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Alita, un manga (bello) che ti piglia per il culo (?)

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Oggi parliamo di Alita, l’angelo della battaglia o, come è anche noto nella mia testa, “uno di quei manga che ho sempre voluto recuperare e finalmente eccolo qua”.

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La sistematica ed organizzata traduzione e distribuzione di manga in Italia è un fenomeno tutto sommato recente. Ma non così recente da avermi permesso di affacciarmi su questo mondo proprio dall’inizio: quando sono arrivato c’era già un vasto catalogo di arretrati da recuperare, poco alla volta; e questo senza contare quei fumetti effettivamente in corso di pubblicazione ma per i quali, per età anagrafica o mentale, non ero ancora pronto. Se ripenso ai primi anni di letture non posso che immaginarmeli come un lungo periodo di rincorse per [cercare] di rimanere in pari con le uscite e al contempo accorciare le distanze con il passato.

Così mentre mese dopo mese la mia casella si riempiva e si svuotava con i nuovi episodi di 100% Fragola o di D.Gray Man (poi abbandonato) o di altre cose che in questo momento non mi vengono i mente (o di cui mi vergogno troppo per parlarne); parallelamente svolgevo una solida, faticosissima e in generale costosissima attività di ricerca arretrati che mi ha permesso di recuperare cose come L’Immortale, Blame!, Monster, Evangelion, Video Girl Ai (vabbè, questo non era poi così difficile da trovare)…

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Però non si può far tutto, quindi molti fumetti sono ancora nella lista “manga che ho sempre voluto recuperare”. Tra questi, i vari Osamu Tezuka della Hazard, 20th Century Boys, MPD Psycho, Dorohedoro e… Alita. Questo fino a un paio di anni fa, quando in un cestone “tuto a un euro” nella fumetteria dove sono cresciuto spuntarono quasi tutti i volumi della collana Alita Collection, quella di grande formato di inizio ani 2000. Mi dissi “perché no?” aggiungendo che avrei recuperato i volumi mancanti (tra cui il primo) a una qualche fiera. Sembrava che Alita stesse finalmente uscendo dalla wish list, e invece poi non sono mai riuscito a chiudere i buchi.

Passa un altro po’ di tempo e finalmente Panini annuncia una ristampa, formato tankobon, economica (per i tempi che corrono), dell’agognato fumetto cyberpunk di Yukito Kishiro. Questa volta ci siamo.

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Per quanto sia ormai appena uscito il terzo volumetto ammetto d’aver letto solo il primo albo di Alita. Che ci volete fare, ho i miei tempi, e comunque ormai non c’è più alcuna fretta. E devo dire che, nonostante l’evidente età (la serie è uscita in Giappone nel ’91), è un prodotto invecchiato benissimo capace di coinvolgermi (e di farmi incazzare, ma su questo torniamo poi) in un modo che non mi aspettavo.

D’altro canto ultimamente mi trovo sempre più spesso a leggere fumetti super intimisti, oppure thriller mega cervellotici, oppure ricerche metanarrative incrociate con splatter e gore… diciamo che avevo un po’ dimenticato quanto potesse funzionare una lettura in fondo leggera, orgogliosamente di genere, ma fatta con gran gusto e altrettanta classe.

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Siamo in uno di quei classici mondi cyberpunk tutti polvere e androidi che si fanno gli affari loro nella periferia degradata, lo sprawl, con sullo sfondo la città lucente della gente bene. Niente (per ora, almeno) oscure cospirazioni, o lotte per la sopravvivenza dell’umanità in guerra contro la nuova razza dominante, o corporazioni che fanno pedalare l’umanità per dare corrente a talent show di dubbio gusto, o tubi infiniti a strapiombo sul vuoto su cui solitari esploratori si arrampicano alla ricerca dei geni della rete terminale (qualunque cosa siano). Per dire, non piove nemmeno: in tutto il primo volume nemmeno una goccia d’acqua. “Solo” cacciatori di taglie e botte da orbi e l’immancabile locanda sporca ma bellissima a dar corpo a una vicenda che si muove sui binari del cyberpunk (ormai divenuto) più squisitamente classico. Diavolo, sembra di giocare a Cyberpunk 2020. Ed è meraviglioso.

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In tutto questo un cacciatore di taglie armato di martello-razzo (cioè un martello con un razzo dietro per tirare delle martellate super forti [ma quanto è l’arma più figa di sempre?]) recupera dalla discarica e riassembla Alita, androide dall’oscuro passato dall’animo buono ma capace, se gli girano i cinque minuti, di picchiare come un fabbro.

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Alita funziona, alla grande. È genuino, senza freni, non si lascia spaventare dal suo essere così smaccatamente di genere. A tratti poetico (di quella poetica tipica di certa letteratura giappa), a tratti sporco, spesso violentissimo. E poi il character design! Quanta arroganza anni ’90 tutta assieme! C’è un cattivo, per dire, che è una gigantesca testa umana fissata su un corpo da verme. E questa testa sbava e ha sempre la puntuta lingua di fuori. Sempre. Come si fa a non innamorarsi di un character design così sfacciatamente sopra le righe?

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Quindi, per quanto riguarda il contenuto, Alita è promosso a pieni voti. Se non l’avete mai letto e, come me, siete in una spirale di fumetti super pretenziosi, recuperatelo e riscoprite il piacere della leggerezza. E di un cyberpunk genuino che non si vergogna di niente.

Ma c’è pure qualcosa che non va [ovviamente]. Un paio di giorni fa vi dicevo come fossero successe due cose che mi avevano fatto parecchio incazzare. La prima era tutto un casino riguardante la ristampa di Sharaz-de di Toppi, non sto a rispiegarvi, trovate tutto qui. La seconda cosa riguarda proprio questa riedizione di Alita.

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Perché per quanto il contenuto sia spettacolare, questa edizione è un insulto. Uno sputo in faccia a tutto ciò che di buono c’è stato, c’è e ci sarà nel mondo del fumetto.

Partiamo da un presupposto. Alita è un manga in cui della gente, tra le altre cose, si ammazza di botte. Giganti che minacciano di mangiare bambini, morti, decapitazioni, botte da orbi. Tubi fognari a forma di sfintere che cagano la merda della città-bene ridigerita dallo sprawl addosso ai protagonisti mentre questi si mutilano a vicenda.  Insomma, uno di quei manga su cui gli editori scrivono (per pararsi il culo) “adatto ad un pubblico maturo”. [curioso come questa scritta in realtà non appaia nella copertina di questa edizione né della vecchia versione del 2000, mentre campeggia serena in fumetti ben più innocui come, per dirne uno, Il giocattolo dei bambini.]

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Fatto sta che non è un fumetto per bambini, ma per un target che ti puoi aspettare sia quantomeno alfabetizzato. E invece le pagine sono piene di inutili e fastidiosissime note che spiegano cose che non hanno bisogno d’esser spiegate. Voglio dire, seriamente? Una nota per esplicitare che “la corteccia cerebrale è una parte del cervello”?

Tornando al discorso sulla rivendicazione culturale che si faceva qualche giorno fa… Qualcuno mi spieghi come è possibile anche solo pensare di convincere il mondo che i fumetti sono una cosa seria, un linguaggio adulto, una forma d’arte direbbero alcuni, se lo stesso oggetto-fumetto si pone verso il suo pubblico come se stesse parlando con dei deficienti o degli ignoranti senza alcuna forma di scolarizzazione.

È necessario, se vogliamo esser presi sul serio, se vogliamo noi stessi prenderci sul serio, cominciare a comportarci come persone adulte che leggono libri adulti. Libri il cui autore decide di usare una certa parola e, se non conosci quella parola, te la vai a cercare. Non libri che si sentono in dovere di spiegarti che la corteccia cerebrale è una parte del cervello perché pensano che il loro lettore sia un infante che bisogna imboccare stando attento che non si strozzi con l’omogeneizzato.

Ma d’altro canto che chi si è occupato di questa edizione manchi di visione, per non parlare di professionalità, è evidente da un’altra svista allucinante che, se possibile, mi infastidisce più della presa per il culo del “tranquillo, ti spiego tutto”. A un certo punto Alita cava l’occhio destro al cattivo. Qualche manciata di pagine dopo il suddetto cattivone afferma che non potrà mai perdonare la nostra eroina per avergli accecato l’occhio sinistro.

C’ho messo qualche giorno a capire l’origine di un errore così grossolano e, quando finalmente ne sono venuto a capo, mi son sentito male. La vecchia edizione, quella del 2001 pescata nel cestone “tutto a un euro” della mia vecchia fumetteria, si leggeva alla occidentale. Per i più giovani di voi che potrebbero non conoscere questa pratica barbara: un tempo si pensava che la lettura “al contrario” dei manga fosse chiedere troppo al pubblico (pubblico che evidentemente doveva essere reso edotto su cosa fosse la corteccia cerebrale o sul significato della parola senpai); per ovviare al problema si occidentalizzava il verso di lettura. Solo che per non far troppo lavoro le tavole non venivano smontate e rimontate, bensì ci si accontentava di specchiarle. Ecco così una comoda lettura da sinistra verso destra, ma con tutti i personaggi mancini.

Nella vecchia edizione di Alita, che era stata ovviamente specchiata, il cattivo veniva quindi privato effettivamente dell’occhio sinistro, come specificato nel testo. Quindici anni più tardi ecco la riedizione, formato tankobon più fedele all’originale, che riutilizza paro paro la stessa traduzione di allora senza alcuna fase di revisione per svecchiare il tutto e, soprattutto, correggere sviste [tipo la sinistra che ora diventa destra].

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Quindi, per chiudere il discorso sulla rivendicazione culturale (per ora)… Vogliamo che il mondo ci prenda sul serio. Ed è una cosa sacrosanta. Ma non lo possiamo fare finché è il nostro mondo a porsi con noi in primis trattandoci da scemi, rimpastando vecchie traduzioni senza alcuna revisione e confezionando un prodotto le cui “sviste e leggerezze” sarebbero inaccettabili in qualunque altro medium.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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10 thoughts on “Alita, un manga (bello) che ti piglia per il culo (?)

  1. Ottimo recupero, Alita è un manga che ho amato all’epoca e che ho riletto circa un annetto fa. Nel caso non lo sapessi l’edizione collection presentava un finale differente rispetto alla prima edizione voluto dall’autore per riallacciarsi alla seconda serie intitolata Last Order. Non so se questa nuova edizione avrà il finale concepito in origine, che mi piacerebbe leggere, o meno. Se ti piacerà tutta la serie non mi sento di consigliare Last Order. Sul discorso delle note non vorrei dire una cavolata ma credo sia proprio così in originale perché saranno una costante per tutta la serie, non ho modo di fare il confronto ma ne ha un numero spropositato rispetto ad altri manga per cui credo proprio sia un “problema” di Alita. Invece per quanto riguarda le pagine capovolte all’epoca forse erano gli stessi editori giapponesi a voler così, ma ciò non giustifica l’errore presente che hai evidenziato.

    • Purtroppo non sei l’unico a sconsigliarmi Last Order… Quando sarà il momento vedrò se riesco a tenere a bada la mia anima da completista ^^
      Per quanto riguarda note, non ho modo di fare confronti diretti con l’edizione giapponese, e ci può stare che fossero così pressanti anche in originale. In ogni caso, e questo soprattutto con i fumetti giapponesi, la cosa degli asterischi ci è sfuggita un po’ di mano. Alita in questo senso non fa eccezione.
      Per lo specchiamento, invece, non ho dati a riguardo (e sarebbe interessante approfondire) ma onestamente fatico a credere che sia una proposta/diktat proveniente dagli editori originali. Trovo molto più verosimile sia una cosa che si faceva per “agevolare” l’inesperto lettore occidentale, evidentemente considerato troppo pigro (o troppo scemo) per chiedergli di leggere dall’altra parte. D’altro canto ancora oggi quando apri un manga nell’ultima pagina puoi trovare la paginetta di spiegazione “come si leggono i manga”…

      • Mi pare solo quelli della star, ma personalmente ritengo facciano bene, non sai quante persone nonostante le spiegazioni di una cosa piuttosto semplice ancora hanno problemi a riguardo. Forse non hanno tutti i torti a trattarci da scemi, la cosa brutta è che tirano un po’ tutti in ballo.

  2. Ma magari fosse solo Star Comics… Nei Panini c’è un disclaimer e pure nei bei volumi Hikari, che per stile e contenuti (e prezzo) uno si potrebbe aspettare siano dedicati a un target quantomeno consapevole, c’è il solito schemino…
    Poi è vero: un sacco di gente c’ha difficoltà comunque. Il che dimostra o che gli schemini non servono a niente (se dopo decenni sono ancora necessari vuol dire che in qualche modo non si è riusciti a educare abbastanza a fondo il lettore) oppure che, comunque, si parte dal presupposto che il lettore non capisca e non sappia un accidente. Il che è, onestamente, un po’ svilente sia per il lettore che per il fumetto stesso.

  3. Alcune note ci devono stare per forza, Alita potrebbe essere il tuo primo manga e la parola “senpai” non è di certo cultura generale. Ma soprattutto, molte delle note dal “tenore fantascientifico” mi paiono proprio imposte dall’autore e facciano parte dell’opera in sé, niente che abbia a che fare con Panini. Infatti, a volte spiegano cose che è impossibile sapere, tipo il funzionamento di alcuni attacchi o la composizione di alcuni materiali o addirittura il funzionamento di un pezzo di quella società fantascientifica. Informazioni che non puoi sapere prima di leggere e che non vengono date dalla normale storia, sono info “in più” che di solito vanno a riempire i “databook” e che qui hanno deciso di inserire durante la lettura (e sicuramente non imputabili a Panini). A volte sicuramente appesantiscono, però parliamo pur sempre di un manga di 25 anni fa che veniva pensato per tutt’altro tipo di pubblico.

    • Mah, non mi trovi del tutto d’accordo.
      Sul lato delle “note tecniche” (supponendo vengano dall’autore). Dare al lettore dettagli in questo modo vuol dire prendere una scorciatoia che non apprezzo affatto: ho una cosa che ti voglio dire (importante o no) ma non riesco/non voglio/troppa fatica integrarla nel fumetto che sto scrivendo. E quindi ci faccio un testo a parte.
      Se invece vengono dall’editore in fase di traduzione… Ne abbiamo già parlato.
      Che vengano dall’autore o dall’editore, comunque, se invece di dare delle curiosità stai dando delle info basilari che comunque tutti dovrebbero avere per comprendere il livelllo zero della narrazione (tipo “il cervello è l’organo che pensa”) allora stai prendendomi in giro.
      Sul lato delle note diciamo “culturali”, che riguardano l’adattamento di concetti estranei alla nostra cultura, o di cose difficilmente traducibili… Boh, è complicato. Però va detto che non è che da qua all’eternità ogni volta che compare la parola senpai ci dovrà essere un asterisco. A un certo punto bisognerà dare per scontato che il lettore sappia leggere quello che sta leggendo, o che si informi per conto suo.
      Ho letto più di un libro di autori giapponesi e non ricordo aver mai visto una nota di spiegazione. Ed è una differenza d’approccio nei confronti del pubblico non indifferente.

      • Si però non possono dare per scontato che tutti sappiano già leggere un manga o sappiano cos’è un senpai, ogni volume può essere il primo manga di un qualsiasi nuovo lettore e allora è anche giusto mettere a proprio agio il cliente che può essere una persona del tutto a digiuno dai fumetti o qualcuno con un background del tutto differente.
        (Magari sbaglio ma dovresti aumentare il numero di risposte ai commenti, se no non arrivano le notifiche alle risposte e le discussioni so potrebbero perdere, l’ho visto per caso questo)

        • E invece, che è comunque solo una mia opinione, secondo me a un certo punto lo puoi dare per scontato. Puoi assumere che il tuo lettore sappia quello che sta facendo o che possa orientarsi da solo. Insomma, lo puoi trattare da adulto senza imboccargli ogni cosa. Sennò rimaniamo sempre fermi alla Bonelli che mette le freccine per farti capire in che ordine leggere le vignette.

          Per quanto riguarda i commenti, sacrosanto. Avevo sempre dato, ingenuamente, per scontato che fosse un limite immodificabile di WordPress. Mi informo.

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