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Commenti un tanto al chilo, episodio 5

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Eccoci qua, al quinto appuntamento con Commenti un tanto al chilo, la rubrica che è un fritto misto di commentini su letture assortite. In questo episodio: The Walking Dead 44 (la serie da edicola), Contro Natura, Il Grande Male Beverly.

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The Walking Dead 44

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È un po’ che non parliamo di The Walking Dead, la serie zombesca che ha proiettato Robert Kirkman in un paradiso di notorietà che manco Stan Lee. Per quanto continui a leggere con discreto piacere l’edizione da edicola (46 pagine formato Bonelli), devo ammettere che il [necessario] cambio di periodicità ha influito non poco sulla fruibilità del prodotto che procede ormai singhiozzante ad una lentezza difficile da digerire. A questo unite i problemi di distribuzione dovuti alla dipartita di Alastor e ottenete una bella frittata.

Comunque, per quanto a rilento, la storia prosegue. E siamo in piena post-apocalisse, con i germogli di una nuova società che spuntano dai rami rinsecchiti di quella vecchia, una fiera del commercio, pochissimi zombi e, ovviamente, tanta gente cattiva. E Negan. E Rick che si parla addosso, per l’ennesima volta, lanciandosi nello spiegone più becero che la serie abbia mai visto. Spiegone accompagnato da comprimari che sottolineano “so dove stai andando a parare, ma ti lascio parlare lo stesso [perché mi piace sentire cose che so già?]”. Ma per l’amor del cielo.

Spiegone e periodicità a parte, fastidiose ellissi temporali a parte, ho letto questo e gli ultimi albetti di The Walking Dead in 5 minuti che sono parsi un’eternità. Magari sono io che invecchio, ma la struttura “alla Dragonball” della serie di Kirkman mi sta lentamente ma inesorabilmente stancando. L’immancabile costruzione a saghe, con minacce sempre più grosse (e grottesche) fino a quel momento inesistenti (non fuori inquadratura, proprio inesistenti), rende alla narrazione un respiro cortissimo e inibisce qualunque possibile ragionamento costruttivo. Voglio dire: abbiamo superato la fase “gli zombie ci vogliono mangiare” e pure quella “gli altri sopravvissuti ci vogliono ammazzare”. Ora sarebbe tempo della fase “costruiamo il futuro”. Magari senza l’ennesima sequela di discorsoni sul capo riluttante che “prende la strada giusta invece di quella facile” e senza gruppi di matti che filosofeggiano sullo Stato Naturale e il ritorno alle origini.

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Contro Natura

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L’ultimo lavoro di Mirka Andolfo mi ha colto un po’ alla sprovvista. Al suo annuncio, che gli valse un posto nella classifica nelle anteprime di non ricordo quale mese, si parlava abbastanza esplicitamente di un mondo di animali antropomorfi in cui il governo decide quali rapporti (sentimental-sessuali) fossero concessi e incoraggiati e quali altri fossero invece da considerarsi contronatura. Una bella metafora dei tempi che corrono. Una metafora iperbolica quanto volete, ma comunque azzeccata.

E infatti il racconto della devianza (pur molto romanzato) c’è, ed è apprezzabile il tentativo di parlare di cose serie. Quello che francamente non mi ha colpito fino in fondo di Contro Natura è 1) la sovrastruttura thrillerosa piena di misteri e società segrete e cazzi e mazzi che tiene in piedi una storia che non riesce (ma, a sua discolpa, probabilmente non vuole) avvicinarsi al romanzo puramente distopico e 2) il piglio generale tutto ammicco ammicco “guarda quanto sto parlando di temi importanti mostrandoti comunque delle tette” della narrazione.

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Il volume in ogni caso scorre abbastanza bene, nonostante una trama un po’ forzata e il tenore superficialotto di dialoghi e character design. Sui disegni niente da dire, ci stanno e funzionano bene con giusto qualche piccolo scivolone, anche se in tutto l’ammicco ammicco manca l’eleganza ruffiana di altri autori grossomodo della stessa scuola (Barbucci su tutti).

Insomma, una buona storiella che sarebbe potuta certamente essere qualcosa di più ma che, per quanto intrattenente a dovere e con la giusta dose di “impegno sociale”, diciamo così, si ferma a lettura per ormonauti in cerca d’emozioni, capezzoli e di una facile etichetta “lgbt friendly”.

Due note di chiusura. 1. Era proprio necessario fare che la protagonista fosse una maiala? Le battute si sprecano. 2. In chiusura l’autrice ringrazia quel “drago del letterista”. Tutto molto interessante ma… seriamente, se questo è un lettering draconico…

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Il grande male

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Sulle cause e i motivi che portarono alla fine della fiction nel graphic novel si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia del fumetto. Ma dopo la fine nessun libro di storia del fumetto venne scritto più [perché tutti erano impegnati a leggere l’ultimo capolavoro di Giacomo Keison Bevilacqua].

Si dice spesso che la fiction, nel graphic novel, non esista più. E, salvo sporadiche eccezioni (messe lì a confermare la regola), lo si dice a ragione. La stragrande maggioranza della produzione di “romanzi a fumetti” verte ormai su altri generi, più facilmente vendibili come “adulti”: graphic journalism, romanzi intimisti, autobiografie o peggio biografie, epifanie emotive a seguito di eventi insignificanti o, come mi piace definire quest’ultimo genere, “cronache all’era del risvoltino”.

Per quanto la mancanza di fiction si senta e sia dovuta, mio avviso, a grossi problemi irrisolti del fumetto con il suo pubblico e col suo passato [problemi di cui varrebbe la pena parlare, ma certo non qui], non è che necessariamente una biografia valga meno di un romanzo di formazione on the road in un mondo post apocalittico (per quanto prediliga, personalmente, di gran lunga il secondo genere al primo). E se l’autobiografia in questione è interessante per contenuti e sublime nella forma… anche chissene della fiction.

È il caso de Il grande male, capolavoro di David B. che per oscuri motivi ho recuperato solo di recente. Nelle 380 pagine che compongono il tomone edito da Coconino (e recentemente ristampato) David B. si mette a nudo con lucidità ma mai con distacco e racconta la sua infanzia e adolescenza, tra sogni difficoltà ed aspirazioni, in relazione in particolar modo con la malattia del fratello: l’epilessia.

Epilessia. Il grande male che attanaglia il fratello dell’autore e con lui la sua intera famiglia, risucchiata in un vortice di speranze infrante, di rassegnazione, dell’ennesima cura miracolosa, di medici, di ritiri macrobiotici, accettazione, dolore, esoterismo. Un racconto della e sulla malattia, un’autoanalisi tagliente, lo spaccato di un mondo lontano ma vicino. Il grande male è un libro eccezionale, un racconto densissimo trasposto in disegni da uno dei più grandi fumettisti (ormai non ho più dubbi) che abbiamo la fortuna di poter leggere. Il tratto di David B. è pastoso, fato di neri profondissimi e composizioni ardite, e se da un lato potrebbe rendere la lettura forse un po’ ostica a chi non mastichi fumetto abitualmente dall’altro è un esempio splendente delle possibilità espressive del mezzo, con alcune delle tavole più belle esteticamente ed interessanti formalmente che mi sia capitato di leggere.

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In due parole: (un) libro imperdibile.

Una sola precisazione che vuole essere anche un consiglio su come approcciare la lettura: originariamente l’opera venne pubblicata in sei volumi in un periodo di tempo che andava dal 1996 al 2003. Per quanto l’edizione in volume sia comoda da acquistare ed archiviare, non leggete Il grande male tutto d’un fiato. Prendetevi il vostro tempo assaporandone un capitolo alla volta, con calma. Il binge reading, in questo caso, non giova alla fruibilità e rischia di stancarvi inutilmente o magari di rovinarvi un capolavoro.

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Beverly

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E chiudiamo con Beverly, in breve che mi sono già dilungato troppo. Il libro di Nick Drnaso, originariamente pubblicato da Drawn and Quarterly e uscito poi in Italia pochi mesi fa per Coconino, è uno dei fumetti più tristi di sempre.

Nelle 144 pagine che compongono il volume trovate un insieme di storie brevi (raffinatamente collegate le une alle altre da fili sottili che non aggiungono granché alla narrazione ma danno un gran gusto) che dipingono una quotidianità segnata dallo squallore e dal patetismo. Come da tradizione di certo romanzo grafico verista americano, niente grandi drammi o immani tragedie. “Solo” una quotidianità-prigione dalla quale è impossibile scappare, con piccole crudeltà, disinteresse, disillusione, devianza.

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La normalità opprimente di Beverly passa anche attraverso il suo disegno, pulito e minimale, con un tratto precisissimo e una palette cromatica sempre tenue. Perché l’angoscia non passa attraverso effetti speciali ed esplosioni, ma attraverso l’implacabile ripetersi di azioni ed avvenimenti insignificanti, anonimi, che tutti assieme costruiscono una realtà dalla quale sarebbe bello poter evadere.

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