Un saluto a Miyazaki, mago e poeta dell’animazione

C’era una volta. Un sacco di belle storie che ci siamo sentiti raccontare, e che ci sentiamo ancora raccontare, cominciano così. Questa è un’altra di quelle storie e, come la maggior parte delle belle cose, sta per finire. Quindi c’era una volta. C’era una volta Hayao Miyazaki.

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È di ieri l’articolo di Repubblica che rende pubblica la dichiarazione del maestro dell’animazione giapponese: Si alza il vento, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà il suo ultimo film. Non ha senso stare a ricordare, a mettere nero su bianco, una lista di motivi per cui Miyazaki è quello che è. Se lo status dell’animazione giapponese, anche in Italia, si è elevato fino a raggiungere i dovuti riconoscimenti da parte di un pubblico mediamente ignorante e prevenuto è anche, e forse prevalentemente, merito suo. Perché nonostante una visione cinica e distorta del suo lavoro continui a definirlo un bieco ambientalista, un romantico sempliciotto o alla peggio un depravato mascherato, la sua poesia e la sua magia sono riuscite e riescono tuttora a far breccia in chi è disposto ad ascoltarla. Partendo dai lungometraggi più fiabeschi come Ponyo e Totoro per arrivare alla narrativa più complessa de Il Castello Errante di Howl, passando dal simbolismo de La Città Incantata e dalla storia d’amore macchiata di frecciate politiche di Porco Rosso, non si può che rimanere incantati dalla poesia e dalla magia del maestro. E quindi dopo una quarantina d’anni a noi non resta che salutare quel bel faccione sorridente da nonnetto di uno dei più grandi narratori del cinema d’animazione che il mondo abbia avuto la fortuna di partorire. E lo salutiamo con quel sorriso nostalgicamente amaro di chi ricorda improvvisamente un bel momento di un tempo passato, lontano e irripetibile ma comunque impresso nella memoria.

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Are you Alice? Il fumetto che non ti aspetti

Non è tutto oro quello che luccica, grande verità che i genitori tramandano ai figli ormai da generazioni, non senza una sottile aria di ammonimento. Significa che se una cosa sembra bella… non credo di dovervi spiegare cosa significa. Bisogna stare tuttavia molto attenti a non commettere il fatale errore di trattare come verità anche la proposizione inversa. Non è detto, per capirci, che se una cosa non luccica per forza non possa essere oro. In ambito fumettistico, insomma, potremmo trovare delle gemme dove non ce le aspettavamo: nascoste sotto una copertina orribile (come nel caso di Uchu Kyodai) oppure infilate nello scaffale dei fumetti inutili. Oggi vorrei proporvi alcune riflessioni sulla più grossa rivelazione che ho avuto negli ultimi tempi, pescata proprio dallo scaffale dei fumetti inutili ed è forse proprio per questo che mi ha colpito particolarmente. Mi riferisco ad Are you Alice?, storia di Ai Ninomiya (sconosciuta) e disegni di Ikumi Katagiri (sconosciuta), edito in Italia da RW GOEN che usualmente propone manga con una qualità media così bassa da giustificare il fatto che vengano messi proprio in quello scaffale. Nonostante l’apparenza blanda da manga di seconda categoria, forse anche terza, questo piccolo gioiello nasconde delle raffinatezze tecniche davvero notevoli. Continua a leggere

Seraphim, la Malattia degli Angeli

Anche oggi parliamo di manga d’autore: come annunciato qualche giorno fa ecco la seconda recensione riguardante un fumetto dell’immenso Satoshi Kon.

Seraphim – 266613336 Wings. Soggetto originale di Mamoru Oshii. Disegni di Satoshi Kon. Come la postfazione all’albo ci insegna non è esattamente così che sono andate le cose, ma procediamo con ordine. Nel 1994 termina la serializzazione di Nausicaa della Valle del Vento, il capolavoro di Hayao Miyazaki, e alla Animage decidono di imbarcarsi in un progetto ambizioso riunendo due autori in rapidissima ascesa. Oshii si presenta in redazione con le idee ben chiare su trama e ambientazione e sceglie Kon come disegnatore. Ben presto (sempre stando alla postfazione) i ruoli diventano più confusi, Satoshi Kon si occupa sempre dei disegni ma comincia anche ad interessarsi alla trama facendo proposte e fornendo suggerimenti: questo scambio d’opinioni porterà (sempre stando alla postfazione) alla sospensione del fumetto che rimane tuttora incompleto. Ma non fraintendete. Nonostante l’albo presenti solamente le prime sedici “puntate” del manga e non presenti nemmeno un accenno di conclusione, quella che abbiamo per le mani è una delle vette massime raggiunte dal fumetto giapponese. In assoluto. Non si può leggere quest’opera senza rendersi conto di quanto contenuto ci sia in ogni tavola, in ogni vignetta, sia per quanto riguarda la trama che per quanto riguarda la ricerca grafica; d’altro canto non ci si poteva aspettare diversamente da quelli che sono diventati, in seguito, due dei registi più importanti di sempre nel campo dell’animazione.

In un futuro non meglio specificato si diffonde un morbo, la malattia degli angeli, così chiamata per le escrescenze a forma di ali che fa crescere sulle scapole degli infetti. Tale malattia è incurabile, mortale e provoca, negli ultimi stadi, allucinazioni dalla strana natura. In questo mondo distrutto, con lotte di potere, guerre civili, rifugiati, embarghi e l’inesorabile scorrere della malattia due uomini, una bambina e un cane intraprendono un pellegrinaggio. Il manga racconta del loro viaggio, dei loro incontri, della sofferenza che toccano con mano o che provocano, di vendetta e speranza. Parla di vita e di morte, di religione e scienza, di filosofia e di vivere pragmatico, di scelte di vita. E di molte altre cose. Come in tutte le opere d’autore, ma d’autore davvero, c’è più di quanto si possa dire, e più di quanto appaia al lettore disattento. Tutto è caratterizzato infinitamente bene, dall’ambientazione ai personaggi, con riferimenti storici (reali o no) accuratissimi e dialoghi eccelsi. Raramente ho letto qualcosa di così ben scritto, in cui traspare chiaramente quanto ragionamento e quante riflessioni stiano alla base di ogni scena, di ogni scambio di battute.

Anche i disegni, ad opera esclusivamente di Kon, sono sopraffini. Non bisogna dimenticare mai, tuttavia, che questo è un fumetto del 1994. Mi spiego. Oggi siamo abituati a tutto un altro genere di disegno e, spesso, a tutto un altro livello. Quando si vedono opere così “vecchie” dunque, i casi sono 2: o quello stile appare inguardabile ai più, caso per esempio di Saint Seya di Kurumada o di Capitan Harlock di Mastumoto; oppure appare normale, a volte persino mediocre. Questo perché il nostro gusto si è evoluto nel tempo, e il disegno si è evoluto con lui. Non è questo il caso. Come ho detto prima i disegni di quest’albo sono sopraffini. E lo sono tuttora. Kon ha uno stile a metà tra il miglior Yu Kinutani nel tratto, il miglior Tsukasa Hojo nel design dei personaggi e il miglior Katsuhiro Otomo nelle ambientazioni. Chiunque guardi una tavola di questo fumetto e non ne rimanga sbalordito sia consapevole che se gli autori odierni disegnano come disegnano è anche merito di questi grandissimi maestri che hanno ridefinito (e in alcuni casi continuano a ridefinire) il modo di far manga, senza risultare mai obsoleti. Ed è per questo che bisogna ricordare che questo fumetto è uscito nel 1994: regge lo scorrere del tempo in maniera commovente. Purtroppo non sono riuscito a recuperare delle scansioni decenti, quindi dovrete fidarvi sulla parola o sfogliare il volume, ma è così: anche dal punto di vista del disegno questa è una delle massime vette raggiunte dal fumetto giapponese.

Per concludere. Questo è un vero capolavoro. Imprescindibile. Una di quelle opere che fanno storia, che rimangono nella storia. Per sempre. Non importa che sia incompleta, che non ne leggeremo mai la fine. Ha così tanto da dire così com’è che questo fatto quasi non è importante.  Bisogna leggere opere come questa per formarsi una coscienza critica, una cultura fumettistica degna di questo nome. Fine.

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