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Irene. Si cresce, si cambia…

Ragazzuoli, salve a tutti e bentornati. Fa freddo, pensiamo all’estate che è meglio.

Ho avuto modo in questi giorni di leggere Irene, l’ultimo (ormai mi sono convertito al maschile, ma ho opposto resistenza, giuro) graphic novel di Simone Prisco, pubblicato sempre con Douglas Edizioni. Simone me l’ha inviato affinché potessi leggerlo e dirne due parole e sono lieto di farlo perché 1) è un bel libro e 2) mi fa pensare al caldo, al mare, all’estate. E con ‘sto freddo maledetto ne avevo proprio bisogno.

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vita 6Come per Vita, altro bel lavoro scritto e disegnato da Simone Prisco di cui avevamo parlato qui, anche Irene è un libro corto. Una novantina di pagine, una manciata di sguardi. E la sua forza sta proprio nella sua brevità, ci arriviamo.

Irene, la protagonista di un racconto ancora una volta molto intimo e attento ai sentimenti e alle sensazioni più che ai fatti, ci viene raccontata in diversi momenti della sua vita. Un presente (o forse un passato?) grigio fatto di giornate tra i banchi di scuola, sui quali arrivare sistematicamente in ritardo; un passato (più lontano) colorato, vacanze al mare a avventure sulla spiaggia; un presente (stavolta quello vero) nuovamente colorato, in cui i ricordi d’infanzia trovano maturazione e compimento.

Non entro nei dettagli della storia perché l’intreccio, deliberatamente esile, non è nemmeno poi così importante. Quello che importa sono le sensazioni, il fluire dei ricordi che si mescolano all’adesso, gli sguardi. Il tutto legato dalle pagine di un diario, compilato nonostante gli anni che passano.

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Irene è una storia d’amore, forse più d’una, nei diversi momenti della vita della protagonista. Anche qui ci si potrebbe soffermare su come la ragazza sia cresciuta, dall’infantile e acerbo rifiuto per l’affetto verso quel ragazzino così antipatico fino alla partecipe accettazione (accettazione attiva, non rassegnata), anche un po’ nostalgica, dell’ultima scena. Ma, di nuovo, non è che sia poi così importante.

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Perché, di nuovo, è il fluire delle sensazioni a centrare l’attenzione del lettore che, nelle poche pagine che accompagnano la storia verso la sua conclusione, si lascia trasportare avanti e indietro nel tempo con un sorriso complice, osservando la protagonista fantasticare, sonnecchiare davanti a una colazione, raccogliere pietre preziose, innamorarsi. O meglio, vivere l’innamoramento. Un innamoramento catturato dall’occhio dell’autore in poche, precise inquadrature.

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E quindi torniamo a quanto dicevo prima. La forza di Irene, e di Simone Prisco in generale se guardiamo anche a Vita, è la sua brevità. Una brevità che non lascia spazio a elucubrazioni, alla costruzione di intrecci articolati e artefatti, ma che si concentra in brevi scorci, costruiti per dire quanto devono in un flusso continuo di ricordi e realtà. Una brevità che poggia tutto il suo fascino e la sua efficacia sull’essere genuina, sull’esclusione del superfluo, sul raccontarsi senza sovrastrutture; e lo fa in un momento in cui invece le opere di “questo genere” vogliono fare la voce grossa, proponendosi con foliazione massiccia, intrecci iper-artefatti e mirabolanti titoli da blockbuster finto-indie.

Ci si trova così davanti più che a un racconto vero e proprio, fatto di intrecci e rivelazioni e colpi di scena e super dialoghi, a un piccolo componimento poetico nel quale lasciarsi cadere, un po’ sognanti, osservando momenti accostati senza causalità ma con forte sentimento.

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Non mancano finezze narrative che permettono all’autore di caratterizzare la protagonista regalando al lettore attento dei dettagli della sua personalità senza doversi spendere in descrizioni o panegirici visivi. E al contempo il modo in cui lo stile dei disegni, strutturalmente e quindi emotivamente circolare, si adatta alle diverse sezioni del racconto setta il mood e colloca le scene senza richiedere troppe parole, il che è fantastico: una soluzione pulita ed efficace.

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Tornando un secondo alla circolarità di cui sopra, che presente e passato abbiano la stessa struttura cromatica è, secondo me, il fulcro della questione. Ed è un “dettaglio” che magari potrebbe passare in secondo piano ma sul quale vi suggerisco di soffermarvi perché il punto è proprio lì: l’innamoramento che chiude un ciclo narrativo ma, nel suo ritorno all’infanzia, segna anche un ritorno alla genuina spontaneità, fantasiosa e libera, della giovinezza.

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Simone Prisco si conferma ancora una volta un narratore capace di raccontare storie con del sentimento, basate sul sentimento. Evitando soluzioni e impostazioni narrative pretestuose, di quelle che ti fanno arrivare facile facile alle fatidiche 200 pagine, ma concentrandosi su un componimento breve, denso e al contempo soffice, quello che esce è un libro bello, sentito ma mai zuccheroso, che funziona.

(tutte le immagini appartengono ai rispettivi proprietari)

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