri e con regolarità.

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Questa cosa di espanderne l’universo non mi dispiace di per sé, ma sono vagamente preoccupato per l’effetto Marvel (cioè il dover leggere mille cose e spendere mille soldi per stare sul pezzo). Ora, domanda neutra che mi è venuta pensando al giovane Ian. Ma 4Hoods che fine ha fatto?

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Infine una di quelle cose che non pensavo avrei mai visto: il testimone di copertinista di Dylan Dog passa da Stano a Cavenago al quale va il mio più sincero in bocca al lupo: Cavenago ha uno stile che mi fa impazzire e gli auguro di riuscire a dare il meglio di sé in questo nuovo ruolo stabile, nonostante la pressione (o magari grazie ad essa) di dover subentrare a un’istituzione decennale.

Chiudiamo questa breve carrellata di novità con due cose Panini. Malloy, il nuovo lavoro di Taddei e Angelini, arriverà a maggio. Non vedo l’ora. E infine, rullo di tamburi, è in arrivo la nuova serie di Inio Asano.

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Titolo: Dead demon’s dededededestruction (elamadonna). 5 volumi bimestrali. Questo per me è il game changer, l’annuncio che più di tutti mi ha stampato un sorriso ebete in faccia. Attendo trepidante il 2017.

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E ora passiamo alle cose serie. Come dicevo in apertura questa Lucca è stata, per me, molto diversa da ogni altra. Il fatto di essere lì con uno stand e non come “semplice” spettatore mi ha completamente cambiato l’approccio (molto più polleggiato, come si direbbe a Bologna) e la prospettiva. Quindi parliamone.

Ero a Lucca allo stand di BilBOlbul, il festival di fumetto che si fa ogni anno a Bologna alla cui organizzazione sto, negli ultimi mesi, collaborando. Ora, BilBOlbul è una realtà stramba, e non è certo questo il momento giusto per parlarne. I due punti chiave sono che 1) è un festival, non una fiera o [peggio] una “mostra mercato” e 2) quest’anno ci sono mostre di gente del calibro di Chris Ware, Gipi, Marco Corona, Gabriel Delmas, Matthias Lehmann, David Wiesner, Laurent Moreau… Questo per dire che il pubblico, il target del festival bolognese, è generalmente ben diverso da quello di un maxievento commerciale e super pop quale è Lucca.

bbb2016

Perché il fatto che i due pubblici sono diversi è importante? Perché noi stavamo a Lucca con uno stand pieno di programmi di un festival che la maggior parte degli avventori non ha mai sentito nemmeno nominare. E quei programmi erano pieni di eventi di/con autori importantissimi ma che, comunque, la maggior parte degli avventori non ha mai sentito nominare (grave e triste quanto volete [stiamo parlando di Chris Ware, non di mia cugina] ma tant’è).

ware

Ora. La reazione tipica del passeggiatore medio che capitava (chiaramente per sbaglio) di fronte al nostro stand era la seguente: avvicinamento sospettoso, occhiata al programma senza nemmeno sollevarlo dal tavolo (sia mai che poi ti tocca portartelo via), occhiate perplesse, allontanamento circospetto nella speranza di non esser notati. In tutto questo nemmeno una parola, una domanda, un “ma cos’è questa cosa?”. Capiamoci. Che la tizia in cosplay da Harley Quinn (originalissimo, peraltro) non abbia idea di chi sia Gabriel Delmas o che esistano festival fatti solo di mostre e convegni, di per sé, non è un problema. Non è un problema nemmeno che non abbia lo sbatto o l’interesse per chiedere delucidazioni. Niente di tutto ciò mi toglie il sonno. Il problema, per come l’ho percepito io, dalla mia prospettiva parziale, è l’approccio.

Mi trovo a chiedermi quale sia lo scopo di un evento la cui importanza è tanto cardinale quanto è trascurabile il suo senso di responsabilità. Se tutto è costruito senza la volontà di stimolare interesse per cose nuove, diverse, e si rivolge a gente che alla fine non è per nulla in cerca di cose nuove e diverse… cosa rimane? Una sorta di super fumetteria temporanea, una mega vetrina, in cui trovare le stesse cose che si trovano (o si dovrebbero trovare) normalmente in fumetteria, allo stesso prezzo della fumetteria (cosa che peraltro mi fa girare un pochetto le balle).

Ma una fiera così grande, mi chiedo, non dovrebbe avere anche un altro ruolo, oltre a coprire l’evidente ed endemica precarietà del sistema distributivo e promozionale del fumetto? Chessò, un ruolo educativo, pedagogico, mirato alla crescita del settore più che al suo sfruttamento meramente commerciale?

Non ho risposte, solo dubbi. Però davvero ho la sensazione che l’utente medio vada a Lucca a comprare. Magari lasciandosi ispirare, magari facendosi pure fare gli scheccini, magari a recuperare uscite perse durante l’anno. Ma comunque fondamentalmente a comprare. E cioè a fare una cosa che dovrebbe fare (o poter fare) normalmente durante l’anno. E gli editori vanno lì a vendere. Magari edizioni speciali, magari robe con scheccini, magari robe normali che in quel contesto raggiungono finalmente una qualche visibilità con una discreta facilità di comunicazione. Ma fondamentalmente a vendere. E cioè a fare una cosa che dovrebbero fare (o poter fare) normalmente durante l’anno.

Ma allora mi chiedo. Il passeggiatore folle spende una ventina d’euro al giorno per entrare. L’editore spende un qualche migliaio di euro per il suo banchetto. E tutto questo per fare cose che, se il mondo funzionasse bene, non avrebbero bisogno di quella vetrinona costosissima. Non sarebbe meglio, invece, investire tempo e denaro per capire come risolvere i problemi di distribuzione e comunicazione in maniera più sistematica dimodoché il lettore non abbia bisogno di Lucca per trovare le sue cose e il venditore non abbai bisogno di Lucca per portargliele? Non sarebbe meglio, invece, investire voglia e fatica a Lucca per fare una cosa che sia anche solo lontanamente culturale, nell’interesse a lungo termine del settore, invece che una baracconata in cui andare a comprare i soliti fumetti di sempre travestiti dai soliti personaggi di sempre (o versioni slutty degli stessi)?

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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11 thoughts on “Pensieri a voce alta da Lucca 2016

  1. Comprendo le tue perplessità, ma mi permetto di aggiungere qualche considerazione. Lucca è sì una manifestazione dal carattere spiccatamente commerciale, ma negli anni è anche diventato un evento al quale è figo partecipare, magari senza neppure acquistare il biglietto, come fanno in tanti (circa 250.000 persone, se i numeri che leggiamo sono attendibili).
    C’è poi da dire che le fumetterie non hanno una distribuzione capillare in tutto il territorio (dovrebbero essere circa 200-300) e quindi molte persone scoprono determinati volumi solo a Lucca o in occasioni analoghe.
    Last but not least, a Lucca c’è la benemerita Self Area (per tacere del Borda!) dove realtà piccole come la nostra, che non hanno distribuzione, possono approfittare di una vetrina straordinaria per farsi conoscere e vendere i propri libri, oltre che sviluppare collaborazioni con altre autoproduzioni. Mi sembra un contributo culturale non da poco, che invece BilBOlbul non offre, ad esempio. E questo senza intenti polemici, dato che il festival bolognese è forse quello che preferisco in assoluto.

    Alessio Bilotta (Slowcomix)

    • Innanzitutto grazie del commento. Ho scritto questo pezzo, un po’ di getto, anche per avere la possibilità di un confronto con persone che potenzialmente la pensino in maniera diametralmente opposta.
      Tutto sacrosanto. Le mie perplessità muovono infatti dalle stesse tue considerazioni (parlando chiaramente dei padiglioni e degli editori “grossi”, passami il termine). Il fatto che “sia figo parteciparvi”, biglietto o no, acquisti o no, è una cosa che non riesco a vedere come positiva.
      La questione della distribuzione collaterale e della scarsezza (numerica, nel contesto di questo discorso) delle fumetterie è un’altra cosa sulla quale si dovrebbe riflettere, invece che gasarsi per l’arrivo del fumetto nelle librerie generaliste (cosa di per sé anche positiva, ma è tutto quel che serve?). Solo che invece di rifletterci mi sembra che si preferisca puntare tutto sul temporary event, il che è chiaramente una situazione temporanea e non strutturalista.
      La questione self area/Borda fest è decisamente molto diversa (anche se l’ambiente dell’autoproduzione di altre fiere mi sembra comunque più incisiva) e il discorso di cui sopra non si applica. Mi viene comunque da chiedermi quanta parte del pubblico lucchese capiti alla self area o peggio al Borda e si lasci ispirare. In ogni caso non volevo metterla sul piano “BilBOlbul migliore di Lucca”, non mi interessa.
      Comunque il punto che non riesco a togliermi dalla testa è: se la distribuzione capillare è un problema irrisolto, la soluzione è fare una fiera? O la fiera dovrebbe essere (anche) altro (e parlo della sua componente “mainstream”) e per risolvere le beghe distributive bisognerebbe prendere o almeno provare a prendere altre strade?

  2. Hai messo in tavola tanti argomenti, provo a risponderti per punti.

    1. Autoproduzioni / Self Area ecc.
    Non ho capito cosa intendi con ambiente “più incisivo” in altre fiere, ma credo che Lucca da questo punto di vista sia difficilmente superabile. Quest’anno erano ospitati 36 espositori, molti di più, ad esempio, che a festival di soli fumetti come ARF! (ne ricordo una decina) o appunto BilBOlbul. Non sono mai stato a Treviso, però mi pare che le altre manifestazioni più generaliste non dedichino molto spazio alle autoproduzioni, tanto che persino il ComiCon di Napoli sembra stia pensando di eliminare lo spazio.
    Il pubblico che viene in Self Area è molto vario, anche se chiaramente è composto in maggioranza da appassionati molto attenti a tutte le realtà. Però capitano anche semplici curiosi, cosplayer di Harley Quinn e moltissimi addetti ai lavori e professionisti del settore. Per quel che vale, tanti di questi ultimi sostengono che le vere novità bisogna andare a cercarsele proprio in Self Area. Si tratta a mio avviso di una grandissima opportunità offerta a prezzi ultra popolari, che ci consente almeno in parte di superare i problemi legati alla distribuzione. E qui passo al punto successivo.

    2. Distribuzione
    L’apertura delle librerie di varia ai fumetti è senz’altro da valutare positivamente, anche perché il principale canale di diffusione rimangono le edicole. Può piacere o meno, ma il fumetto italiano viene tenuto in piedi soprattutto dai grossi editori da edicola, oltre che da sporadici casi come Gipi o Zerocalcare, che da soli danno ossigeno a nicchie di mercato anche troppo ricche di proposte. Finora nessuno ha avuto idee efficaci per risolvere il problema della distribuzione, al momento lo puoi affrontare solo disponendo di capitali importanti. Anche Bao, che fino ad un paio di anni fa prometteva rivoluzioni, mi pare che alla fine si sia ritirata su posizioni molto tradizionali, l’unica cosa che hanno fatto è stata inventarsi una distribuzione esclusiva, creando non pochi problemi ad alcune fumetterie. Ma questo è un altro discorso.
    Se una fiera come Lucca possa servire ad approfondire questi temi non so, ma mi aspetterei tavole rotonde in questo senso da manifestazioni con approcci meno mainstream e commerciali.

    3. Esserci o non esserci?
    Lucca è un evento di proporzioni enormi, credo la seconda fiera del settore al mondo come numero di visitatori. Dopo Tokyo, ma prima di Angouleme e San Diego. Questo risultato è raggiungibile soltanto diversificando il più possibile l’offerta, cosa che attira come api con il miele anche i media, diversamente non troppo interessati al nostro mondo. Per 5 giorni anche i fumetti sono al centro dell’attenzione, e penso che ciò sia positivo per tutto il movimento, da Bonelli alla più minuscola delle autoproduzioni. Tieni conto che, proprio per i problemi relativi alla distribuzione ed alla scarsità di capitali, molti editori piccoli (ma non solo) hanno soltanto Lucca e poche altre fiere per vendere i propri fumetti. Si tratta chiaramente, come dici tu, di una situazione temporanea, ma se così non fosse, a oggi, temo che molte di queste realtà non esisterebbero neppure.

    Alessio Bilotta

    • Argomento seguendo i tuoi punti, nella speranza di mettere ordine nella mia testa in questo momento parecchio vorticosa.
      1. Autoproduzioni / Self Area ecc.
      Con ambiente più incisivo non intendo una questione di quantità assoluta. Certo che se a Lucca ci passano cinquecentomilapersone una percentuale anche bassa di queste che si ferma alla self area è comunque un numero impressionante. Mi rimane comunque l’impressione che il pubblico della self area (e ancor peggio del Borda [Zerocalcare a parte]) sia in una qualche misura più consapevole di per sé. Nel senso: non ho la sensazione che l’area self a Lucca crei realmente nuovi lettori o aiuti a consolidare nel pubblico un’idea estetica e progettuale diversa dall’editoria tradizionale. Ma questo in effetti non lo posso sapere e di certo lo sai meglio tu che in self area ci stavi.
      Non è nemmeno una questione numerica di espositori presenti (per quanto a Treviso la dimensione sia ben diversa) ma più dell’aria che si respira: all’ARF saranno stati pure in 10, ma si intravvedeva un senso. A Lucca ho sempre l’impressione che buona parte degli stand in self area vorrebbe in realtà stare in Napoleone, che l’autoproduzione sia una cosa che (esteticamente o politicamente) non gli appartiene. Ma, di nuovo, è una cosa che probabilmente percepisco io per via dei miei gusti e delle mie debolezze.
      2. Distribuzione
      Il problema distributivo è immane e pieno di contraddizioni. E non dico che sia compito di Lucca risolverlo (anche se logisticamente è un luogo/evento che avrebbe la possibilità di mettere in moto un processo di dialogo e cambiamento che semplicemente non c’è). Però il fatto che il problema esista (per me per recuperare gli albi e per l’editore per distribuirli) non vuol dire che devo essere contento di quella che è semplicemente una pezza. Magari una pezza necessaria senza la quale esce tutta l’acqua, ma comunque una pezza.
      3. Esserci o non esserci?
      Anche sul lato “attenzione mediatica” sono combattuto. Nel senso. Capisco (anche se non condivido) la necessità di allargare, diversificare, raggiungere un pubblico poco unitario. Però mi sembra che stiamo qua tutti contenti che per cinque giorni il mondo intero ci guarda, e poi finita la fiera torniamo nelle nostre camerette a non saper comunicare, influenzare, educare. E, di nuovo, invece di cercare una soluzione ci diciamo che alla fine va anche bene così.

  3. Allora, non possiedo purtroppo gli strumenti per classificare il pubblico della Self Area (ma nemmeno quello del Padiglione Napoleone, se è per questo), però mi sembrava abbastanza variegato. Esprimo fondati dubbi anche sul fatto che il materiale della Self Area non contribuisca ad ampliare le vedute del pubblico, perché molti nuovi autori che lavorano per editori “veri” provengono proprio da lì. Altri, fanno allegramente avanti e indietro. Non mi risulta poi che esista una sorta di identità politica o estetica della Self Area, e lo dimostrano sia la diversità delle proposte, sia la constatazione che alcuni degli editori del Padiglione Napoleone pubblicano cose certamente non mainstream e molto più vicine a quello che comunemente si pensa siano le autoproduzioni. Mi riferisco a realtà come Eris, Canicola, GRRRz o Hollow Press, che infatti ha esordito proprio in Self appena 3 anni fa. Credo che, in parecchi casi, la scelta di esporre in Self Area sia soprattutto una necessità economica, piuttosto che una “scelta di campo”, ma certo non conosco le motivazioni di tutti.

    Riguardo l’attenzione mediatica, non è proprio esatto che questa si esaurisce completamente dopo Lucca. Certo, si affievolisce parecchio, ma credo che sia merito anche della kermesse toscana se negli ultimi anni si è iniziato a parlare di fumetti con cognizione di causa sui giornali, alla radio e, ahimè, persino nei “salotti buoni”.
    Sono d’accordo, invece, sulla considerazione che gli attori del fumetto italiano non abbiano ancora avuto la capacità di fare veramente “gruppo”, questo è davvero un aspetto molto carente e da migliorare. Non ne capisco i motivi, ma mi sembra che ci sia una mancanza di volontà di fondo. Non so se tu sei più aggiornato di me, ma mi pare che anche la vecchia iniziativa politica di Ivo Milazzo, affinché fossero riconosciuti alcuni diritti fondamentali ai fumettisti, si sia definitivamente arenata nel disinteresse generale.

    Apprezzo molto questo scambio, magari ci sarà occasione di continuarlo di persona a Bologna.

    Alessio Bilotta

    • Sono in effetti discorsi che si fanno un po’ così, basandosi sulla propria esperienza e sulla propria sensibilità dato l’apparentemente insormontabile astio del settore per dati e numeri (insomma, nessuno dice mai un accidenti di niente). Per cui è chiaro che dallo stesso punto di partenza (che sia Lucca, le autoproduzioni o la copertura mediatica) si giunga a conclusioni completamente diverse.
      E sotto sotto trovo che questa impossibilità di poggiarsi su dati o analisi oggettive (magari fatte da qualcuno che lo fa per lavoro), costringendo chi (come noi) sta cercando di capirci qualcosa a lasciarsi andare a sensazioni e punti di vista, non sia un bene. Ma questo è un altro discorso ancora che lascio volentieri a un’altra occasione.
      Magari di persona! Ho sinceramente apprezzato la chiacchierata e il confronto, per i quali ti ringrazio, quindi più che volentieri: io son sempre qua; quando vuoi.

      • Mi permetto di intromettermi. Capisco il tuo punto di vista ma non lo condivido, non in modo così estremista se mi passi il termine. Senza addentrarmi troppo su meccanismi che non posso comprendere concordo con il sig. Bilotta per quanto riguarda la self area (ma anche sul resto), gli autori emergenti hanno possibilità di farsi notare e di arrivare ai grossi editori proprio passando da li, un ragazzo che conosco fino all’anno scorso bazzicava lì per farsi conoscere e ora può tranquillamente dire di aver raggiunto il suo obiettivo, il suo sogno. Lucca è una grossa vetrina commerciale? Si ma come lo sono anche le altre manifestazioni del genere, certo poi Lucca è andata anche oltre, ma ci son da considerare tantissime cose, come avete giustamente fatto notare la distribuzione sul territorio. Sappiamo benissimo che non tutti i prodotti raggiungono le edicole, troppo di nicchia per poterlo fare e non tutti dispongono di fumetterie o librerie vicino e non è detto che chi li ha si veda arrivare tutto, io ad esempio ultimamente ho grossi problemi con Bao e J-Pop (e la mia fumetteria fa pure parte di una grossa catena di negozi) e di conseguenza parte dei miei acquisti sono stati loro. Il poter recuperare arretrati è uno dei principali obiettivi dei lettori, che questi siano titoli usciti durante l’anno (perché purtroppo ci sono anche altre spese e qualche rinuncia bisogna farla) o che siano vecchi numeri introvabili per completare le collezioni (personalmente le mie prime fiere le ho visitate per questo, e Lucca comunque nacque come fiera), certo c’è internet che può aiutare in tal senso ma spesso con prezzi esagerati. C’è poi l’aspetto commerciale di contorno, gadget e tutto ciò che gira intorno al fumetto e vale lo stesso discorso di prima, non tutti hanno l’opportunità di comprare ciò che gli piace stando a casa o tramite internet dove i prezzi salgono come niente (a volte, non sempre).
        Ma si torna alla tua domanda: tolto l’aspetto commerciale cosa rimane? Rimane una bellissima esperienza in cui gli appassionati, che siano solo lettori di fumetti, cosplayer o entrambe le cose, possono incontrarsi, far conoscenza, condividere esperienze e divertirsi insieme, non è solo un grosso supermercato dove il pubblico gira come zombie allo scopo esclusivo di comprare, è un modo per incontrarsi e scambiarsi opinioni e magari chi conosce qualcosa più di nicchia può invogliare qualcun altro ad avvicinarsi al titolo X piuttosto che al titolo Y. Per me Lucca è stata l’occasione per conoscere di persona chi conoscevo solo dallo schermo di un computer, ho potuto conoscere le persone che stanno dietro ai nickname.
        Poi si possono fare tutti i discorsi possibili, possiamo anche lamentarci che la gente si vesta sempre dagli stessi personaggi senza sapere chi sia Gabriel Delmas (ma in realtà il problema è che 9 Harley Quinn su 10 non sapessero nemmeno chi è realmente il personaggio che interpretavano), ma non la vedo così “negativa” come nel tuo post, c’è altro oltre il lato commerciale e quell’altro può aiutare culturalmente questo settore ad uscire dai soliti grossi nomi, ma dobbiamo ammettere che non è un problema di Lucca quanto della gente stessa, spesso chi ne ha la possibilità, chi ha grosso seguito in rete e potrebbe realmente cambiare qualcosa semplicemente non lo fa. Senza fare nomi seguo parecchie pagine che parlano di comics americani ma posso affermare che parlino quasi eslusivamente di fumetti Marvel e DC, quelle poche volte che parlano di fumetti indipendenti lo fanno solo ed esclusivamente perché realizzati dagli autori del momento delle due major, il resto praticamente non esiste.

  4. (@arcangelo, ti rispondo qui perché l’editor non mi lascia rispondere direttamente al tuo commento)
    Fai bene ad intrometterti! Il confronto mi aiuta a mettere ordine nelle mie idee, che non è che abbia la verità rivelata in tasca.
    Detto questo, ti faccio un paio di osservazioni, non con lo scopo di convicerti ma di spiegarti la mia posizione.
    Che Lucca sia anche un momento di ritrovo, che possa essere un evento piacevole in senso stretto, è indubbio. Io stesso mi ci sono divertito quest’anno così come mi ci sono divertino nelle passate edizioni.
    Detto ciò però i discorsi sono 2. Il primo è che si continua a tornare sullo status quo: la distribuzione ha dei problemi quindi Lucca è necessaria per permettere alla gente di accedeere alle cose e agli editori di venderle. D’accordo, lo status quo è questo e lo sappiamo. Io stesso, ogni anno, approfitto di svariate fiere (Lucca in primis) per recuperare titoli difficilmente reperibili all’interno dei normali circuiti distributivi.
    Ma questo non vuol dire, a nessun livello, che la cosa mi stia bene. E capiamoci, è una cosa mia, ma io da una fiera [che dovrebbe essere] di fumetto voglio anche altro. Molto altro. E invece mi sembra che stiamo (non noi due, ma un po’ tutti) sempre lì a dire “lo status quo è questo e fa schifo, ma alla fine ci va bene così, tanto c’è Lucca”. Lucca fa dei numeri coi quali potrebbe veramente impattare l’intero settore, a lungo termine e in senso anche culturale. E invece il rapporto tra paganti e non-paganti è praticamente uno a uno e passati i cinque giorni di fiera quegli editori piccoli che non arrivano alle fumetterie tornano a scomparire.
    Il secondo punto si aggancia al primo ma è più personale, e non mi aspetto che sia universalmente condivisibile perché arriva da quelli che sono i miei interessi e da quello che è stato il mio percorso. Io, ribadisco, da una fiera del fumetto (and co.) da 500 000 visitatori vorrei che uscisse un tornado culturale che davvero facesse fare, in termini mediatici, di percezione, di approccio, al fumetto un passo in più. E invece passato il festival si torna esattamente dove eravamo prima: gli articoli sui giornali che parlando di fumetto provocano generalmente più imbarazzo che altro, l’editore sconosciuto e poco distribuito rimane tale (se servono esempi li posso fare), la gente continua a comprare le sue solite cose mentre c’è tutto un mondo che continua ad arrancare e che se arriva a 500 copie vendute si bacia i gomiti.
    Allora, di nuovo, mi chiedo: a che serve tutto questo? Se non serve a discutere su come risolvere i problemi a lungo termine della distribuzione, se non serve a far scoprire a quelli che leggono solo Zerocalcare e Ortolani gente tipo Igort e Marino Neri, se non spinge il lettore di One Piece e Naruto a provare Tezuka e Shintaro Kago… A che serve? Proprio perché il problema è “la gente stessa”, che è passiva e fondamentalmente pigra, c’è bisogno di una botta d’energia culturalmente propositiva esterna.
    Poi per carità, ci beviamo delle birrette, ci facciamo delle chiacchiere, prendiamo un po’ di aria fresca e ci divertiamo un botto a contare quanti cosplayer di dubbio gusto ci sono. Smadonniamo cercando di infilare millemila euro di fumetti in uno zaino sempre troppo piccolo e ci compiaciamo d’aver strappato una dedica a Recchioni o ai Rincione. Tutto bello. Ma io voglio pure altro. Proprio ne ho bisogno.

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