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Commenti un tanto al chilo, episodio 3

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Eccoci qua, al terzo appuntamento con Commenti un tanto al chilo, la rubrica in cui vi racconto brevemente un fritto misto di letture alle quali magari non dedicherei una recensione completa, ma sulle quali vale comunque la pena spendere due paroline. Buona lettura!

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Nella foto manca Diciottovoltevirgolatre perché non ce l’ho con me al momento…

 

Diciottovoltevirgolatre

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Della carrellata di recenti titoli italiani targati Bao, va detto, si salva ben poco (almeno tra quelli che ho avuto il “piacere” di leggere). Partiamo con l’ultimo lavoro [dopo Semplice (Tunué), Ogni piccolo pezzo (Bao, collana Città viste dall’alto) e la breve ma convincente apparizione su Wrong (antologico di Skeleton Monster)] di Stefano Simeone: Diciottovoltevirgolatre. Sottotiolo: (Il tonno, la tigre, il tempo). Altre parole da stampare in copertina o siamo a posto così?

Simeone confeziona una storia di formazione, con quel retrogusto vagamente paraculo alla Bastien Vivés, di una ragazzetta normale: carina, un po’ stronza, abbastanza genuina. Ragazzetta che poi cresce, invecchia, (forse) matura. Ad essere onesti il corposissimo volume si lascia anche leggere, con qualche battuta ben azzeccata e una generale leggerezza di fondo (finale a parte) che vabbè.

Ma. 3 ma.

1. Erano davvero necessarie 320, trecentoventi, pagine? Già la struttura ad episodi (che sarebbe stata decisamente meglio in forma seriale, ma poi se fai una serie invece che un graphic novel [rigorosamente maschile] chi ti invita più agli aperitivi fighetti in cui si parla di birra artigianale e Foster Wallace?) non aiuta, ma ‘sta strabordanza di pagine è davvero innecessaria. Stanca il lettore ebbasta.

2. Basta luoghi comuni. Per favore. Dall’abusatissimo tigrotto-brutta-copia-spacciata-per-citazione-colta di Calvin and Hobbes alla classica rimpatriata tra vecchi compagni di classe in cui sentirsi fuori luogo perché ormai noi siamo cresciuti… manca solo “una rondine non fa primavera” e “noi non facciamo arte facciamo cadaveri” e siamo apposto. Ebbasta.

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3. Carino il cambio di registro visivo che segue i diversi periodi di vita della protagonista. Fa un po’ Equinozi di Pedrosa e di certo aiuta a farsi invitare agli aperitivi fighetti di cui sopra. Ma il disegno è di un tirato via che lasciamo stare. ‘Sto volume è poco più di uno storyboard, tirato via, incompleto, visivamente superficialissimo. Paragonarlo al lavoro (grafico) fatto da Simeone dentro a Wrong fa male agli occhi e al cuore.

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Quindi. Diciottovoltevirgolatre. Bocciato? Sì, decisamente. È un volume che si lascia pure leggere, ma è pretestuoso, un po’ presuntuoso, e con disegni che non sono disegni. La fortuna di questa storia è che questo giro, per Bao, c’è decisamente di peggio. Il confronto diretto aiuta.

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Dylan Dog – Volume 361: Mater Dolorosa

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Mater Dolorosa è uno di quei pochi albi di Dylan Dog accompagnati, nei mesi precedenti l’uscita, da un hype clamoroso, fino a livelli insalubri: se non fosse bastato che è l’albo del trentennale e il seguito di quel Mater Morbi tanto aveva fatto parlare di sé e che ha segnato indelebilmente lo status (quantomeno editoriale) del personaggio, a questo numero è stata dedicata una campagna marketing aggressivissima e ingiustamente vituperata.

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L’ho finalmente letto e… È un volume carino. Disegnato da un Gigi Cavenago spaziale, vorrei vederlo in ogni albo di Dylan da qua all’eternità. Però per me non supera il livello del “carino”. Sarà che non faccio parte del target del volume, che basa gran parte del suo fascino sull’ammicco ammicco e sull’effetto nostalgia (pur muovendo qualche passo in avanti), che mi pare si rivolga più a un pubblico affezionato che al casual reader.

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La sceneggiatura tiene abbastanza, con qualche refuso qua e là e qualche passaggio un po’ forzato. Il risultato è una storiella godibile, non solidissima ma godibile, che fa bene il suo lavoro di albo celebrativo. Ho comunque apprezzato di più Mater Morbi. Ma di misura.

Post scriptum. La battuta sul Brexit mi ha fatto spisciare. Davvero.

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Il suono del mondo a memoria

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Ho francamente poco da aggiungere alle recensioni di Duluth Comics e di Fumettologica, più pacata nei toni ma ugualmente dura nei contenuti. Quindi sarò breve. Il suono del mondo a memoria è inaccettabile. Un concentrato di superficialità e frasi da ormonauta, un gioco per raccontare una storia banalissima che si regge su un (paio di) plot twist verso la fine che ho l’impressione che a tornare indietro e rileggere tutto una volta scoperta la grande rivelazione comunque niente abbia senso. Fortuna vuole che non sono così preso male di cervello da voler sprecare altro tempo in una seconda lettura.

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Di che segno sei? Del tramonto.

Inaccettabile.

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Ut

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Dunque. Non c’ho capito un accidente. Però Ut è riuscita di certo a fare una cosa: costruire un’atmosfera e gettarla addosso al lettore. Che la sceneggiatura sia un casino pazzesco è fuori discussione, e probabilmente servirebbe una lettura molto più ragionata della mia per mettere tutto al proprio posto e venire a capo della situazione. Ma l’atmosfera funziona. Riesce a comunicare un’inquietudine, un senso di costante inadeguatezza, che ho sinceramente apprezzato.

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D’altro canto, come diceva Marco Corona in una vecchia intervista che ho avuto modo di recuperare di recente, “Puoi scrivere una bella storia precisa e perfettina, con un inizio e una fine, e avere una carente atmosfera. Oppure puntare tutto sull’atmosfera, che comunque ha sempre una forte componente narrativa”. Ecco, la storia di Ut è ben lontana dall’essere perfettina, inizio e fine si confondo. Ma l’atmosfera… Quella è lì, e ti guarda dritto negli occhi.

Per carità, mi rimangono delle perplessità. In primo luogo tecniche. A cosa serviva fare quel megaspiegone che è stato il quinto volume se tanto comunque poi non si è capito un accidente? È davvero possibile, anche a fronte di un notevole sforzo, trovare il bandolo della matassa oppure la matassa proprio non c’è?

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Non ho ancora risposta a queste domande. Ma i disegni di Corrado Roi sono incredibili e l’atmosfera ne giova, arrivando dura e pura con tutto il suo fascino pregno di mistero. Nel complesso sono contento d’aver letto questi sei volumi. Poi se qualcuno vuole spiegarmi il senso, o anche solo darmi una chiave di lettura, siamo a cavallo.

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Archie

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Non sapevo bene cosa aspettarmi da questa serie, reboot totale della serie omonima pre seconda guerra mondiale (se ho capito bene). Comunque si stava parlando di un fumettino scritto da Mark Waid e disegnato da Fiona Staples, due tizi mica da poco. Così ho dato una possibilità al primo volume, pubblicato da BD.

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Che dire. Non so bene cosa pensare manco ora, né tantomeno cosa aspettarmi dal futuro (ammesso e non concesso che decida di continuare la lettura). Storia super riassunta. Riverdale è una piccola cittadina. Archie è un ragazzo abbastanza normale, Betty è la sua amica d’infanzia. Di quelle amicizie così lunghe e profonde che i confini si perdono nell’amore. Ma qualcosa va storto, i due rompono di brutto a causa dell’incidente del rossetto (idea che sarebbe potuta esser sviluppata decisamente meglio) e il ragazzo perde la testa per la nuova (e ricca, ma non è questo il punto) arrivata.

archie-2Due cose non hanno funzionato, almeno per me. Narrativamente Archie sarebbe potuto essere una bella storia adolescenziale sull’amicizia e sull’amore, e invece per quanto le pagine si susseguano abbastanza solide il tutto, soprattutto nel modo in cui viene imbastito il triangolo pseudo-amoroso, risulta abbastanza meh. Visivamente i disegni di Fiona Staples sono, al solito, fenomenali, ed è bello vedere l’artista all’opera su una cosa così diversa da Saga. Ma già al quarto numero la Staples lascia il posto alle decisamente meno convincenti Annie Wu e Veronica Fish, cosa che mi ha fatto abbastanza storcere il naso.

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Poi per carità. Mark Waid è uno scrittore di prim’ordine e testi, caratterizzazione dei personaggi e battute tengono abbastanza botta. Però è un po’ un peccato che, alla fine, ci si fermi alla gag e all’intreccio senza riuscire ad approfondire davvero le situazioni né a tratteggiare un vero slice of life. Staremo a vedere, per ora sono abbastanza dubbioso.

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(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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3 thoughts on “Commenti un tanto al chilo, episodio 3

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